Eravamo prontissimi a stroncarlo, ma “Cime tempestose” di Emerald Fennell è davvero difficile da odiare

La regista semplifica al massimo la trama del romanzo di Emily Brontë, scatenandosi invece nei costumi, nelle scenografie e nella descrizione dell'attrazione erotica tra i protagonisti, con un risultato molto tenero.

14 Febbraio 2026

Ho passato il mese di gennaio chiusa in casa: guardavo il cielo fuori, pesante come un coperchio, e nella mia testa cantavo: «I think I’m gonna die in this house». È il ritornello di “House”, la canzone più bella dell’album composto da Charli XCX per “Cime tempestose”, una litania oscura e mostruosa in collaborazione con John Cale (devono aver entrambi amato Perverts di Ethel Cain). Prima ancora di vedere il film di Emerald Fennell, che mi aspettavo avrei odiato almeno quanto Saltburn, ero già ossessionata dalla colonna sonora e avevo il telefono pieno di screenshot e video salvati che, in qualche modo, lo riguardavano: Charli XCX con l’abito da sposa rosa pallido in una tappa del press tour, un video della durata di un’ora di Jacob Elordi coi capelli bagnati dalla pioggia che tocca la spalla di Margot Robbie e poi passa avanti facendo finta di niente e poi si gira e le sorride (ah non dura un’ora?), ogni look di Margot Robbie durante il suddetto press tour, dal set pitonato rosso di Dilara Findikoglu all’abito di velluto bordeaux Chanel Couture by Matthieu Blazy al vestito-cappotto vintage SS John Galliano 1992 all’abito con le trecce di capelli veri di Dilara Findikoglu. Ma anche i TikTok dei vari Gen Z alle prese con la lettura del classico di Emily Brontë (difficilino e noiosetto, secondo alcuni) e i commenti indignati dei vari Millennial che, a quanto pare, a sentir loro, sto libro l’hanno tutti letto all’asilo e bendati e con una mano dietro la schiena, capendo tutto e amandolo nel modo giusto, cioè immensamente e subito e per intero.

Ora che l’abbiamo riletto (il film ha diffuso una Emily Brontë fever senza precedenti, forse il trend più bello della storia dell’umanità, tutti a rileggere Cime tempestose!) possiamo ammettere che non è un libro facilissimo per chi non è (o non è più) abituato a leggere (ed è invece abituato a scrollare video che, secondo le regole dei social, devono avere un “gancio” che ti cattura). Cime tempestose, il romanzo, non ha il gancio: inizia con un tizio misantropo che si è appena trasferito e ti racconta di quanto è contento di aver scoperto che il suo vicino di casa è un tizio ancora più misantropo di lui. Non proprio l’incipit più irresistibile di sempre (tranne che per noi misantropi). La storia non parte subito: i primi 4 capitoli sono un’introduzione – ok, adorabile, a tratti molto comica (le scene coi cani) a tratti horror (la scena del fantasma di Cathy) – ma pur sempre una lunga introduzione, che infatti negli adattamenti cinema e tv viene sempre eliminata. Emerald Fennell però lo usa, il gancio, che in questo caso è Owen Cooper, il ragazzino di Adolescence, che interpreta Heathcliff da piccolo: compare sullo schermo a pochi minuti dall’inizio e ti tira subito dentro.

Come tanti altri, dicevo, sono andata a vedere “Cime tempestose” con la certezza che mi avrebbe fatto schifo. Avendo detestato Saltburn – e avendo adorato Promising Young Woman – non mi fidavo più di Emerald Fennell. Com’è possibile, mi chiedevo, fare un film bruttino, cringe, esteticamente fastidioso, poco divertente come Saltburn dopo aver fatto un film delizioso, amaro, spiritoso e artistico come Promising Young Woman? Non è possibile fidarsi di una che ha creato la scena virale di quello che lecca l’acqua della vasca da bagno dove quell’altro si è masturbato. Né di una che sceglie Jacob Elordi per fare Heathcliff (“dark skinned gipsy”) e Margot Robbie, 35 anni, bionda, per interpretare una che nel libro ne ha massimo 18, e i capelli castani. Per non parlare di quel trailer pruriginoso. Non posso fidarmi di lei, mi dicevo, anche se tra i 13 film che ha scelto per la rassegna cinematografica al British Film Institute organizzata in occasione di “Cime tempestose” ci sono alcuni dei mei film preferiti, e nell’intervista con Baz Luhrmann su Interview, in cui si auto-definisce una “psychotic details demon”, dice: «Nobody loves Emily Brontë more than I do. I’m a creepy obsessive. But I also know you can’t do a fully faithful adaptation of this, because it would be too long and simply wouldn’t work as a movie».

