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Valentino in Qatar

Con quella che il mondo della moda considera l'acquisizione dell'anno, l'emiro al-Thani ha comprato il brand italiano. Tutt'altro che casualmente.

Nel panel di Studio in Triennale dedicato alla moda (sabato 1 dicembre alle 14,30), tratteremo la recente acquisizione di Valentino da parte dell’emiro del Qatar. Una storia che abbiamo raccontato anche nella cover story di Studio 10, da cui questo articolo sul duo creativo di Valentino è tratto).

 

Era il 2007, Richard Meyer aveva da poco finito di rinfrescare l’Ara Pacis che questa era già stata concessa per una tre giorni di addio all’Imperatore dell’haute couture, il padrone del Made in Italy apparentemente rimasto senza eredi: Valentino Garavani. Il quale portava in scena, per l’ultima volta, la sua filosofia, ineccepibile trittico di stile, costume e molta società. Il couturier lasciava per sempre la festa e metteva fine a un’epoca di strascichi rossi e moda intesa come lusso assoluto. Cinque anni dopo, quasi in sordina, la maison Valentino ufficializzava la vittoria di un’altra strategia, quella che allo stilista innamorato di Gstaad, del jet-set e delle principesse piaceva meno, anzi non interessava affatto: il continuativo. Non di creatività, ma di vendite certe. La parola, apparentemente svilente, che riassume la strategia introdotta appunto dalla maison Valentino da poche stagioni, sta a significare una linea di abbigliamento e di accessori che sia fruibile e funzionale alle esigenze di mercato 365 giorni l’anno, anche quando le estati sfilano in inverno e viceversa. Un gioco produttivo senza soluzione di continuità che spesso non riesce neppure a maison dalla tradizione quasi centenaria e che invece, quando ben assestata, risulta essere salvifica in tempi in cui le acque – e le penne dei designer in carica – non sono proprio tranquille.

A Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli – il duo alla direzione creativa del Valentino Fashion Group da quando nel maggio 2009 hanno raccolto il testimone del sig. Garavani, dopo dieci anni passati all’ufficio accessori – la parola continuativo, a differenza dell’ex mentore, è da subito suonata come la giusta base di partenza, tramutata in una collezione d’esordio fatta sostanzialmente di tracolle e ballerine profilate di borchie quadrate. Quattro anni dopo, quella linea c’è ancora ed è tra i best-seller dei negozi del brand. Espadrillas di pizzo rasoterra, pochette di pitone blu elettrico, cerchietti borchiati: non esattamente il look con cui iconograficamente ci si aspetterebbe di vedere sfilare la gran dama del Qatar, Sheikha Mozah. Lei, bellissima (e seconda) moglie favorita dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, sarebbe stata meglio con un abito da red carpet di Valentino Garavani, ideale ultima fiamma in grado di onorare quell’haute couture che non ha più reali ad indossarla con merito. Invece l’occhio di Sheikha Mozah si è poggiato su un desiderio preciso e più democratico: la borsa di stagione. Di molte stagioni d’oro. Quante quelle che il Valentino Fashion Group dovrà essere in grado di riprodurre, visto la cifra record da più di 700 milioni di euro che ha sancito la cessione completa del Valentino Fashion Group al fondo Mayhoola for Investments Spc dell’emiro al-Thani, segnando anche l’altro primato di primo marchio di moda italiano di totale proprietà araba.

Una scelta di stile che ha messo in luce la moglie favorita, molto più di quanto abbia fatto la sua presenza tra le 100 donne del potere secondo Forbes. Quello che ha portato Sheikha Mozah alle cronache, e ha destato il circolo fashion dalle solite polemiche d’estate sul calendario degli show, non sono stati tanto i 700 milioni piovuti sul terreno arso del mercato della moda – tanti e desideratissimi, certo – quanto la prontezza con cui ha saputo leggere e interpretare il fenomeno Valentino in chiave contemporanea. La nuova mecenate del Made in Italy ha messo in chiaro che i fasti dell’epoca d’oro delle modelle da Dream Team (vedi Crawford, Campbell, Schiffer) sono sfumati e che quello che madame Sheikha ha chiesto al marito non sono vezzi, quanto piuttosto quote di un esperimento riuscito: «Introdurre il continuativo ha certo influenzato questi ultimi anni del brand, perché lo stile e le collezioni di Valentino Garavani erano basate sull’unicità, il suo prêt-à-porter era vicinissimo per qualità e costi all’alta moda» ricorda a Studio Antonio Conti Bandini, per dieci anni al fianco del leggendario couturier nell’ufficio stile e ora designer di Ilaria, brand cinese di prêt-à-porter a Gohnzu, brillante compromesso di produzione fast-fashion con silhouette e ricerca made in Italy.

