Da Carlo Giuliani ad Abderrahim Fakir sono passati 25 anni e non è cambiato assolutamente nulla

Il 19 luglio un uomo è morto a Bologna schiacciato dal peso di due agenti, mentre Genova sfilava per i 25 anni del G8. Il 20, piazza Alimonda si è fermata come ogni anno alle 17:27. In mezzo a tutto questo, una storia che si ripete, sempre e comunque e dovunque.

21 Luglio 2026

Abderrahim Fakir è morto domenica 19 luglio in via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord-est di Bologna, mentre due agenti di polizia lo tenevano a terra a faccia in giù – uno sulla schiena, uno sulle gambe, un passante alle caviglie – nel corso di un intervento che era stato richiesto, a quanto risulta, proprio perché l’uomo stava male. Aveva 42 anni, era arrivato dal Marocco da bambino, faceva il facchino, e attraversava quella che i comunicati hanno chiamato una crisi psichiatrica, sebbene la sua avvocata, che lo seguiva per le pratiche di soggiorno, abbia descritto qualcosa di più circostanziato: il timore, dopo 35 anni di vita in Italia, di essere espulso in forza delle nuove norme sull’immigrazione. Un timore che, qualunque cosa si pensi del suo stato mentale, aveva un fondamento normativo preciso.

Il video girato da un residente dura cinque minuti e ventisette secondi, dei quali più di due sono occupati dalle richieste di aiuto di Fakir, che grida basta finché smette di gridare; e per tutta la durata della scena i sanitari, che pure erano stati chiamati per soccorrerlo, restano ai margini dell’inquadratura senza intervenire, cosicché il documento che dovrebbe provare come è morto un uomo finisce per documentare anche, e con la stessa nitidezza, come nessuno dei presenti abbia ritenuto di doverlo impedire. Nelle stesse ore, a Genova, 10 mila persone sfilavano nel corteo nazionale per i 25 anni dal G8: la notizia da Bologna è arrivata mentre la piazza era ancora in strada, e i comunicati letti quel pomeriggio contenevano già il suo nome – Abderrahim aggiunto in coda a Carlo, in diretta, senza nemmeno il tempo di diventare memoria.

Lunedì 20 luglio, alle 17:27

Il giorno dopo, lunedì 20, alle 17:27, piazza Alimonda si è fermata, come fa ogni anno all’ora esatta in cui uno dei due colpi partiti da una camionetta dei carabinieri uccisero Carlo Giuliani, 23 anni, durante le giornate del G8. E quest’anno il minuto di silenzio si è aperto su un sudario di decine di metri quadrati con i nomi di più di diciottomila bambini uccisi a Gaza, mentre accanto ai fiori per Carlo compariva uno striscione nuovo: verità e giustizia per Carlo e per Fakir. Elena Giuliani, la sorella, ha detto dal palco che rivedere quelle forme di repressione replicarsi è una ferita che continua a lasciare scie di sangue. La coincidenza dei calendari – un uomo che muore sotto un fermo di polizia nel giorno stesso in cui il Paese sfila per il venticinquennale dell’uccisione più famosa della sua storia recente – è una di quelle simmetrie che sembrano costruite a tavolino e non lo sono; o meglio, non lo sono nel senso della regia, ma lo sono in un senso più scomodo: quando un evento si ripete con questa puntualità, smette di essere una coincidenza e comincia ad assomigliare a una struttura.

Perché piazza Alimonda, negli anni, è diventata questo: non un memoriale ma un calendario. Ci si va per Carlo e ci si ritrova a fare l’appello: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, e adesso Abderrahim Fakir, la ferita più recente, aggiunta all’elenco quando il corpo era ancora in obitorio. Tutte le vittime di morti di Stato, e tutte all’origine di battaglie per la verità durate anni o decenni e condotte, quasi sempre, da genitori e sorelle. Ogni anno la piazza incorpora i morti dell’anno, e il fatto che l’appello non smetta di allungarsi è la risposta più eloquente alla domanda che i venticinquennali di solito si pongono – cosa abbiamo imparato da Genova – e a cui i convegni rispondono con parole tipo “memoria” e “monito”, mentre la cronaca risponde con via Italo Svevo a Bologna.

Per capire cosa sia cambiato in 25 anni, però, conviene guardare non ai morti ma a chi, in quei fatti, portava la divisa, perché è lì che il confronto diventa istruttivo. Mario Placanica, il carabiniere ausiliario di vent’anni che sparò a Giuliani, non è mai arrivato a processo: nel 2003 il gip di Genova archiviò la sua posizione riconoscendo la legittima difesa e l’uso legittimo delle armi sulla base di una ricostruzione — quella del proiettile sparato verso l’alto e deviato da un calcinaccio — che era la tesi del consulente del pubblico ministero, che i periti della famiglia contestarono documentando come il calcinaccio si fosse frantumato contro il Defender e non contro il proiettile, e che due anni dopo lo stesso medico legale autore dell’autopsia avrebbe smentito in aula, parlando di una traiettoria lineare e di uno sparo diretto; ma poiché l’archiviazione aveva chiuso il procedimento, quella ricostruzione non è mai stata sottoposta alla verifica di un dibattimento, e l’esito assolutorio è sopravvissuto alla propria base probatoria.