E invece “Cime tempestose” è un film impossibile da odiare in cui Emerald Fennel fa tre scelte interessanti: semplifica al massimo la trama del libro, concentrandosi solo sulla “storia d’amore tossica” tra i due protagonisti (modificandola a suo piacimento rispetto all’originale) + esagera in tutto ciò che riguarda il lato estetico-sensoriale del film, scatenandosi con i tessuti, le acconciature (meravigliosi gli intrecci con i nastri di Isabella), le scenografie (pareti piene di stelline o che riproducono la pelle di Catherine), la colonna sonora + mantiene gli splendidi dialoghi dell’originale (lo conferma nell’intervista: «even the scenes later in the movie that are a little more transgressive, almost all of that dialogue is Brontë», dice).

Riesce anche a conservare un po’ della cattiveria dei personaggi (una delle cose più belle del libro è proprio la cattiveria di tutti e il modo in cui comunicano, bestemmiando e insultandosi in continuazione – e che insulti stupendi, ce n’è quasi in ogni pagina), aggiungendo però momenti molto leggeri, inediti e carinissimi, come la scena in cui Isabella (Alison Oliver, bravissima), l’infantile e bruttina protetta del ricco Edgar Linton, l’uomo che Catherine sposa per elevarsi dalla povertà, riassume la storia di Romeo e Giulietta raccontandola come se fosse un romanzetto rosa o un romance (che, a pensarci bene, è proprio la stessa cosa che Emerald Fennell ha fatto con Cime tempestose): senza lieto fine, però, ovviamente. E anche qui non c’è lieto fine. Personalmente ho iniziato a piangere già quando il piccolo Heathcliff stringe la caviglia di Cathy e sono andata avanti per tutto il film. L’ho confidato a diverse colleghe e amiche che, dopo averlo visto, mi hanno detto che secondo loro era il pre-ciclo: l’hanno trovato un film molto carino, ma di certo non emozionante. Coinvolgimento emotivo pari a zero, secondo loro. Eppure, nella tote bag che ci hanno dato all’anteprima, l’unico omaggio era un pacchetto di fazzoletti: forse, mio malgrado, sono il pubblico ideale di Emerald Fennell.

Prevedo litigi sulla chimica tra Margot Robbie e Jacob Elordi: c’è o non c’è? Sono troppo “adulti” per risultare credibili? Sono ridicoli? (Lui un po’ sì, quando compare dopo il glow up con l’orecchino e i capelli tagliati: mi hanno detto che alla prima proiezione al cinema Anteo di Milano, durante quella scena, il pubblico ha urlato e applaudito). Io dico che Robbie è così brava che a un certo punto inizi a fregartene: sì, è evidentemente una donna di 35 anni e sì, va bene così. Le scene di sesso non sono imbarazzanti come Saltburn ci aveva fatto temere (anche se nella scena di sesso più riuscita quelli che fanno sesso non sono loro – per capirci: quando lui le copre gli occhi con la mano). I momenti Fennelliani che finiranno su TikTok (lui che infila le dita nelle uova crude, lei che fissa la cuoca che impasta, lui che le lecca le dita dopo che) non sono cringe come quella della vasca, anzi, hanno senso, e le visioni più trash (la schiena sudata di lui con le cicatrici delle frustate) sono tutto sommato perdonabili, soprattutto se la schiena è quella di Jacob Elordi.

