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Per sabotare anche le lezioni in Dad, gli studenti francesi stanno invitando a partecipare decine di sconosciuti che fanno un fracasso infernale finché la lezione non salta Li chiamano e-blocus: fanno girare i link delle videolezioni, in modo che diventino così caotiche che il docente non può che lasciar perdere.
Il protagonista della campagna elettorale in Brasile è diventato il “Bono della Paulista”, un ragazzo fisicatissimo che è andato a manifestare per Lula a petto nudo, con la tuta, la balaclava e la bandiera della Palestina Si chiama Israel Augusto Gomes dos Santos, ha 24 anni e vive a San Paolo. Fino a ieri aveva 380 follower su Instagram. Oggi ne ha 300 mila.
Hannah, Marnie, Shoshanna e Jessa hanno fatto una videocall per annunciare l’arrivo della nuova stagione di Girls Lena Dunham ha proposto una reunion e tutti hanno subito accettato, non prima di aver ricreato, in pochi secondi, le dinamiche disfunzionali che avevamo imparato ad amare.
In Indonesia si sono accorti che l’unico modo per diffondere gli allarmi terremoto in tutto il Paese è usare gli altoparlanti dei minareti In un Paese con centinaia di migliaia di moschee sparse su tutto il territorio, gli altoparlanti usati da muezzin sono l'unica rete di sirene già pronta.
Anthropic ha cambiato le sue linee guida perché vuole che gli utenti la smettano di insultare e maltrattare Claude Da adesso, Claude potrà troncare le conversazioni con utenti che adottano «comportamenti violenti o crudeli, prolungati e immotivati».
La nuova canzone di David Byrne è una canzone contro Elon Musk fatta solo di frasi assurde dette da Elon Musk Si intitola "Let Me Sell You a Dream" e fa parte della colonna sonora di Musk, il documentario di Alex Gibney in uscita negli Stati Uniti il 16 ottobre.
In Argentina c’è un treno che come carburante usa esclusivamente il sole delle Ande Si chiama Tren Solar de la Quebrada, percorre 42 chilometri nella provincia di Jujuy e viene usato anche per i viaggi notturni per vedere le stelle.
L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.

Alberto Gilardino

Non fa goal, eppure c'è. A Genova, o nel 2006 contro la Germania: importanza di un attaccante sgraziato. Eppure è uno dei più forti che abbiamo.

17 Settembre 2013

Gilardino è il migliore quando non segna. Paradossi dell’essere centravanti. Guarda l’azione del secondo gol del Genoa nel derby contro la Sampdoria: gli arriva un lancio, lui è di spalle alla porta, vede un movimento alla sua sinistra, arriva la palla e lui di prima, al volo, la mette lì, sulla corsa del compagno. Cross rasoterra: gol. Dell’altro attaccante, però. Gila è la chiave, è il tocco determinante pur non essendo quello decisivo. Man of the match, senza il proprio nome sul tabellino. Possibile? Possibile. Un attaccante può anche non segnare. Pure lui che lo fa sempre e da sempre. Pure lui che nelle squadre e in nazionale viene preso perché fa gol: 189 in 508 partite. Piacenza, Verona, Parma, Milan, Fiorentina, Genoa, Bologna, Genoa. È un pezzo di pallone italiano che ci accompagna da 13 anni. Un campione spesso criticato, una certezza troppe volte messa in discussione. Perché non è bello da vedere, perché non ha sensibilità di un fenomeno. Un talento diverso da quelli col tocco raffinato. È la sfrontatezza dell’utilità.

Gilardino c’è. Sempre. Perché serve. Perché non è Balotelli, ma senza Mario, è il meglio che abbiamo al momento.

Ci sono momenti in cui sembra perfino goffo e sgraziato, però funziona. Destro, sinistro, testa, tiro, ribattuta. Comunque vada, Gila c’è. Abbassa il sedere, di spalle alla porta: tiene così l’avversario a distanza, copre il pallone, aspetta aiuto e poi va. Tocco indietro oppure fallo subito. È un lavoro sporco che non lo fa grande agli occhi del pubblico, ma lo valorizza agli occhi dell’allenatore. Perché ci vuole uno così, perché tiene palla, fa salire i compagni, poi si gira e va a concludere. Quanti attaccanti abbiamo così, in Italia? Forza, vediamo. Lo capisci dalle convocazioni in Nazionale: Gilardino c’è. Sempre. Perché serve. Perché non è Balotelli, ma senza Mario, è il meglio che abbiamo al momento.