Per la Diaz, dove la stessa polizia parlò poi di macelleria messicana, le condanne definitive arrivate in Cassazione nel 2012 riguardarono i falsi ideologici dei vertici – tra gli altri Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Francesco Gratteri – mentre le lesioni si estinsero per prescrizione, anche perché il reato che avrebbe descritto correttamente i fatti, la tortura, nell’ordinamento italiano non esisteva; per Bolzaneto la prescrizione operò in modo ancora più sistematico, e nel complesso nessuno dei condannati per i fatti di Genova ha scontato un giorno di carcere. Le carriere, semmai, dicono di più delle sentenze: Caldarozzi, terminata l’interdizione dai pubblici uffici, è stato nominato vicedirettore della Direzione investigativa antimafia; Gianni De Gennaro, che del G8 era il capo della polizia e che dai processi è uscito senza condanne definitive, è passato ai vertici dei servizi e poi alla presidenza di Finmeccanica. Servì la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2015, per scrivere che alla Diaz era stata tortura, e servì quella condanna perché l’Italia introducesse il reato, nel 2017, 16 anni dopo Bolzaneto; i codici identificativi sugli agenti in servizio di ordine pubblico, chiesti da allora, non esistono ancora, mentre il reato di tortura, nelle proposte della maggioranza attuale, andrebbe alleggerito perché demoralizzerebbe le forze dell’ordine.

I tanti nomi dell’impunità

Questi fatti, messi in fila, dicono una cosa precisa: che l’impunità, in Italia, non è mai stata l’esito mancato del sistema ma il suo esito ordinario, raggiunto però ogni volta per vie diverse — l’archiviazione motivata per chi ha sparato, la prescrizione per chi ha picchiato, l’assenza del reato per chi ha torturato, la riabilitazione amministrativa per chi ha coperto i fatti o depistato le indagini — e che ciò che mancava, semmai, era un dispositivo capace di produrre quell’esito in anticipo, senza dover attraversare ogni volta il processo, le perizie, l’opinione pubblica. È esattamente questa la funzione che il caso Fakir permette di osservare in azione per la prima volta: i due agenti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e i quattro sanitari intervenuti – due volontari della Croce Rossa, due dell’automedica del 118 – non sono indagati ma “annotati”, iscritti nel modello 45-bis, il registro delle “annotazioni preliminari” introdotto dal decreto Sicurezza dello scorso febbraio per chi agisce nell’adempimento di un dovere o in presenza di una possibile causa di giustificazione. La causa di giustificazione che nel 2003 un giudice dovette argomentare a valle, dopo mesi di indagine, per archiviare il caso di Placanica, viene qui presupposta a monte, prima ancora che l’autopsia sia eseguita: non è più la conclusione di un accertamento ma la sua premessa procedurale. E il fatto che il registro accolga, accanto agli agenti, anche i sanitari – che a Genova non c’entravano, e che qui c’entrano perché hanno assistito senza agire – indica che il perimetro del proteggibile si è allargato dall’uso della forza alla sua semplice contemplazione.

Il ministro Nordio ha spiegato che chiamarlo scudo penale è improprio, perché scudo vorrebbe dire impunità e l’impunità non c’è per nessuno – una precisazione che sarebbe più solida se la storia processuale di Genova non dimostrasse che l’impunità, nei casi che coinvolgono le divise, l’ordinamento l’ha garantita anche senza bisogno di apposita modulistica. La differenza, sostiene il governo, è solo di filtro: niente avviso di garanzia trasformato in gogna, stessi diritti, stesse garanzie. La differenza, vista da via Italo Svevo, è che un uomo è morto sotto il peso di sei persone intervenute per proteggerlo, e che lo Stato ha sentito il bisogno di proteggere prima di tutto i propri funzionari, con una procedura che ne alleggerisce il nome ancora prima che l’autopsia stabilisca di cosa sia morto.

L’autopsia, del resto, è un atto irripetibile, e il codice prevede che agli atti irripetibili partecipino, con i propri consulenti, tutte le persone coinvolte – che però, per partecipare, dovrebbero essere iscritte. Il 45-bis produce così un paradosso da manuale: una norma nata per tutelare gli agenti rischia di comprimerne le garanzie difensive proprio nell’accertamento decisivo, e i pm bolognesi si trovano a correre contro termini — trenta giorni, centoventi, ancora trenta – pensati da chi, evidentemente, immaginava fascicoli meno rumorosi di questo. È la versione giudiziaria di un fenomeno che conosciamo bene in altri campi: la semplificazione che complica, la tutela che espone, il dispositivo costruito per un caso astratto che si inceppa al primo caso concreto. Con l’aggravante che qui il caso concreto ha un nome, una sorella che ha giurato di non darsi pace, una nipote che ieri in piazza del Nettuno ha dovuto ricordare al Paese che suo zio non era un numero né una notizia, che era amato.

