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13:48 lunedì 31 agosto 2026
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.
La ragione per cui le aziende AI stanno addestrando le AI usando solo libri vecchi e che i libri vecchi sono gli unici che sicuramente non sono stati scritti con l’AI Cause giudiziarie e inchieste giornalistiche hanno rivelato che questa è una pratica ormai diffusissima. Anche perché le AI non possono più essere addestrate con contenuti presenti su internet, perché troppi contenuti presenti su internet sono ormai fatti con l'AI.
Le operazioni di soccorso al confine tra Nepal e Tibet stanno diventando impossibili a causa della piena di un lago che si è formato dopo la frana che ha causato l’inondazione Operazioni che erano già difficili per via dalle infrastrutture distrutte e dalle linee di comunicazione danneggiate.
Dopo 25 anni di attesa, il regista di Donnie Darko ha finalmente pronto il sequel, solo che non è un film ma un romanzo epistolare di 800 pagine sui viaggi nel tempo Richard Kelly, regista, sceneggiatore e adesso anche scrittore, ha già detto che questo è solo il primo passo nell'esplorazione dell'universo di Donnie Darko.
Il pezzo di ghiacciaio che ha causato le inondazioni in Tibet e Nepal era talmente grosso che quando si è schiantato al suolo ha provocato un terremoto Una scossa di magnitudo 5.2 aveva fatto pensare a un sisma. Solo dopo si è capito che tutto era iniziato con un pezzo di ghiacciaio precipitato a valle.
La grande retrospettiva che sta per arrivare allo Stedelijk Museum di Amsterdam è l’occasione per conoscere e celebrare davvero Yayoi Kusama Dall'11 settembre al 17 gennaio 2027 l'esposizione ripercorrerà oltre settant'anni di carriera, dalle enormi e ipnotiche tele alle famosissime installazioni di specchi.
Il modo perfetto di ricordare Tim Curry è andare a rivedere The Rocky Horror Picture Show al Cinema Mexico di Milano, dove è in programmazione ininterrottamente da 45 anni Il Mexico è una delle pochissime Rocky Horror House del mondo: dal 1981, quasi ogni venerdì, il film torna sul grande schermo. E tornerà anche adesso che Tim Curry non c'è più, per celebrarlo e ricordarlo.
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.

Elogio della sottonaggine

Annalisa Ambrosio in L'amore è cambiato scrive di tutti i vantaggi neurali, estetici e sociali del soffrire per amore.

10 Febbraio 2025

In Biglietti agli amici, uno zibaldone breve e nostalgico pubblicato nell’86, Pier Vittorio Tondelli ha lasciato agli innamorati un insegnamento tanto severo quanto pacificante. È un frammento di mezza paginetta – “M.S.” il titolo – in cui Tondelli veste i panni del consulente amoroso, e all’amico innamorato consiglia di «vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest’abbraccio e non chiedere altro». Non sbracare, sembra dirgli, non chiedere troppo all’amante di turno, goditi quello che c’è. Poi il tono si fa più duro; bisogna «fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita ma che non dannerà la tua». Il biglietto si conclude con una stoccata esasperata: «Fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita».

Sono una lettrice superficiale ed è raro che ritorni sulle pagine che ho già letto – per quale ragione mi ostini a sottolinearle, poi, è un mistero. Questo frammento di Biglietti agli amici rappresenta, però, una clamorosa eccezione. La prima volta che lo incontrai avevo poco più di vent’anni, in un’epoca di amori disordinati e incerti, spesso non ricambiati o comunque non come avrei desiderato, e mi disorientò. Vi intuivo una verità profonda che avrebbe potuto lenire il mio deliquio amoroso, ma allo stesso tempo lo trovavo respingente, soprattutto nella seconda parte. Contraddiceva molte delle idee sull’amore con cui ero cresciuta e che non ero pronta ad abbandonare. In che senso il mio amore non gli avrebbe cambiato la vita? Il mio amore doveva cambiargli la vita. In quindici anni l’ho riletto decine di volte, l’ho mandato ad amiche che soffrivano per amore, l’ho stampato e appeso in camera, per un po’ è stato l’immagine di sfondo del mio desktop. Non l’ho mai capito.

Sono tornata a cercarlo, fra le note nel telefono, dopo aver letto L’amore è cambiato di Annalisa Ambrosio, uscito da poco per Einaudi. Ambrosio prende le mosse da un’intervista di Michela Murgia in cui la scrittrice paragona l’innamoramento a una malattia esantematica, una “forma di psicosi” da cui è auspicabile liberarsi il prima possibile se non si vuole finire a sragionare, persi in un buco nero di fremiti del cuore e ormoni scatenati. Da un punto di vista evolutivo l’amore ci ha permesso di legarci ad altri individui per prenderci cura dei cuccioli di uomo – i più fragili fra i cuccioli. Riducendo la questione ai minimi termini, questo sentimento di cui parliamo sempre non è altro che la propaggine della nostra storia animale – di cui possiamo, finalmente, liberarci, per veleggiare verso lidi più ariosi, razionali e funzionali. «Amare rimane un fare, non un sentire», scrive Murgia, come a dire che il terreno più solido per costruire relazioni durature non può essere lo stesso in cui fiorisce un sentimento tanto capriccioso ma, semmai, quello della scelta consapevole, compiuta da individui legati da un’idea comune del mondo. Non fa una piega.

