Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Cloud Atlas

Cinestoria dei fratelli Wachowski e di Tom Tykwer, che esordiranno nell'epic-sci-fi Cloud Atlas tra pochi giorni. Capolavoro o bluff?

Proprio la settimana scorsa abbiamo parlato a lungo di uno dei più grossi e clamorosi tonfi al botteghino nella recente storia del cinema. Showgirls è stato il primo, spesso e lungo, chiodo nella bara del povero e innocente Paul Verhoeven che, dopo aver toccato il cielo con un dito a Hollywood, è tornato a girare i propri film nella natale Olanda. Come si diceva appunto la settimana scorsa, Showgirls è stato un film assolutamente mal interpretato all’epoca sia dalla critica sia dal pubblico. Quelli che sembravano essere i suoi difetti maggiori, con il senno di poi, si sono rivelati i più evidenti pregi o quantomeno erano da leggere come i segni autoriali di un cineasta unico nel suo genere.

Spostiamoci di tredici anni e arriviamo al 2008, data di uscita di Speed Racer, di Larry e Andy Wachowski. Prodotto da Joel Silver, e già segnato da innumerevoli problemi organizzativi e ritardi durante la produzione, il film delude ampiamente le attese del botteghino. Il costo si aggira sui 120 milioni di dollari, si pensa di incassarne almeno 300, ci si ferma solo a 94. Ma non è solo il botteghino a girare le spalle ai Wachowski: Speed Racer colleziona una serie di stroncature piuttosto crudeli. La maggior parte delle quali vertono sul fatto che si fatica a immaginare qualcuno con un cervello più sviluppato di quello di un ragazzino di 9 anni in grado di apprezzare una pellicola del genere. Certo, qualcuno fa i complimenti agli effetti speciali, qualcuno (non sapendo veramente che dire) si complimenta con Matthew Fox per la sua interpretazione di Racer X, ma in generale il film viene ignorato, quando non proprio dileggiato.

Per quanto mi riguarda Speed Racer ha un mucchio di difetti, ma ha comunque una sua vitalità e offre, soprattutto nel clamoroso finale, un accumulo psichedelico, quasi lisergico, di effetti speciali veramente deliranti. Si può anche avere in odio cose come la scimmia parlante, ma è innegabile che i Wachowski siano dei poveri pazzi che credono di essere in grado di fare tutto quello che gli passa per la mente. Ogni tanto ci riescono, ogni tanto no, ma a loro sembra interessare fino a un certo punto. La cosa certa è che la loro carriera non ne esce proprio benissimo da questo tonfo. Da allora, se escludiamo la produzione dietro a quell’altro pasticcio che è stato Ninja: Assassin, i due sono rimasti fermi a leccarsi le ferite. Uno dei due, Larry, sempre nel 2008, proprio dopo Speed Racer, ha approfittato per coronare il suo più grande desiderio, ovvero quello di diventare Lara.

Dall’altra parte c’è il regista tedesco Tom Tykwer che nel 1998 si impone all’attenzione generale con il suo piccolo film indipendente Lola Corre. Il film, rivisto oggi, è una delle cose invecchiate peggio che si possano immaginare, ma in quei lontani anni in cui qualsiasi vezzo cinematografico veniva scambiato (o spacciato) per tarantinismo, furono in molti a cascarci. Tykwer ha quindi continuato per la sua strada fino ad arrivare a girare negli Stati Uniti: ci ricordiamo Heaven, tratto da una sceneggiatura di Kieślowski, Profumo – Storia di un Assassino, spocchiosamente tratto dal famoso romanzo di Patrick Süskind e The International, pellicola di spionaggio piuttosto debitrice del cinema scritto da Alan J. Pakula. Tom Tykwer è un regista con delle buone idee: sicuramente un  po’ troppo sicuro di se e con un personalità non proprio fortissima, ma è riuscito a preservare una sua (ripeto: non proprio evidentissima) autorialità anche se alle prese con film e budget diversissimi tra loro. Il botteghino gli ha comunque quasi sempre arriso e, anche senza grossi exploit, questo gli ha permesso di avere ancora oggi un po’ di credito da parte degli studi americani. Quello che non sapevamo è che Tom Tykwer e i fratelli Wachowski sono amici.

