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A che punto è Matera?

Nel 2019 sarà capitale europea della cultura: abbiamo parlato con curatori e organizzatori per capire cosa sta succedendo all'ombra dei Sassi.

La campagna si secca lentamente man mano che il treno si avvicina a Matera. Due ore a sud di Roma, passati i boschi del beneventano, i frutteti e i poggi a vigna lasciano spazio a una distesa ondulata di ulivi; le strade sono bordate di muretti a secco e nel reticolo degli alberi la terra da verde diventa gialla e ocra. Altre due ore e la collina si fa più aspra, tutta rocce e polvere, e la vegetazione appare solo a chiazze marroni bruciate dal sole. È su una di queste colline che sorge la città vecchia di Matera, 60.000 abitanti, a qualche decina di chilometri dall’arco dello stivale d’Italia. Matera è una città famosa per i “Sassi”, che in molti identificano, sbagliando, con le abitazioni cavernicole caratteristiche del luogo. In realtà i Sassi (due: Barisano e Caveoso) sono i canyon che le acque piovane della collina hanno scavato intorno alla civita antica, un borghetto arroccato fra le gravine come ce ne sono tanti fra il Sud e il Centro Italia. Ciò che c’è di unico sono le caverne scavate nel tufo di questi canyon, abitate da migliaia di anni; nei ultimi secoli sono state trasformate in una cittadina simile a un alveare di pietra bianca, integrate da facciate in muratura e stanze aggiuntive, collegate da gradinate tortuose e archi di roccia e corridoi di roccia friabile.

img_2759Prima del luccicare dei depliant turistici, prima dell’invenzione del Sud come terra di bel vivere e fritto misto, i Sassi erano un complesso abitativo sottoproletario ad alta densità, rovente d’estate e tanto freddo d’inverno da rendere le ghiacciaie un commercio fiorente qui, a 60 km da Bari; nei camminamenti centrali, sul punto più basso degli avvallamenti, un canale fognario a cielo aperto defluiva verso il Basento attraverso i torrenti Jesce e Gravina. Dal Medioevo in questo Corviale paleolitico vivevano i servi delle famiglie nobili della civita, e i braccianti dei campi di cicerchie e fagioli, asserviti ai monasteri arrivati nella pianura circostante fra ‘600 e ‘700 (oggi è il grosso della città moderna). Cinquant’anni fa erano ancora lì. Solo nel dopoguerra i Sassi sono diventati uno scandalo nazionale – l’assenza di elettricità, acqua corrente e fogne in contrasto troppo smaccato con l’epoca della tv e dei viaggi spaziali. Una legge speciale ha trasferito l’intera popolazione in quartieri-satellite costruiti apposta (i “borghi del risanamento”) e i Sassi sono rimasti a lungo abbandonati. Nel 1986 è partito con un’altra legge un graduale processo di recupero che ha garantito una seconda vita turistica a quei cunicoli malsani; oggi sono ristrutturati e profumano di timo selvatico, e al tramonto il color osso del tufo locale contrasta con le aggiunte recenti, che sono giallo scuro, di tufo leccese perché più suggestivo. Processioni di stranieri salgono ogni giorno le ripide scalette che collegano i complessi di abitazioni divenute hotel diffusi o Airbnb, e le grotte ospitano negozi di artigianato, ristoranti e gallerie.

La gentrificazione non ha cancellato il ricordo di quella che i giornali chiamavano «la vergogna d’Italia»; tutt’ora molti materani più anziani, di quelli nati nei Sassi, ci tornano malvolentieri. Faticano a spiegarsi cosa attragga un turista in quei posti che per loro significano innanzitutto povertà, malattia e stigma. Pier Paolo Pasolini ha ambientato lì il suo Vangelo secondo Matteo (1965); Mel Gibson ci ha girato La Passione di Cristo (2004), e c’è stato il set per il remake di Ben Hur. Come mi ha detto un amico che ancora ci vive, Matera è un posto in Europa che assomiglia alla Palestina di duemila anni fa.

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Matera ha vinto il concorso per essere la Capitale Europea della Cultura nel 2019 – una gara durata sette anni che vedeva in finale anche Ravenna, Cagliari, Siena, Lecce e Perugia. Il titolo comporta un piccolo investimento europeo ma soprattutto una visibilità turistica che, se ben capitalizzata, può mettere in moto la rinascita di una città sul medio periodo – l’esempio migliore, secondo molti, è quello di Glasgow nel 1990, divenuta centro turistico e universitario da deserto postindustriale. La vittoria di Matera ha sorpreso chi, pur riconoscendo l’unicità del patrimonio storico-artistico della città, non era certo che disponesse delle competenze e delle risorse per sviluppare un programma culturale all’altezza delle aspettative internazionali. A Matera la disoccupazione è ai picchi d’Italia, e un flusso continuo di emigrazione ha spinto l’età media estremamente in alto.

