Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
A qualche giorno dall’uscita, dopo l’ottimo risultato al box office mondiale (94 milioni di dollari complessivi nel primo weekend) e soprattutto a mente fredda: è questa la maniera migliore per parlare di Disclosure Day, dal punto di vista cinematografico ma anche per analizzare l’impatto che il film ha avuto sul pubblico.
Partiamo da questo punto. Come sempre accade, il dibattito è diviso tra capolavoro e fallimento di un cineasta ormai senza idee. Ovviamente le cose non stanno così, ma questa tendenza è anche la ragione – forse primaria – per cui ciò che racconta Disclosure Day, e il modo in cui ci viene raccontato, è oggi più che mai importante. L’individualismo e l’arroganza sono tra i grandi mali del nostro tempo, e infatti il panorama in cui si muovono i protagonisti di Disclosure Day è quello di un mondo che sta per finire per mano nostra. Sullo sfondo una escalation militare globale, il panico che monta, mentre segretamente si cerca di evitare un disvelamento che potrebbe sconvolgere gli equilibri politici, sociali e religiosi. Di fatto, azzerare tutto e ricominciare da capo. A patto che si impari ad ascoltare.
Disclosure Day non è uno dei migliori film di Spielberg, questo è indubbio. Sarebbe certamente il miglior film della vita del 95 per cento dei registi viventi in questo momento. Ma non è il migliore di Spielberg. È un film a cui bisogna in gran parte abbandonarsi, evitando di soffermarsi su certe sottolineature narrative che una volta avrebbe probabilmente evitato, su snodi che bisogna prendere per assodati sospendendo l’incredulità. Ho la sensazione che questo si chiami cinema, e che su come gestire il tempo e lo spazio in una sceneggiatura ci siano poche persone più competenti di Steven Spielberg. O di David Koepp, a cui Spielberg ha affidato lo script tratto da un soggetto scritto dallo stesso regista. Queste licenze sono funzionali ad accompagnare una regia e un montaggio di grande dinamismo, che non fanno pesare neanche uno dei 145 minuti del film. Soffermiamoci un attimo su Koepp, da più parti definito negli ultimi giorni un pessimo sceneggiatore, a cui bisognerebbe imporre un ordine restrittivo, mi è capitato addirittura di leggere, giudizi di inaudita violenza. Tanto per fare un ripassino: Koepp ha scritto La morte ti fa bella, Jurassic Park, Carlito’s Way, Omicidio in diretta, Mission: Impossible, Panic Room. Fate voi.
Insomma, ci può essere un po’ di ingenuità nel racconto, in quello che viene rappresentato e come viene rappresentato, è senz’altro vero, ma tutto quello che Spielberg ci presenta in Disclosure Day ha un senso e chiavi di lettura più profonde. È un’opera politica, prima di tutto, che si basa sulla convinzione che la democrazia in cui vive il mondo occidentale sia fasulla, di facciata, controllata da entità che non permettono una libertà reale. Lo ha detto e stradetto nel corso della sua carriera, ma era più semplice mettergli addosso l’etichetta di regista buonista che fa americanate, come gli accadde dopo E.T., in realtà opera nerissima. Lo aveva capito subito Franco La Polla, che nel suo Castoro sul regista, e soprattutto nella monografia edita nel 1995 da Lindau (storica casa editrice torinese che negli anni Novanta pubblicò opere fondamentali di storia e critica cinematografica), aveva invece compreso perfettamente l’anima nera del suo cinema.
Un’oscurità che in Disclosure Day si schiarisce progressivamente, fino allo svelamento finale, che non è un messaggio di rinnovata fiducia e ottimismo. Tutto il film è un monito, il suo didascalismo così marcato è reso necessario dalla consapevolezza che per molte persone su questa Terra è necessario usare simboli semplici per poter far arrivare anche a loro, forte e chiaro, il messaggio. In parole povere: il mondo è pieno di idioti, ma invece di tagliarli fuori, con il rischio che diventino il prossimo Trump, facciamo in modo di sembrare un po’ più scemi noi. Empatia e inclusività, questo ci trasmette Spielberg, ma non perché è bello essere tutti più buoni e amici. Semplicemente, perché l’unione fa la forza contro quei poteri che dominano il mondo. Gli alieni esistono e sono tra noi? Si, molto probabilmente. Ma il problema più grosso è il sentirsi alieni tra noi, da troppo tempo.
Poi c’è tutto il resto. La consapevolezza dell’esistenza del fratello da un altro pianeta, tanto per citare John Sayles (che fa sempre piacere), metterebbe l’umanità di fronte a delle questioni non da poco. Perché noi siamo riusciti al massimo ad andare sulla Luna e questi hanno tecnologie così avanzate da poter viaggiare attraverso lo spazio profondo? Ma non eravamo fatti a immagine e somiglianza di Dio? Queste le domande intelligenti. Poi ci sono quelle che inevitabilmente qualcuno si farebbe. Quali sono le loro fonti d’energia? Le possiamo sfruttare? Possiamo portare la democrazia a casa loro per potergliele sottrarre?
Spielberg da oltre cinquant’anni ci dice una cosa precisa: l’umanità fa schifo e ne ho le prove. I nazisti hanno ucciso sei milioni di ebrei. E il popolo d’Israele vive con un unico chiodo fisso: vendetta, a ogni costo (rivedete Munich, opera dolorosissima, per certi versi anche più di Schindler’s List). Ci siamo ammazzati in due guerre mondiali diverse, nella prima un cavallo ha cercato di capire perché, e naturalmente non ha trovato una risposta, perché non c’è. Per essere precisi: il purosangue di War Horse è una metafora della bellezza violentata dalla follia dell’uomo. Didascalico, certo. D’altronde è tratto da un romanzo per bambini, che così lo capiscono subito. Poi cresciamo e ci dimentichiamo tutto.
Così come è più semplice dire che Steven Spielberg ha perso il tocco, invece di analizzare, magari scavare anche dentro noi stessi. Disclosure Day è un film magnifico e imperfetto, per quanto girato con una maestria e una lucidità che pochi cineasti al mondo si possono permettere. È un’opera personalissima, disseminata di piccoli elementi autobiografici che fanno capire quanto radicata sia in lui la necessità, la speranza di non essere soli nell’universo. Perché qui, a casa nostra, non la Terra, ma proprio casa nostra, siamo soli. E la solitudine, si sa, genera mostri.
