Tra virilità, trend su TikTok, assurdità pseudoscientifiche e crisi climatica: come il tubetto di protezione solare è diventato l'ennesima questione politica.
Per quanto lì non sembri essere mai passata di moda, chi ha guardato Temptation Island non può non aver notato la presenza sempre più invadente della protagonista assoluta di questa stagione: l’abbronzatura. O, come l’ha definita Elenoire Ferruzzi, del colore da campo da tennis.
A strapparle l’etichetta della povertà – solo chi lavorava nei campi prendeva tanto sole da far cambiare colore alla pelle – ci pensava cento anni fa Coco Chanel, scendendo da uno yatch inspiegabilmente non più pallida. Da quel giorno a oggi, l’abbronzatura è andata e venuta, cambiando status di anno in anno pur confermandosi sempre un prezioso strumento di marketing.
L’espediente dell’olio Johnson’s, diventato ubiquo tra gli anni ‘60 e i primi anni ‘90 in quanto elisir capace di catturare più facilmente i raggi UV e intrappolarli nella pelle, non sembra poi così lontano. La sola differenza, rispetto a oggi, è che all’epoca neanche il più scrupoloso dei produttori si poneva il cruccio di garantire uno strato di protezione alla pelle del consumatore. Il fine e il finale dell’operazione era la scottatura.
I prodotti odierni non usano infingimenti sui rischi a cui ci si espone, ma siccome devono per forza tirare acqua al proprio mulino, preferiscono farci saltare all’occhio tutta una serie di componenti mirati alla prevenzione dell’invecchiamento della pelle, provando così a convincerci che col passare del tempo ci siamo guadagnati almeno un po’ di senno. Nel frattempo, le scuole di pensiero – vampiri che sfuggono ai raggi ultravioletti da una parte, affamati che aspettano niente altro che la loro vitamina D quotidiana dall’altra – stanno cercando un accordo. O almeno così sembra.
Shade on you
È una forza inarrestabile, quella della tintarella, che si è fermata solo davanti all’oggetto inamovibile della skincare coreana. Soprattutto, del tripudio della glass skin. L’abiura dell’abbronzatura ha avuto vita breve, però: le statistiche dimostrano un calo da parte delle nuove generazioni nell’uso di creme solari, mentre velocemente si moltiplicano i videoconsigli con stratagemmi per accelerare il processo abbronzante. E come se non bastasse, a seguire vengono anche indicazioni su quali tanning app usare, in base alla propria shade e all’obiettivo da raggiungere, misuratori che segnalano l’orario migliore per mettersi al sole e pure i minuti passati i quali è preferibile compiere la rotazione di 180 gradi, da pancia a schiena e viceversa.
Il fetish per i segni del costume in mostra ha dato il via alla Sunburn Challenge, poi inevitabilmente a sunmaxxing e tanmaxxing. Mai come in questi anni abbiamo parlato di melanomi (un report della Skin Cancer Foundation ha sottolineato come nel 2026 aumenteranno del 10,6 per cento), eppure mai come oggi vogliamo sembrare abbronzati.
Se la prova inconfutabile che il sole faccia male e invecchi la nostra pelle ci ha giustamente spaventato, allora tanto vale iniziare a simularla, la tintarella, apparendo così freschi e rilassati, appena tornati da una vacanza, poco importa se lunga abbastanza da liberare la melanina, se si è abbronzati nessuno sospetterà ferie brevi o inesistenti. Le creme protettive SPF 50+ nei “what’s in my bag” 365 giorni l’anno stanno lentamente – ma neanche troppo – cedendo il posto agli autoabbronzanti e ai make-up simulanti.
A-a-bbrozatissima
Non è lo stesso autoabbronzante che nel programma di Real Time Snog Marry Avoid veniva spalmato con il rullo da verniciatore (dichiarazioni delle stesss malcapitate di turno) e poi prontamente rimosso da POD per ritornare a un aspetto acqua e sapone e makeunder. Ma dei suddetti spray, in una versione aggiornata e rivista, il succo resta il medesimo. Il risultato che fu fortemente arancione oggi è più dorato e omogeneo, conferendo un aspetto vacanziero e sano abbastanza da fa bramare quelle poche settimane di ferie estive, talmente ambite da rendere più che comprensibile sia l’indebitamento che il raggiungimento forzato di due, tre toni cromatici in più. L’ideale è quello cantato non a caso da Anna: abbronzatissima, bellissima e gli occhi come il mar.
Anche i solarium hanno vissuto una nuova stagione, con vecchi macchinari esclusivamente UV sostituiti da sistemi multifunzione focalizzati sia sulla tintarella sia sulla cura ringiovanente della pelle attraverso lampade ibride che promettono di abbronzare ma anche di rigenerare il collagene, riscattandosi almeno in parte dalla passata demonizzazione. D’altronde, si sa che il colorito scuro assunto dall’epidermide fa da contouring corporeo per un fisico otticamente più esile. Se l’Ozempic non basta, insomma, si può sempre ricorrere a vecchi espedienti pur di assecondare le ossessioni.
A proposito di ossessioni: una recente storia su Instagram del rapper Salmo, che sosteneva di essersi ritrovato in faccia un carcinoma basocellulare per colpa delle creme solari, ha riacceso la polemica attorno alle tesi dei sunscreen truthers, che sostengono senza prove scientifiche di nessun tipo l’esistenza di un legame tra l’uso delle creme solari e l’aumento del rischio di tumori cutanei. Legame che invece esiste, ed è stato ampiamente provato, tra l’esposizione ai raggi ultravioletti e l’insorgenza di numerose malattie della pelle.
Nonostante la prevenzione, è ancora in atto una gara in cui ci si accosta le braccia gli uni con gli altri per assicurarsi di avere raggiunto la giusta gradazione. Un malsano vanto marroncino da contrapporre al pallore miserabile, anche se non serve più necessariamente prendere il sole per essere abbronzati, quindi anche l’abbronzatura è diventata un’estetica a se stante, staccata dalla cultura di cui era simbolo e dal lavoro di cui era frutto. Niente più ore e ore in posizione orizzontale con in faccia gli occhialini da solarium, come usciti da uno scatto di Martin Parr, stesi su un lettino che segue il moto di rotazione della Terra. Non abbiamo a disposizione tutto questo tempo.
L’associazione dell’abbronzatura ai “cafoni” sembra essere durata il tempo che trovava e tramontata assieme al fascino della metropoli e della sua iperproduttività, schiaffandoci in faccia la verità: non c’è nulla di cool nel rimanere in città d’estate. O peggio, nel lavorare ad agosto. È solo agonia, un ennesimo indicatore del peggioramento del nostro status socio-economico. Tanto quanto il nostro color mozzarella.