Produrre collezioni più abbordabili e accessori evergreen per “fare cassetto” rimane la ricetta – non troppo segreta – che ha conquistato la coppia Mozah – al-Thani, soprattutto in ottica di un’espansione futura nel settore (vedi quell’1,03 % del colosso Lvmh che al-Thani possiede). Un rappresentante dello sceicco, prima dell’estate aveva accompagnato l’accordo con una lettera ufficiale entusiasta dove scriveva che Valentino «è un ottimo equilibrio tra i valori definiti dal fondatore Garavani e la visione contemporanea e sofisticata che ha reso il marchio estremamente attuale e con grande potenzialità di sviluppo». Eppure l’estetica preraffaellita di Chiuri e Piccioli nel 2009 non aveva fatto scucire esattamente le stesse affermazioni dalla stampa e dal mercato internazionale: bellissime sculture di pizzo e aggraziate silhouette, femminee più che mai, ma ancora troppo debitorie del sogno di Valentino, si diceva e si scriveva. Poi, però, l’understatement da avere è diventato quel pizzo e broccato firmato dal duo, fiocchi e ballerine piatte dopo annate di stiletti e seta, nuovo passo verso la contemporaneità: addio schiene nude e benvenuta morigerata allacciatura monacale. «Sono riusciti a svecchiare il brand usando pizzo e girocollo al posto delle scollature profonde» racconta a proposito Conti Bandini. Che aggiunge: «L’acquisizione è avvenuta ora perché solo ora Valentino è comprabile; prima si acquistava il pacchetto, Valentino Garavani incluso. Sono felice perché il nome entra in un nuovo mondo. Certo è che, nonostante cambiamenti e linee diverse, Sheikha Mozah ha acquistato quello che è ancora un sogno. Che per esser gestito e reso cool va però compreso del tutto fino in fondo».

Qualche settimana fa uno spettro ha rischiato di fiaccare l’euforia circa l’acquisizione del Valentino Fashion Group, con quella che è stata quasi una proiezione di ciò che può accadere quando a mettere le mani su una maison storica sono molti soldi e molta fretta. A fine agosto infatti, le sorelle Lucia e Barbara Croce hanno lasciato l’atelier parigino di Vionnet dove da un paio di stagioni appena si esercitavano in qualità di designer più che apprezzate, anche dalla nuova proprietà, vale a dire la mecenate kazaka Goga Ashkenazi (colei che per mise e atteggiamenti è già stata rinominata Lady Goga) che con la sua Go-To Enterprise detiene la quota di maggioranza della Vionnet Spa. Come un falco Goga Ashekenazi aveva felicemente comprato il cambiamento (anche di fatturato) che in pochi mesi si era respirato in casa Vionnet, ma è bastato poco per far incrinare l’ideale di mecenatismo felice, e così in questi giorni Lady Goga e le sorelle Croce rischiano di palleggiarsi accuse di ostruzionismo e incomprensione di stile.

«Il caso Vionnet è indicativo: lo stile e il gusto spesso fanno troppa paura. Basti pensare a quando i nuovi russi si erano affacciati inizialmente sul mercato: cercavano lusso “in evidenza”, facile, ovvero griffe che eccedevano in oro e leopardo. Ora non più. Gli investitori cercano anche e soprattutto lo stile sofisticato, con un potenziale ma soprattutto con un background notevole. E tutto si fa più complicato da gestire. Anche per questo in Cina si è subito creata questa spaccatura tra élite che riconoscono il brand intellettuale e di tradizione allo stesso tempo, e coloro che desiderano acquistare immediatamente lo status symbol e puntano, per esempio, su Hermès», ci conferma Bandini (che la materia la conosce bene essendo stato chiamato proprio in Cina, dopo anni di esperienza da Valentino, Dolce & Gabbana e Alberta Ferretti, con la missione di interpretare quel non automatico mix fra espansione economica e gusto centenario).

Valentino in Qatar, in sostanza, potrebbe non fare una piega. A patto che si riescano a coniugare sogno, tradizione, collezioni rassicuranti e fatturati brillanti. Equilibrio difficilissimo. Da rendere, questo sì, il vero continuativo della maison.

 

Vuoi saperne di più su Studio in Triennale? Ecco il programma completo della tre giorni di incontri, discussioni e concerti. Vi aspettiamo.

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