La gentrificazione non ha cancellato il ricordo di quella che i giornali chiamavano «la vergogna d’Italia»

La Basilicata, che i miei nonni materani chiamavano ancora Lucania, è l’unica regione italiana senza aeroporto turistico. Più della vittoria di Matera, però, sorprende il fatto che questa non sia stata ottenuta facendo leva sulla bellezza dei Sassi né su alcunché che tradizionalmente si collega alla città o alla regione o al Sud in genere. L’idea di cultura alla base della vittoria di Matera ha qualcosa di innovativo e coraggioso, drasticamente diverso da come eventi simili sono stati impostati in Italia anche nel passato recente (Expo su tutti). «Volevamo proporre in Italia un’idea di sviluppo culturale che non si basasse sulla museificazione e sullo sfruttamento dell’esistente», mi ha spiegato Joseph Grima, il direttore creativo del comitato promotore. Grima – che fra le altre cose ha diretto Domus (dove scrivevo anche io) e ha curato la Biennale di Architettura di Chicago – è cresciuto ad Assisi e ricorda come sia stata trasformata visceralmente sotto i suoi occhi, «uccidendosi da sola» un pullman di turisti alla volta. Il patrimonio artistico della città è stato «il vero nemico della creatività», finendo per creare una dipendenza economica e un eccesso di venerazione che l’ha portata all’immobilismo.

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Per Matera 2019 Grima ha deciso invece di concentrare il programma su temi legati alla cultura digitale e alla sostenibilità che possono sembrare in contrasto con i complessi di abitazioni trogloditiche che andranno ad animare. Il programma include i migliori fra i tanti progetti formulati in decenni di fallimentari tentativi di rilancio, e alcune nuove proposte. Al suo interno è prevista la digitalizzazione e l’interconnessione degli archivi storici e delle collezioni d’arte di tutta la regione; e l’apertura di una Open Design School, dove specialisti da tutto il mondo terranno corsi aperti a tutti su design open-source e digital fabrication. L’unica infrastruttura in programma (al di là delle autostrade e dei parcheggi finanziati da Regione e Stato in concomitanza con la vittoria) è la collocazione dell’Arca di Prometeo, un teatro d’opera temporaneo progettato da Renzo Piano per Luigi Nono.

La struttura, simile a una colossale scialuppa di legno, è stata inaugurata nel 1984 e da allora è rimasta chiusa in un magazzino. Nelle 120 pagine del dossier di candidatura, i nomi di artisti internazionali come Tomás Saraceno, Marjetica Potr e Kimsooja ricorrono più spesso di quelli dei Sassi. In effetti, l’idea di cultura alla base del programma di Matera 2019 sembra più vicina a quella di una biennale che a un piano di valorizzazione del territorio. Il progetto, presentato nel gergo internazionale del mondo dell’arte, anziché mettere i Sassi al centro del proprio interesse li considera alla stregua di un fondale mozzafiato per un’offerta culturale d’importazione che, di per sé, potrebbe esistere altrettanto bene altrove. Da questo punto di vista è uno spirito simile a quello della biennale di Venezia – la cui città ospite condivide con Matera una conformazione bellissima e unica al mondo, benché dalla logistica complicata. (Che io sappia, il primo a tracciare questa analogia è stato Giovanni Pascoli, che a Matera ha insegnato).

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Questo modo di concepire l’impresa culturale – più vicina alla tecnologia che all’archeologia, più a un laboratorio che a un museo – mira anche a influire sulla qualità anziché sulla quantità dei flussi turistici. Il problema è significativo per una città che già ora non sa dove far parcheggiare gli autobus delle comitive. Gran parte degli abitanti con cui ne ho discusso, insieme all’entusiasmo per la vittoria, hanno parlato con timore del rischio di “Alberobellizzazione” dei Sassi, riferendosi all’infilata di baracchine di souvenir e trulli imbiancati della vicina cittadina pugliese. I materani sperano invece in visite più lunghe da parte di un pubblico più attento (e più colto; e più ricco), più significativo di un semplice aumento dei pernottamenti. 

Questo impianto deve molto all’opera del direttore del comitato, il torinese Paolo Verri – già attore di primo piano nella rinascita culturale di Torino e direttore degli eventi al Padiglione Italia di Expo. Verri ha studiato Lettere e poi Marketing alla Bocconi, parla molto di “storytelling” e la prima cosa che mi dice è che «in Italia bisogna capire che è il cambiamento sociale a guidare quello economico», e non viceversa. È questo che Verri spera di fare a Matera, che nelle sue intenzioni non deve attrarre i turisti ma tutti gli altri. «Matera può diventare un centro di alta formazione culturale per tutta la zona, idealmente per tutta l’Europa», mi ha detto. L’unica parte già in atto del programma di Matera 2019 prevede delle borse che portino gli operatori culturali di Matera a perfezionarsi in istituzioni modello in tutto il mondo per poi riportare le competenze in città. Idealmente, il loro lavoro dovrebbe attrarne altri dalla regione, poi dall’Italia e dall’Europa. «Qui i giovani vanno in Germania. Noi se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo fare un po’ di Germania qui».