Il Viminale, nelle sue stesse linee guida sulle tecniche di contenimento, raccomanda di non prolungare la posizione prona e la compressione del torace, di allentare la presa al primo segno di malessere, di ruotare il fermato su un fianco: non è sapienza esoterica, è la lezione di Riccardo Magherini, morto a Firenze nel 2014, immobilizzato a pancia in giù, mentre diceva che stava morendo, un caso per cui la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita. Il paradosso è completo: lo Stato sa come si muore in un fermo, lo ha scritto nei propri protocolli, è stato condannato per non averlo impedito; e quando accade di nuovo, la sua prima mossa non è chiedersi perché i protocolli non abbiano funzionato, ma predisporre il modulo che attutisce le conseguenze per chi non li ha applicati. Nel frattempo Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha definito l’intervento professionale e adeguato prima ancora che l’autopsia fosse disposta, e la destra ha attaccato il sindaco Lepore, colpevole di aver convocato un presidio con la famiglia, accusandolo di odio contro le divise. A margine del presidio, una parte del corteo che gridava contro la polizia è stata caricata con idranti e lacrimogeni.

La violenza alla luce del sole

Venticinque anni fa la violenza di Genova aveva bisogno del buio della Diaz, delle celle di Bolzaneto, della sospensione eccezionale di uno stato d’assedio. Quella di oggi avviene in pieno giorno, una domenica di luglio, in una strada intitolata allo scrittore degli inetti, davanti a un balcone da cui qualcuno filma – e il filmato, ci ha tenuto a precisare la Procura, non è tutto, esistono le bodycam, esiste un prima e un dopo, come se la questione fosse la completezza del montaggio e non il fatto che i minuti che vediamo bastino ad accertare ciò che accertano. Nel 2001 le immagini mancavano o venivano sequestrate; nel 2026 abbondano, e non spostano niente, perché nel frattempo si è capito che le immagini non vanno nascoste: vanno amministrate. Si acquisiscono, si contestualizzano, si rimanda a un quadro più ampio.

In questi stessi giorni, da Roma, è arrivato l’esperimento di controllo: la Cassazione ha confermato la sospensione dal servizio, per otto mesi, di quattro carabinieri del Radiomobile accusati di falso ideologico. I fatti risalgono all’ottobre del 2024, quando Thomas Oliveri, trent’anni, non si fermò a un alt all’Eur e venne bloccato sotto casa dopo un inseguimento. Secondo i verbali aveva speronato una vettura di servizio e continuato a opporre resistenza anche dopo il fermo, ed è sulla base di quei verbali che è stato processato per resistenza a pubblico ufficiale – finché un video girato da un residente affacciato al balcone, acquisito dalla Procura, ha mostrato secondo l’accusa un uomo già immobilizzato che viene colpito, cosicché Oliveri è stato assolto perché il fatto non sussiste e sotto processo, adesso, ci sono i militari, il cui legale sostiene che “hanno usato la forza e non la violenza”. La vicenda, essendo anteriore al decreto, ha attraversato la via ordinaria – gip, Riesame, Cassazione.

A Torino, la sera del 20, una fiaccolata è partita da Porta Palazzo verso Barriera di Milano dietro uno striscione che diceva: la polizia uccide Fakir, operaio, fratello, compagno, immigrato. È un elenco, e come tutti gli elenchi di questa storia dice più delle analisi: perché quella sequenza di sostantivi – il lavoro, la famiglia, la militanza, la provenienza – è esattamente ciò che il fascicolo bolognese riduce a “soggetto attinto da manovra di contenimento”, e perché la distanza tra le due lingue, quella della piazza e quella dell’atto, è la distanza vera che si è aperta in questi 25 anni.

Alle 17:27 di lunedì, mentre a Genova si apriva il sudario coi nomi dei bambini di Gaza – perché la piazza, quest’anno, ha voluto tenere insieme tutto: il ragazzo del 2001, il facchino del 2026, i 18 mila della Striscia – a Bologna i pm studiavano i termini del nuovo registro. Trenta giorni, centoventi, ancora trenta. Da qualche parte, in un separato modello, sei nomi aspettano di sapere se diventeranno indagati o se torneranno quello che erano: note a piè di pagina di una morte avvenuta, come si dice, in servizio. Anche se a servire questo Paese, da 35 anni, era stato soprattutto lui, Abderrahim Fakir.

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Il giorno dopo il Knockout Tuesday, la sconfitta negli ottavi di finale contro il Belgio, negli uffici c'era il 26 per cento di presenti in meno.

A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova

Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.