Negli anni ‘90 l’antropologa Helen Fisher ha individuato tre fasi neurali dell’amore: la libidine, che ha una durata molto breve e coincide con il desiderio di fare sesso, non importa con chi; l’innamoramento, che ha un oggetto del desiderio ben preciso, se ci va bene regge più o meno otto mesi ed è il responsabile di quella bellissima confusione che ci illumina la pelle; l’attaccamento, che grazie all’ossitocina lega un individuo all’altro per tre, quattro anni – giusto il tempo di prendersi cura della prole che dovrebbe essere stata generata nel frattempo. Sempre a livello neurale, fra i tre momenti non è possibile ravvisare nessun rapporto deterministico ma, lo sappiamo, il pensiero cade spesso nella fallacia di vedere una causalità laddove c’è solo una successione temporale. Non è affatto scontato che dopo la seconda fase si verifichino tutte le condizioni di reciproco attaccamento necessarie a costruire una coppia; più spesso, i nostri innamoramenti non arriveranno a vedere il livello successivo e noi ci ritroveremo con il cuore spezzato.

Nella retorica dell’amore, da Platone in poi, l’infatuazione amorosa è stata valutata esclusivamente sulla base degli effetti che ha prodotto sul lungo termine, come un preludio carico di potenziale non ancora dispiegato. Sono quattro, secondo Annalisa Ambrosio, le grandi bugie che hanno inquinato il discorso pubblico sull’amore e reso sempre più scomoda la posizione dell’innamorato: ci hanno fatto credere che l’amore deve essere per sempre, e per sempre ugualmente intenso; che solo il vero amore ci permette di realizzarci pienamente in quanto individui; che al grande amore corrisponde sempre una travolgente attività sessuale, e viceversa. La sintesi di queste quattro convinzioni – che molti e soprattutto molte hanno incorporato sin dall’infanzia – ha dato luce al mito dell’amore romantico che conosciamo e che ora siede al banco degli imputati. È contro il mito dell’anima gemella e del destino che, presto o tardi, ci condurrà da lei, che Murgia, e prima di lei tante altre pensatrici femministe, scaglia i propri strali. E a ragione, dal momento che ha prodotto standard talmente irrealistici da condannare al fallimento – in ultima istanza, all’infelicità – chiunque si sia imbarcato nella ricerca dell’altra metà della mela.

Ma, si chiede Ambrosio, in questo quadro di rivoluzione degli affetti e delle configurazioni famigliari, cosa ne sarà dell’innamoramento? È davvero necessario liberarsene, è auspicabile trattare un vissuto tanto complesso e prezioso come un herpes da debellare al più presto con l’ausilio di un antibiotico? La risposta, ovviamente, è no, e per ragioni estetiche prima ancora che morali. Perché innamorarsi riattiva sinapsi che non sapevamo neanche più di avere, perché «con l’innamoramento irrompe nella vita la possibilità completamente nuova, fino ad allora sopita, di farsi sconvolgere i piani da un momento all’altro». Perché è il motore più potente per la nostra immaginazione e ci permette di fantasticare per ore su cosa potremmo dire, o fare, insieme al nostro innamorato. E non importa se poi non diremo niente, o non faremo niente, la ricchezza dell’immaginazione basta a se stessa. Perché, senza innamorati, non esisterebbero i romanzi.

La proposta di Ambrosio richiede una torsione della postura stessa dell’innamorato, che abbandona il timore di essere ferito dalla caducità del suo amore per abbracciarla, invece, in quanto strumento di scoperta di sé, del mondo, degli altri. Come una sostanza che assumiamo senza preoccuparci dell’hangover del giorno dopo, ma solo per la condizione di estatico benessere in cui ci precipita, il friccicore dell’innamoramento non ha bisogno di cercare una giustificazione nella coppia per esistere: è un’esperienza umana autoportante e fra le più ricche, intense e impossibili da imbrigliare che si possano vivere nel corso della vita.

Questa accettazione, va da sé, non elimina le sofferenze d’amore – l’hangover arriverà, inutile illudersi – ma le muta di segno, le trasforma in risorse atte a scoprire il rapporto dialettico che intratteniamo con un mondo che sempre, e comunque, ci oppone resistenza e finisce per tracciare i nostri stessi confini, per individuarci: «La chiamiamo sofferenza ma dovremmo chiamarla conoscenza: è la conoscenza di qualcosa che non ci piace, ma che esiste così. E cioè che gli altri e il mondo non sono minimamente sottoposti al dominio della nostra volontà: per quanto la nostra immaginazione sia forte, da sola non basta per fare la realtà». O, per dirla alla Tondelli: «Se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi».

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