A dire il vero, la mia scena preferita non riguarda neanche i due protagonisti: avviene tra Heathcliff e Isabella, ed è abbatanza perversa. In pratica lui le chiede il consenso di trattarla malissimo, o meglio, le dice cose orrende («non ti amerò mai, amerò per sempre Catherine» e cose simili) e dopo ogni verità-cattiveria detta le chiede se vuole che si fermi (stanno per fare sesso) e lei continua a rispondergli no, non ti fermare. È una scena che non c’è nel romanzo, ma incarna benissimo un altro tipo di amore fatale – quello non corrisposto – in cui l’innamorata è masochista, febbricitante, tendente all’auto-umiliazione: mi ha fatto pensare a uno dei miei libri preferiti, Fosca di Iginio Tarchetti e all’adattamento diretto da Ettore Scola, Passione d’amore. Il protagonista, Giorgio, definisce Fosca così (potrebbe benissimo essere una descrizione di Isabella): «Fosca soltanto aveva meritato il mio amore, ella sola mi aveva amato, ella che aveva sfidato il ridicolo, il disprezzo, la collera, ella che aveva rinunziato al suo orgoglio di donna, domandando per pietà ciò che le altre danno per debolezza, per vanità o per vizio». Se la Catherine del film è così orgogliosa e potente da arrivare a morire per vendicarsi di Heathcliff (quella del libro è molto più confusa, molto più in balia), Isabella si muove in un abisso altrettanto folle: sogno uno spin-off tutto dedicato al masochismo di Isabella e all’amore non corrisposto (chissà, magari lo scriverò io).

E a proposito di personaggi secondari: Nelly (Hong Chau), la governante che nel libro è praticamente la voce narrante di tutta la storia (e, come ricorda Fennell nell’intervista, secondo alcuni critici è la vera cattiva del romanzo, la cattiva più cattiva di tutti) è perfettamente perfida, frustrata com’è dai capricci, dall’egocentrismo e dal sadismo di Catherine, ma al tempo stesso incatenata a lei da un morboso rapporto di co-dipendenza. Anche il padre di Catherine, che nella visione di Fennell ricopre il ruolo che nel libro è del fratello di Hindley (il padre muore all’inizio), è ambiguo nel modo giusto: affettuoso, divertente, violento, alcolizzato, giocatore d’azzardo. L’unico problemino è che, a parte quando si rapporta con Isabella, l’Heathcliff di Emerald Fennell non è cattivo come quello originale, e anche Catherine sembra molto meno fragile e ambivalente. Nel romanzo la storia tra Catherine e Heathcliff, che occupa soltanto la prima parte, non ha quasi niente a che fare con l’amore: ha molto a che fare, invece, con il possesso, l’ossessione, l’egoismo e al tempo stesso coinvolge energie molto più violente, misteriose e complesse, forze demoniache che trascendono i personaggi stessi. Cime tempestose non è una storia d’amore, è la storia di una maledizione. Qui invece abbiamo, molto più semplicemente, due amanti che, a causa di un’incomprensione iniziale, rimangono incastrati in una concatenazione di vendette, finché, inevitabilmente, vince chi per vendetta muore. È forse per questo che, alla fine, il film risulta una specie di spottone delle relazioni tossiche  Esci dalla sala e vorresti anche tu un Jacob Elordi munito di orecchino che piange abbracciando il tuo cadavere: ma poi ti dici che era solo un film, e ti chiedi se riguardandolo piangerai ancora, e ti riprometti di rivedere anche gli adattamenti del passato (soprattutto quello minimale di Andrea Arnold con Kaya Scodelario, 2011), e magari di rileggere ancora una volta il libro, e ascoltare l’audiolibro, e riascoltare l’album di Charli XCX, e insomma grazie a Cime tempestose tra virgolette ti trovi a rivivere nel 2026 l’ossessione per Cime tempestose senza virgolette, una storia cupissima e crudele scritta nel 1845 da una ragazza di 27 anni.

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