Poi fa quelle cose lì. Tipo il gol alla prima giornata: tiro al volo di destro. Oppure come tante altre. Giocate che a vederlo non ti aspetteresti e che invece ha. Perché è un talento: una classe diversa, un po’ scoordinata, ma efficace; un po’ grezza, ma autentica. La conti nei gol, nella bacheca che ha una Supercoppa europea, una Champions League, un Mondiale per Club, un Europeo under 21, un Mondiale. La vedi negli allenatori che l’hanno sempre cercato: Antonio Conte lo voleva a tutti i costi quest’anno nella Juventus, nonostante i 31 anni.

Nel 2006, il passaggio a Del Piero senza neppure guardarlo. Un altro avrebbe puntato la porta e tirato. Lui no. Anche allora, non bello da vedere, ma incredibilmente efficace.

Serve, Gilardino. Per i gol e per il resto. Cioè per quei tocchi come quello di domenica sera, al buio, al volo, alla cieca. Perfetto. È l’abitudine a giocare di spalle, quella. Senti anche quello che ti capita dietro. Alberto è così abituato che la cosa più bella di tutto il suo Mondiale 2006, la fece di fronte alla porta, ma come se stesse girato al contrario. La corsa sul lancio di Totti in Germania-Italia a due minuti dalla fine, il puntare l’avversario in attesa di un compagno, il passaggio a Del Piero senza neppure guardarlo con un tocco dalla parte opposta rispetto alla traiettoria della corsa. Un altro avrebbe puntato la porta e tirato. Lui no. Anche allora, non bello da vedere, ma incredibilmente efficace. Dicono che tecnicamente non sia un campione, perché non accarezza la palla. Neanche Gigi Riva lo faceva. A lui l’ha paragonato Cesare Prandelli, che ha scoperto Gilardino e allora gli vuole così bene da esagerare nelle similitudini. Alberto non ha la stessa potenza, non ha la stessa classe, però sa fare quello che molti attaccanti non riescono a imparare in tutta la carriera: anticipa i movimenti dei difensori, sta loro sempre davanti anche quando parte da dietro, sente il pallone, lo cerca, lo prende, lo porta. In questo assomiglia a Inzaghi, anche se tutti si divertono a paragonarlo invece a Paolo Rossi. Ancora la storia del predestinato: come Cassano, Gilardino deve sopportare ogni volta una domanda sull’82. Lui è nato il 5 luglio, il giorno di Italia-Brasile con la tripletta di Pablito.

La vittoria del 2006 l’ha salvato momentaneamente. Le stagioni successive nel Milan (2006-2007 e 2007-2008) l’hanno rimesso in discussione. Come se non fosse all’altezza. San Siro non l’ha mai amato, nonostante i gol (44 in tre anni) e l’utilità per la squadra. Troppi non capivano. Perché è difficile capire chi è costretto a giocare di spalle. Si sente pressione, così: quello ti sta attaccato, tira la maglia, ti pianta il tacchetto nel polpaccio, ti sgambetta quando stai partendo, ti cintura appena tocchi il pallone, ti schiaccia se salti, ti accarezza col gomito appena gli prendi il tempo. Di spalle si vedeva tutto San Siro e tutti gli altri stadi. C’hai sempre più campo davanti, c’hai sempre più pubblico negli occhi: a destra, a sinistra, di fronte. Lo definirono un trattore agile, ossimoro che va bene sempre, a seconda del momento.

All’epoca Gilardino soffrì. Perché lui? Firenze gli ha ridato ossigeno, Genoa e Bologna l’hanno rimesso al centro del loro mondo. Per qualcuno, Gilardino ha bisogno di un palcoscenico più piccolo. Deve sentirsi il perno. Può essere, però la Juventus lo voleva per garantirsi gol e assist. Un altro sarebbe esploso: dalla Juve e dalla Champions a un campionato per la salvezza col Genoa. Alberto s’è rimesso le scarpe. A 31 anni vuole giocare, e prendersi un altro mondiale. Chissenefrega di quello che pensano gli altri. Chissenefrega di Morfeo che, quando giocavano insieme a Parma, lo chiamò e gli diede un consiglio: «Alberto, tu devi imparare a essere un bastardo». Niente di niente. Gilardino non l’ha imparato in campo. Protegge il pallone, col culo basso, prende le botte, si difende coi gomiti senza usarli, fa salire la squadra, poi cerca di girarsi per andare al centro dell’aerea. Il gol è un’ambizione, spesso una certezza. Poi gli tocca la partita (o il pezzo di partita) perfetta: come Germania-Italia o come Sampdoria-Genoa. E lì non segna: gli basta far fare gol agli altri.

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