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Padania Classics

Intervista a Filippo Minelli, l'artista responsabile di un progetto fotografico sul "surreale" del paesaggio padano.

A vent’anni per qualche tempo ho fatto il magazziniere in un’azienda del sud-est di Milano, nel cuore di uno dei distretti industriali sparsi sulla cintura della città. Non era lontano dall’Abbazia di Chiaravalle e nelle belle giornate riuscivo a intravedere la sua torre nolare fasciata da una pellicola di smog. A ignorare l’inquinamento era una bella vista. Sfortuna era anche l’unica. Se puntavo lo sguardo altrove, il paesaggio si caratterizzava infatti per un’incessante collana di fabbriche più o meno identiche, depositi di materiali esausti più o meno nocivi, magazzini di corrieri più o meno movimentati, pompe di benzina più o meno malfamate, mense self-service più o meno terribili. Dappertutto mi sembrava di respirare un’aria da ultima frontiera della civiltà: un Far-West di ritorno con l’unica differenza che la ricchezza non si contava in pepite ma in documenti di trasporto. Qualche volta mi spedivano altrove, a portare o a ritirare della merce, e con la macchina mi tuffavo ancora più a sud nella pianura che schiuma tra Lodi, Crema e Milano, e lì mi infilavo in un altro panorama ancora: buche nell’asfalto larghe come testuggini, rotatorie fantasma, nani da giardino alti un metro, cartelloni pubblicitari di dimensioni sconsiderate e nel mezzo del nulla alberi che deambulavano scheletrici a un passo da centraline elettriche in disuso. Anche quella era Padania.

In tutti questi anni solo la lettura de L’ubicazione del bene di Giorgio Falco mi aveva riportato quel periodo alla mente con la stessa nitida chiarezza della scoperta di una pagina Facebook dove, da un paio di mesi, qualcuno sta raccogliendo foto di paesaggi tipici della cosidetta “macroregione”. “Tipici” forse però non è la parola giusta. “Classici” funziona meglio e infatti la pagina si chiama proprio Padania Classics. Data la mia passata familiarità con quel genere di “belvedere”, PC ha immediatamente attivato la mia curiosità ancora prima di scoprire che alle sue spalle c’era un progetto con un intento un po’ più articolato della semplice goliardia e un artista, nonché una persona, che per varie ragioni stimo molto: Filippo Minelli (su Studio avevamo già parlato di lui). Un giorno ci siamo dati appuntamento su Skype e abbiamo chiacchierato un po’, essenzialmente della macroregione padana a cui entrambi dobbiamo i natali (io a Milano, Filippo a Brescia).

Come è nata l’idea di Padania Classics?

Sono anni che nel corso di tutti i miei viaggi all’estero, dall’Europa dell’est al Nepal,  ho il pallino di puntare l’occhio verso situazioni estetiche più o meno “orride”, architetture esteticamente “arroganti” e altri manufatti di questo genere; specialmente quando queste coinvolgono spazi pubblici. Vuoi per esigenza di documentazione, vuoi per semplice divertimento. Ora che, per ragioni di salute, mi trovo bloccato nella “macroregione” mi è venuto naturale spostare questo interesse sul mio territorio, a due passi da casa mia, e quindi di conseguenza sull’estetica dell’infrastruttura e della comunicazione Padana che, quanto a degrado estetico, non ha nulla da invidiare ad altri angoli del mondo, anzi.

Una cosa interessante di Padania Classics è che viaggia su due canali: da una parte c’è un Tumblr, piuttosto pulito, e dall’altra invece una pagina Facebook dove invece spesso le immagini si accompagnano a testi decisamente ironici o a iniziative “situazioniste” come il concorso  “Riconosci quest’angolo di Padania”. È un semplice adeguamento alla natura dei due strumenti o sono in qualche modo due progetti differenti, uno più serioso e l’altro più sbeffeggiante?

Sono due parti del progetto fin dall’inizio. Tumblr è il luogo in cui mi limito a fare della documentazione e l’utente dovrebbe cogliere la collezione d’immagini senza nessun tipo d’influenza critica o ironica mentre la pagina Facebook l’ho messa in piedi nel pieno stile della “macroregione”, assecondando il format di quelle migliaia di pagine Facebook “padane”, o comunque suburbane, che tentano di comunicare qualcosa alle persone con un linguaggio spesso così grezzo che è difficile distinguere tra ironia voluta e involontaria.

C’è anche l’intenzione di proporre una critica al concetto di Padania e di orgoglio padano che da anni propugna la Lega?

In parte sì ma più che altro quello che m’interessava e m’interessa è evidenziare che al di là della politica esista un’estetica della Padania che per quanto la si voglia dipingere come una piccola Germania, Svizzera o Olanda… beh è “solo” la Padania. Probabilmente nella testa di un Leghista corrisponde a un’estetica diversa da quella, piuttosto desolante, che emerge dalle mie foto ma da abitante della provincia di Brescia mi sento di essere sufficientemente conoscitore di quell’estetica per dire che se anche magari non si esaurisce completamente nei miei soggetti, comunque quel tipo di Padania esiste, sia nelle infrastrutture sia nella testa delle persone. Poi sì, come dici, Padania Classics vuole anche essere un modo per sottolineare che vent’anni di Lega non sono passati inosservati per quanto riguarda quel che è rimasto sul territorio. Negli ultimi vent’anni, se guardi alla pianificazione e alla non tutela del paesaggio, qualche danno ulteriore rispetto a quelli pre-esistenti – risultati dai boom economici più generalizzati dei ’60 e ’80 – è stato fatto.

Da “conoisseur” quali sono a tuo parere i tratti estetici predominanti nella macroregione?

Potrei dirti i manifesti giganti  photoshoppati in modo grezzissimo che proliferano ovunque per promuovere qualunque cosa, dall’orto botanico al Sexy Shop, oppure i depositi di materiali abbandonati o le gru sospese su cantieri fantasma ma secondo me più di tutto è rilevante il modo in cui quest’estetica ha condizionato e condiziona il modo di vivere delle persone. Credo che la “macroregione” sia uno dei pochi luoghi sulla faccia della terra in cui, teoricamente, puoi svegliarti la mattina in un hotel in una zona industriale, fare colazione in una zona industriale, lavorare in una zona industriale, fare pausa pranzo in una zona industriale, tornare a lavorare in una zona industriale, andare a bere o ballare in una zona industriale e la sera tornare a dormire in hotel in una zona industriale. Da questo approccio all’esistenza poi ovviamente consegue tutta un’estetica: la zona industriale non solo come zona industriale, come anomalia o semplice luogo di lavoro, ma come nuova estetica della vita suburbana.

L’estetica che catturi – nella scelta dei soggetti, dei colori e dei tagli – è piuttosto desolata, desolante e quasi metafisica. Avevi in mente dei modelli – su due piedi tagliando un nome con l’accetta penserei a Ghirri, -oppure è tutto documentarismo senza particolari esigenze fotografiche?

Sicuramente c’è o c’è stato di recente tutto un revival nell’arte e nella fotografia legato a nomi come Ghirri o altri, ma sinceramente non sono mai stato a farmi troppi problemi di modelli o di antecedenti anche perché in questo progetto la fotografia è principalmente un hobby documentaristico e la documentazione è la cosa che più mi interessa, prima della resa qualitativa o meno del singolo scatto in sé.

Ribaltando una tua risposta precedente – guardandola con l’occhio del documentarista, dell’artista ma soprattutto dell’osservatore e abitante del luogo – che tipo di mentalità crea l’estetica “padana”?

Più che altro penso che sia un’estetica della rassegnazione e dello straniamento. Quando realizzi che tutto ciò che hai intorno, dal paesaggio, al lavoro, all’edificato, passa e muta costantemente, che qualche anno dopo viene modificato o scompare del tutto senza lasciare nessun segno che valga davvero la pena ricordare beh in qualche modo finisci con l’assuefarti al surreale. In fondo la “macroregione” è dentro di noi.
Mi mandi le tre foto che per te meglio esprimono il progetto?
Queste:
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