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img_2675Alcuni sostengono che ne abbia fatta troppa. Quando l’ho incontrato, Verri era cauto nelle sue dichiarazioni e pareva scottato da certe polemiche che lo avevano toccato durante le elezioni comunali, allora in fase di ballottaggio. Alcune persone con cui ho parlato, che hanno chiesto di non essere nominate, temevano che il suo approccio coinvolgesse troppi «stranieri», che venendo da fuori non avrebbero avuto un vero interesse a costruire ricchezza per la città. Il rischio sarebbe di rimpiazzare le corriere cariche di turisti in infradito con un’astronave carica di intellettuali: al momento dei bilanci saranno già in volo verso la prossima triennale, ammirando un altro fondale mozzafiato dalle finestre dei loro hotel. Lo spettro dell’autoritarismo intellettuale è ben noto ai materani più anziani. Quando i sassi furono sgombrati negli anni Cinquanta gli abitanti vennero trasferiti in nuovi complessi abitativi ai margini della città: alcuni abbastanza vicini da esserne oggi a tutti gli effetti inglobati, altri tanto lontani da richiedere un quarto d’ora di statali per arrivarci. I nuovi borghi erano stati progettati da un team di architetti di fama mondiale che includeva Giancarlo De Carlo, un membro del Ciam fondato da Le Corbusier per approfondire e diffondere gli ideali dell’architettura modernista. I progetti di Matera – promossi anche da Olivetti all’apice del suo illuminismo imprenditoriale – li incarnavano alla perfezione: geometrici, razionali, essenziali, con spazi comuni per incoraggiare la socializzazione e replicare i modi di vita dei Sassi.

I progetti furono celebrati dalle riviste di tutto il mondo, e lodati dalla comunità internazionale degli architetti. Nella pratica furono un disastro. Gli spazi comuni non tenevano conto che la confusione fra spazio pubblico e privato nei Sassi era una fonte di conflitto anziché di gioioso spirito comunitario. La vicinanza coi campi, pensata per facilitare il tragitto verso il lavoro dei contadini, si traduceva in una segregazione di classe e in un vincolo alla mobilità sociale. Oggi le vetrine sono abbandonate, e il forno collettivo del quartiere Lanera è divenuto una panetteria sonnolenta con pochi tipi di focaccia indurita, e la vernice si sfiocca dalle facciate del rione Spine Bianche, incrociate da cavi fuori norma in quanto non previsti da un progettista nel dopoguerra. Anche in ora di messa è semi-deserta la pubblicatissima chiesa della Martella, ampia e con una splendida parete a scomparsa pensata per aprirsi sui campi circostanti mostrandoli ai fedeli che vi lavoravano. Tutt’intorno le case un tempo modulari sono state diversificate da mezzo secolo di esigenze abitative: chi rompe con una finestra la purezza della fiancata cieca, chi trasforma in garage quella che doveva essere la stalla della casa. I borghi del risanamento sembrano nel migliore dei casi utopie deragliate all’impatto con la realtà, nel peggiore un progetto i cui unici beneficiari sono stati gli architetti che l’hanno firmato.

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Allo stesso modo, alcuni elementi del programma di Matera 2019 sembrano rivolti più a un ipotetico discorso internazionale che non agli abitanti della città in cui vanno a operare. Uno di questi è stato unMonastery, un programma di residenza lanciato nel 2014 e curato da Ben Vickers, responsabile dei progetti digitali alla Serpentine Gallery di Londra. Artisti, hacker e attivisti da tutto il mondo sono stati ospitati per una hackathon durata settimane e volta a sviluppare soluzioni per le carenze della città: nuovi percorsi turistici, app per il trasporto locale, corsi di Arduino. Ma quando, a ottobre, si è tenuto il debriefing pubblico del progetto, le voci dei materani non hanno espresso che proteste; i cittadini erano stati trascurati o ignorati del tutto. «È come se foste arrivati a casa nostra senza neanche presentarvi, convinti di poter risolvere in un baleno problemi con cui noi lottiamo da anni», ha detto in quell’occasione Sergio Fadini, uno scrittore e attivista che insegna all’Università della Basilicata. Ma lo ha detto in italiano, che pochissimi all’unMonastery parlavano, e quindi forse la sua critica non è arrivata a destinazione.

