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Venezia da rifare

Il festival italiano scimmiotta Oscar e Cannes: cosa non va, in fondo, a Venezia?

Una delle cose che più mi piace del Festival del Cinema di Venezia è vedere quello che accade una volta che finisce. Durante quella decina di giorni, mentre l’attenzione di tutti i fruitori è lì, impegnata sul campo a discettere di cinema e dei vari film in concorso, le cose sembrano tutte belle e facili. Ci si crea l’illusione che realmente il Cinema sia qualcosa di importante, che addirittura si possa parlare di Cultura. Poi, una volta che si spengono le luci, cominciano i veri problemi. Una volta che si esce da quello strano circolo magico che è il Lido, il sogno si infrange e il Cinema torna ad interessarci per motivi il più delle volte futili.

La polemica più facile, quella che ormai ci becchiamo dal lontano 1998, anno in cui venne premiato Gianni Amelio con il suo Così Ridevano, è il mantra “Delusione Italia”. L’Italia non vince il proprio Festival del Cinema e questo non va giù ai politici che vogliono difendere il patrio onor cinematografico e ovviamente a chi ha messo i soldi per finanziare i film. Puntualmente, praticamente tutti gli anni, gli italiani escono a mani vuote dal Festival per poi lamentarsi di una sorta di sudditanza degli arbirti. Come se i giurati fossero sempre di parte e decidessero di non premiare i poveri film italiani per puro preconcetto. Il problema principale non è però questo. Il vero problema è che poi i film vengono snobbati in sala. Bella Addormentata, il film di Marco Bellocchio di cui tanto s’è discusso, è uscito due giorni prima della fine del Festival e, pur essendo un ottimo film, pur avendo ricevuto buone critiche da tutti i giornalisti, non ha incassato quanto si sperava. Distribuito da 01 in 328 sale, Bella Addormentata s’è posizionato sesto nella classifica dei film più visti in Italia, incassando la modestissima cifra di 392.666 euro in quattro giorni di programmazione. Il vero problema è dunque questo, non tanto che il film è stato snobbato da quel cattivone del presidente di giuria Michael Mann. La questione è che poi non è andato a vederlo nessuno.

A questo va aggiunto Il fatto che vincere un Festival come quello di Venezia non è garanzia di un buon risultato al botteghino. Al di là di piccole eccezioni come Brokeback Mountain e The Wrestler – pellicole americane vendibili più per la presenza nel cast di divi riconoscibili piuttosto che per la loro vittoria a un festival – i film che si portano a casa il Leone d’Oro non sono quasi mai dei successi economicamente rilevanti. Vi ricordate per esempio di pellicole come Still Life di Jia Zhang-ke? O de Il Ritorno del russo Andrei Zviagintsev? Questo giusto per citare i casi più evidenti, ma anche film come il Faust di Soukurov o il criticatissimo Somewhere di Sofia Coppola non sembra abbiano goduto della vittoria al Lido. Insomma, soprattutto a Venezia, non si partecipa per vincere, ma per mettere in vetrina il proprio film. Vincere Venezia, come Cannes, non equivale a vincere l’Oscar per cui chiunque corre a vedere il film vincitore della famosa statuetta. Eppure da noi resiste ancora quell’idea per cui è solo ed unicamente un premio a trasformare in appetibile un film.

Che la situazione italiana sia diversa da quella americana è evidente, non ci vuole certo un genio per comprenderlo. Eppure, se dobbiamo limitarci ad osservare la copertura giornalistica riservata al Festival del Cinema di Venezia, sembrano essere in tanti queli che sperano che Venezia possa essere come Hollywood. L’errore non potrebbe essere più macroscopico, ma evidentemente ci si ferma alle apparenze. “Hollywood ha a che fare con il cinema. Venezia ha a che fare con il cinema. Per cui il rattamento dovrebbe essere lo stesso, no?”. Sfortunatamente la risposta è proprio un secco e deciso NO. Eppure, che piaccia o meno, i vip in motoscafo, le feste, le capigliature delle star, le feste mondane, gli smoking, sono gli ingredienti che riempiono le pagine dei quotidiani e il minutagio dei servizi del telegiornale. Solo che per uno Zac Efron che arriva al Lido, si contano almeno un Brillante Mendoza e un Ulrich Seidl. Personaggi, diciamo così, difficilmente glamourizzabili. Ma non importa! Si spendono litri d’inchiostro sulla madrina del Festival Kasya Smutniak, si stilano classifiche degli abiti più provocanti delle star invitate per realizzare gustose e frivole gallery di foto cliccabili sulla colonnina destra e si cerca ad ogni costo un gossip o uno scandalo da rivendere al miglior offerente.