 

Nel 2004 lo scrittore inglese David Mitchell dà alle stampe il suo terzo romanzo, Cloud Atlas, da noi tradotto con il titolo di L’Atlante delle Nuvole. Il romanzo, decisamente complesso, intreccia ben sei storie differenti. Si parte dall’Ottocento, con la storia di un notaio che si trova suo malgrado a solcare su di un veliero l’Oceano Pacifico e si finisce in un futuro post-atomico, dove un ragazzo assiste alla definitiva morte della scienza. In mezzo c’è una storia d’amore omosessuale nel Belgio degli anni ’30, un cameriere robot in carcere per omicidio, una giornalista nell’America di Ronald Reagan e un editore che deve scappare da dei creditori. Insomma, una vera e propria follia. Ma che riesce a guadagnarsi un buon successo, soprattutto da parte della critica specializzata che esalta la capacità dell’autore di mescolare registri e storie così diverse tra loro, riuscendo comunque a realizzare un’opera solida e concreta.

Il romanzo in questione deve aver convinto anche i fratelli Wachowski e Tom Tykwer. Inizialmente i fratelli, che hanno acquistato anni fa i diritti del libro, sembravano intenzionati a stare dietro le quinte del progetto; la regia sarebbe stata affidata a Tykwer e loro avrebbero ricoperti i ruoli di produttori esecutivi. Ma dopo una lunga serie di annunci e smentite, si può dire con certezza che Cloud Atlas è uno dei pochi film girati a sei mani. Esattamente non si sa cosa abbia convinto quelli della Warner Bros a investire in un progetto così apertamente fuori di testa e soprattutto rischioso dal punto di vista economico, fatto sta che il film è in uscita il 26 ottobre negli States, mentre da noi arriverà solo a gennaio.

Quello che colpisce maggiormente di questo progetto è, per ora, la sua aria profondamente decadente. I fratelli Wachowski sembrano essere un’eredità non particolarmente gradita di un periodo del cinema che oggi in tanti vogliono dimenticare. Tykwer ha più o meno lo stesso problema: al di là di Lola Corre, film che ricordano comunque in pochi, la sua è stata una carriera anonima. Attorno a loro s’è poi creata una corte dei miracoli di attori un tempo estremamente famosi, ma oggi non proprio sulla cresta dell’onda. La prima ad accettare è stata Halle Berry, un’attrice che oggi tutti ricordano per aver preso parte a catastrofi come Catwoman e Gothica, ma che nel 2001 si portò a casa un Oscar per Monster’s Ball – L’Ombra della Vita. C’è poi quel povero ragazzo di Hugh Grant, un altro che dopo l’uscita nel 2002 di About a Boy sembra essere stato dimenticato da chiunque. Senza contare che il nome più grosso sulla locandina del film sarà quello di Tom Hanks, un attore che solo una decina di anni fa era sinonimo di Oscar e di film di qualità e che oggi sembra scegliere solo ed unicamente progetti fallimentari (qualcuno di voi è riuscito a finire Molto Forte, Incredibilmente Vicino?). In più, guardando bene quali sono i personaggi che questi attori vengono chiamati a interpretare si scopre qualcosa di ancora più bizzarro: ogni attore interpreta sei parti diverse. Questo vuol dire che i registi hanno scelto di riutilizzare gli stessi attori, con dei piccoli trucchi per mutargli leggermente l’aspetto, in tutte e sei le storie che vedremo sullo schermo. Un bell’azzardo, non c’è che dire. Insomma, ci sono solo ed unicamente due possibilità: o Cloud Atlas è un grande capolavoro o rischia di essere realmente uno dei film più sbagliati e imbarazzanti di sempre.

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg