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The Grandmaster

L’ultimo film di Wong Kar-wai è «un sogno d’oppio in technicolor». Capire il soft power cinese attraverso il cinema del kung fu: combattere senza combattere.

Bangkok – Thailandia

Shifu, Chef, Kung Fu. Il mio Shifu, Maestro, è uno Chef, un cuoco. C’incontriamo il mattino presto sulla terrazza sul tetto del condominio di Bangkok dove abitiamo. M’insegna l’Hung Fut Pai, uno stile di Kung Fu (termine che significa “Maestria”). Come quasi tutte le tradizionali arti marziali cinesi (ossia wushu), deriva da quella elaborata circa 1500 anni fa a Shaolin, monastero nel bosco del Mon Song, una delle cinque montagne sacre della Cina.

Rispetto ad altre correnti che scorrono dal grande fiume dello Shaolin – secondo l’immagine di Kenji Tokitsu, Maestro e studioso di arti marziali – l’Hung Fut Pai è poco noto, dalla storia incerta. Almeno per chi, come me, non abbia la capacità di consultare testi cinesi. Il Maestro Jackie Ho (nome che sembra d’arte) l’ha imparato a Hong Kong, da bambino. Da allora non ha mai smesso di praticarlo. Secondo lui è il più efficace per difendersi da banditi di strada, come gli è capitato. Mostra una cicatrice da coltello sull’avambraccio. «Ma sono finiti tutti per terra», dice ridendo. Per vantare la supremazia della sua scuola, Jackie afferma che è addirittura più efficace del Wing Chun Kuen (il Pugilato dell’Eterna Primavera), arte marziale ideata nella seconda metà del XVII secolo dalla monaca buddhista Ng Mui.

Mattino dopo mattino, Jackie svela come difendersi a colpi di hok joy (pugno a becco di cicogna) o fu jow (ad artiglio di tigre). Al termine della lezione va al lavoro in uno dei più lussuosi hotel della capitale thailandese, dov’è executive chef per la cucina cinese. Io mi metto a scrivere storie come questa.

Oltre l’assonanza, Shifu, Chef e Kung Fu assumono una curiosa coincidenza semantica. Questa storia, a sua volta, è un pretesto per riflettere sulle casualità dell’Asia, dove il caso è inglobato nell’ordine naturale delle cose, fa parte di una trama. Insomma non è un caso.

 

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E così l’incontro con il Maestro sul tetto del condominio di Bangkok diventa parte di una trama che ci conduce a un altro Maestro. Anzi a molti Grandi Maestri. Uno è il regista Wong Kar-wai, nato a Shanghai e trasferito a Hong Kong a cinque anni. Il tema dei suoi film è la ricerca della felicità e la trasformazione degli esseri umani: dalla “storia di una donna che prende la strada più lunga per incontrare l’uomo dei suoi sogni” di My Blueberry Nights, alle ambigue storie di Chungking Express che hanno per set la Chungking Mansion, un gruppo di palazzi al centro di Hong Kong ricettacolo di varia umanità. Il Grande Maestro, The Grandmaster, è anche titolo dell’ultimo film di Wong Kar-wai, presentato il 7 febbraio in apertura del Festival di Berlino (di cui il regista era presidente della giuria). Il Grandmaster protagonista del film è Ip Man (Tony Leung, noto per In the Mood for Love dello stesso Wong Kar-wai), Grande Maestro di Wing Chun.

Le scene di combattimento sono tra le più abbaglianti viste sul grande schermo, «un sogno d’oppio in technicolor»

Ip Man (o Yip Man o Ye Wen), nato nel 1893 a Foshan, provincia del Guandong, Sud della Cina, è colui che ha diffuso il Wing Chun nel mondo, codificandone l’insegnamento nella scuola che aprì a Hong Kong, dove si era rifugiato durante l’invasione giapponese della Cina. Fu là che, tra il 1954 e il 1957, iniziò a studiare le arti marziali un giovanissimo Bruce Lee. Figura di culto tra gli adepti del wushu, Ip Man è divenuto famoso grazie a due film semi-biografici diretti dal regista honkongher Wilson Yip Wai-Shun e interpretati da Donnie Yen con senso della misura.

Il film di Wong Kar-wai è più complesso: ancora una volta il regista sovrappone i piani della narrazione. Con buona sintesi The Hollywood Reporter lo definisce «unione in parti uguali di tristezza esistenziale e azione che sfida la gravità». Le scene di combattimento sono tra le più abbaglianti viste sul grande schermo, grazie alle coreografie marziali di Yuen Woo-ping (cui si devono quelle di Matrix e La Tigre e il Dragone). Specie la scena iniziale: «Ma perché la pioggia?» ci s’interroga sul sito cinese Globaltimes. «Fai vedere il kung fu per strada e avrai una rissa. Metti il kung fu per strada sotto la pioggia e avrai l’arte». Da quella scena in poi il film si sviluppa come «un sogno d’oppio in technicolor» e la trama «è sostenuta dallo sviluppo degli stati d’animo».

Nella trama s’intrecciano le vicende della prima repubblica cinese (1912-1949) e dell’invasione giapponese, e il confronto tra i Grandi Maestri di wushu dell’epoca (il titolo originale del progetto, cui Wong Kar-wai ha lavorato per circa dieci anni, era al plurale). Confronto che appare significativamente “rovesciato” nel duello tra Ip Man, Maestro di uno stile del sud, morbido, “femminile”, e Gong Er, Maestra di Baguazhang, ovvero il palmo degli otto trigrammi, stile del nord d’origine taoista che si manifesta con esplosioni d’energia “maschile”. Contrasto accentuato dall’interpretazione di una Zhang Ziyi, nella parte di Gong Er, definita dai cinesi “luminosa”. Aggettivo riferito sia alla bellezza dell’attrice, già protagonista de La Tigre e il Dragone, sia al “lato” della disciplina da lei praticata, in contrasto con quello “oscuro” di certe pratiche taoiste.

 

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Per un occidentale, possono apparire sottigliezze esoteriche, ma ci riconducono alla base stessa della cultura cinese, secondo cui tutto segue una logica circolare, composta dalla compenetrazione di Yin e Yang, i principi opposti e complementari dell’essere umano. Lo Yin rappresenta la terra, l’oscurità, il femminile, lo Yang è il cielo, la luce, il maschile. Insieme compongono il Ch’i, il “respiro dell’universo”, l’espressione dell’energia della vita presente in ogni cosa e in tutti gli esseri.

«Il kung fu fa parte di quel processo a lungo termine d’autoperfezionamento fisico e spirituale di cui fanno parte l’antica filosofia cinese, il buddhismo, il taoismo e anche la medicina tradizionale» spiega Zeng Hairuo, regista del documentario Kung Fu.

In questa prospettiva, The Grandmaster diviene il nuovo modello di wuxia, il cinema di arti marziali (di cui è manifesto La Tigre e il Dragone di Ang Lee, vincitore di quattro Oscar nel 2001).

Il termine wuxia è composto da due caratteri: wu, che, come in wushu, si riferisce genericamente alla guerra, e xia, traducibile con cavaliere. Una Chanson de Geste cui si sovrappongono spesso elementi magici, horror, noir, e che deriva dai romanzi storici wuxia xiaoshuo, a loro volta ispirati alla letteratura Tang (601-907) e agli huaben, i racconti dei cantastorie della dinastia Song (960-1279).

Il cinema wuxia è così divenuto una delle più sottili e pervasive forme del cosiddetto “Soft Power” cinese. L’espressione è stata coniata dal professore di Harvard Joseph Nye per descrivere l’abilità di un corpo politico nel persuadere, convincere e attrarre tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni. Concetto profondamente radicato nella cultura cinese. Secondo il saggista Ian Buruma, è determinato dal fatto che la Cina continua a essere governata da un’idea religiosa della politica. Ai tempi dell’impero era l’ortodossia confuciana. Oggi si è trasformata nella “conservazione delle tradizioni culturali”.

Il cinema wuxia è divenuto una delle più sottili e pervasive forme del cosiddetto “Soft Power” cinese.

La stessa tradizione Shaolin è stata utilizzata per esaltare gli antichi valori morali e culturali. Proprio a Shaolin, si è formato Jiang Qing, uno dei maggiori teorici del confucianesimo contemporaneo. E uno dei più noti interpreti dei kung fu movie, Jackie Chan, ricollegandosi all’originaria disciplina monastica, ha dichiarato che «la democrazia non è adeguata allo spirito cinese». I monaci Shaolin, da monaci guerrieri osteggiati dal sistema, si sono reincarnati in “monaci elettrici”, interpreti di spettacoli sfolgoranti d’effetti speciali, produttori televisivi e cinematografici, editori, imprenditori. «I tempi sono cambiati, i monaci devono apprendere le tecniche di comunicazione e le nuove tecnologie» ha dichiarato all’agenzia di stato Xinua, Shi Yongxin, attuale abate nonché rappresentante al Congresso Nazionale del Popolo.

Il soft power cinese, insomma, tende a esprimersi nella Charm Strategy, la strategia del fascino, impostata dall’ex presidente Hu Jintao. “Una Zhang Ziyi è più efficace che diecimila Confuci” afferma Zhang Yiwu, professore di letteratura all’università di Pechino. Secondo il professore, la dottrina confuciana, quale forma di controllo e imposizione dell’ortodossia, andrebbe considerata strumento dell’hard power. Quello che, per l’Occidente, il Giappone e altri paesi asiatici, rappresenta la “minaccia” cinese.

 

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L’obiettivo, per il governo di Pechino, non è il conflitto bensì evitare il conflitto. Anche in questo caso, seguendo l’insegnamento di un Grande Maestro: Sun Tzu. Nella sua Arte della guerra afferma: «ogni battaglia è vinta o persa prima di essere combattuta». Lo stesso concetto del combattere senza combattere è alla base delle arti marziali. Scrive Kenji Tokitsu in quello che è un manifesto dello Shaolin contemporaneo, L’arte del combattere: «L’ideale nella via del guerriero è l’immagine di un adepto di spada che domina il suo avversario solo puntando la propria spada».

L’obiettivo, per il governo di Pechino, non è il conflitto bensì evitare il conflitto, seguendo l’insegnamento di Sun Tzu: «ogni battaglia è vinta o persa prima di essere combattuta»

 

La strategia che sembra funzionare: nel teatro asiatico, dove la Cina sta conquistando i mercati, come nel mercato dello spettacolo globale. I kung fu movie di Hong Kong hanno affascinato registi, attori e produttori di Hollywood. Ne è caso esemplare The Man With The Iron Fists (in uscita nelle sale italiane). Diretto dal rapper RZA, fanatico delle arti marziali, prodotto da Quentin Tarantino e interpretato, tra gli altri, da Russell Crowe, è un film «che tenta di condurre il kung-fu fuori da ogni barriera estetica». In questa forma, però, viene disinnescata la potenza reale del wushu. Si trasforma in un videogame, rientra nelle correnti new-new-age o nella compulsiva ricerca del fitness che ossessionano l’Occidente.

Tutte cose che i Grandi Maestri non possono capire. Anzi disapprovano. E’ per questo motivo, ad esempio, che non oso rivelare al mio Shifu che certe mattine lo tradisco per esercitarmi in una palestra di Muay Thai, la boxe thailandese. Un modo molto fisico di rilassarsi. Come accade ora, alla fine di questa Storia.

 

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