C’è una sorta di schizofrenia strisciante che da anni affligge il festival. C’è chi ricerca il glamour a tutti i costi e chi invece si concentra sui film, sperando in una proposta di qualità. Le due cose mal si conciliano. L’evidenza di questo clash è perfettamente espressa nella cerimonia di premiazione. Non so se vi è mi capitato di vederla, ma vi giuro che ne vale veramente la pena. Ogni anno è un disastro totale, ma non potrebbe essere altrimenti. Il festival del Cinema di Venezia, nel suo aspetto più mondano, pubblico, non ha un’identità precisa. Anzi, peggio: ci sono in campo forze diversissime, ognuna delle quali ha una sua idea personale di quello che dovrebbe essere la superficie di un Festival del genere. E sono tutte in contrasto tra di loro.

L’impressione che si ha guardando la cerimonia di premiazione del Festival del Cinema di Venezia è estremamente difficile da sintetizzare. L’idea che mi sono fatto è questa: da una parte, si tenta di imitare lo spettacolo tutto americano degli Oscar. Dall’altra si tenta di avere la freddezza e la secchezza del Festival di Cannes. In mezzo c’è la volontà di avere una personalità propria, di realizzare uno spettacolo unico, con una sua personalità e identità. A lato invece, il dato forse più disarmante: a livello tecnico televisivo, la cerimionia di premiazione del Festival del Cinema di Venezia è quanto di più brutto si possa immaginare. Sanremo a confronto sembra la miglior BBC degli anni Sessanta. Vi giuro, raramente vi capiterà di vedere una diretta così piena di errori di semplice grammatica televisiva e di assurdità organizzative. Uno spettacolo raffazzonato, che il più delle volte fa nascere nello spetttore quella strana sensazione che ci porta a girare rapidamente canale per nascondere un sincero imbarazzo. Microfoni sempre aperti anche quando non dovrebbero, la traduttrice che rimane per l’intera durata della cerimonia inspiegabilmente sul palco, il photocall dei premiati fatto sotto il palco in modo da creare una pausa di NULLA televisivo di tre munuti. Insomma, una tragedia.

Uno spettacolo che dovrebbe avere un appeal e un fascino televisivo e che invece risulta noioso come la riproposizione di uno spettacolo teatrale fatto in oratorio. Ora, si può anche non inseguire il modello degli Oscar con balletti e momenti comici, ma non per questo la diretta televisiva dev’essere inguardabile. Esiste la possibilità di fare dell’intrattenimento anche senza lanciare dei petardi per aria.

Come spiegato nel paragrafo precedente, il Cinema per il giornalismo italiano è sinonimo di celebrity, sfarzo e lusso. Una cerimonia del genere non può fare a meno di fare i conti con questo assunto. Per cui c’è un red carpet da attraversare, autografi che vanno firmati e vip che vanno invitati. Ma dall’altra parte c’è da mantenere quall’aria snobbetina da Festival del Cinema. Ribadiamo il discorso fatto precedentemente: se si decide di invitare Aleksandr Sokurov, difficilmente si può pensare di fare dello scoppiettante intrattenimento. Per cui ecco subentrare la seconda anima di Venezia, quella invidiosa di Cannes. Mai vista la premiazione organizzata dagli odiati cugini transalpini? C’è poco da fare: è bella. Funziona tutto, non annoia, è sintetica, elegante e senza fronzoli. Nessuna concessione all’intrattenimento più frivolo: uno spettacolo che sa valorizzare il Cinema e i propri protagonisti senza cadere nello scontato e nel banale. Venezia, quando non vuole farsi notare per avere sul red carpet Valeria Marini, sembra voler seguire proprio quella strada ma le cose non sono così scontate. Riuscire a fare una premiazione come quella di Cannes non è cosa da poco: bisogna essere organizzati, precisi e bravi. Cosa che noi, sfortunatamente, non siamo. Il Festival del Cinema di Venezia va verso la sua 70° edizione: speriamo si possa finalmente trovare una propria identità. Nel frattempo attendiamo con ansia il risultato al botteghino del film Pietà di Kim Ki-duk.

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