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img_2670Questo sentimento ha avuto un ruolo nella recente elezione di Raffaello De Ruggieri a sindaco della città, che contro molte previsioni ha sconfitto in ballottaggio Salvatore Adduce, l’esponente Pd che pure aveva appoggiato con decisione, se non messo in moto, la campagna vittoriosa per Matera 2019. De Ruggieri in campagna elettorale ha usato toni spesso molto duri circa il ruolo dei non-materani nella candidatura. Alcuni suoi sostenitori con cui ho parlato durante un concerto in chiusura della campagna parlavano di Verri, borbonicamente, come del «piemontese». Le critiche di De Ruggieri non erano prive di autorevolezza. L’attuale sindaco è stato, negli anni ‘60, fra i fondatori del circolo culturale La Scaletta a cui si deve gran parte del lavoro storico-architettonico sui Sassi (un altro dei fondatori era il mio prozio Piergiorgio Corazza); ora è presidente del Musma, un museo di scultura contemporanea da lui fondato in un magnifico complesso nel Sasso Barisano.

Eppure da certi punti di vista l’idea di cultura promossa da De Ruggieri, avvocato appassionato d’arte e da sempre promotore del recupero dei Sassi, è esattamente il contrario di quella alla base del progetto che ha portato alla vittoria di Matera come Capitale Europea della Cultura. Verri stesso, quando gli ho parlato, lo ha definito un «approccio autoritario, top-down, archeologico» e poco aperto alla collaborazione. Nonostante il comitato si sia sforzato di coinvolgere tutte le realtà culturali del territorio – io ho parlato con circensi e insegnanti di italiano, guide turistiche e musicisti classici, tutti contattati a vario titolo e felici di partecipare – nella programmazione di Matera 2019 spicca l’assenza del Musma, che pure è il più grande museo privato della città. (Per via di queste polemiche, quando l’ho incontrato, Paolo Verri era certo che in caso di vittoria De Ruggieri lo avrebbe estromesso dalla fondazione incaricata di mettere in atto il programma che ha contribuito a stilare. Eppure ad agosto 2015 il ruolo del piemontese era confermato).

Lo spettro dell’autoritarismo intellettuale è ben noto ai materani

D’altro canto, l’essenza di un processo culturale dal basso è di essere più o meno impermeabile ai tentativi di indirizzarlo dall’alto, specie se tardivi; e il processo a Matera sembra aver accumulato abbastanza impeto per proseguire sulla propria strada da sé. La negatività dei cittadini nei confronti di un evento come unMonastery mi è parsa l’eccezione piuttosto che la norma. Nello stesso periodo – autunno 2014 – Palazzo Lanfranchi, il museo di arte medievale della città, ha ospitato una vasta mostra su Pier Paolo Pasolini in occasione del cinquantenario de Il Vangelo Secondo Matteo. Le sale di norma semideserte del complesso museale hanno accolto un numero di visitatori senza precedenti, per una mostra che toccava cinema, storia, urbanistica e identità territoriale; le date sono state prolungate e i dipendenti del museo si sono impegnati volontariamente, fuori dagli orari lavorativi, per promuovere fra la cittadinanza un’esposizione di cui si sentivano personalmente fieri.

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Una dei curatori, Marta Ragozzino, è anche stata fra i primi promotori della candidatura di Matera. Ragozzino, che è soprintendente dei beni storici, artistici ed etnoantropologici della Basilicata, si è spesa molto per cercare modi nuovi e diretti per coinvolgere i materani nelle iniziative di Matera 2019, spesso con grande successo e ammirevole creatività. Il suo ufficio ha promosso un bando perché a ospitare i commissari europei che avrebbero assegnato il titolo, e a spiegare loro il programma di Matera 2019, fossero famiglie del luogo; e un programma che permette ai materani di avere in prestito gratuito opere della collezione dei musei, per imparare a conoscerle e sentirle proprie. Questa dimensione partecipativa è stata riconosciuta dal comitato di valutazione come elemento distintivo della candidatura di Matera; nelle ragioni della scelta si parlava a lungo dello «stretto rapporto fra la partecipazione dei cittadini e la pianificazione di obiettivi socioculturali». «Il comitato», recita il rapporto conclusivo pubblicato sul sito del programma Creative Europe, «è stato colpito da come un’iniziativa partita dal basso sia cresciuta sino a diventare un elemento centrale delle politiche comunali e regionali».

Quando le ho parlato, Ragozzino ha ammesso che, nonostante questa dimensione grassroots, permane un qualche rischio che il programma di Matera 2019 si trasformi in una sorta di biennale che opera indipendentemente dal contesto cittadino – un’astronave culturale. «Ma l’abbiamo pensata perché atterrasse a Matera, e la città sta cambiando per accoglierla. Sarà anche un’ astronave», ha aggiunto con un entusiasmo caratteristico, spazzando con un gesto l’intera città, «ma anche in quel caso è la nostra astronave».

Fotografie di Giovanna Silva.
Dal numero 25 di Studio.
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