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La Germania che non vince

Parte sempre come favorita, ma la storia della Germania è fatta di moltissime storiche sconfitte oltre che di vittorie. D'altronde se arrivi a 100 partite e a dodici semifinali, qualche partita l'avrai persa. Storia della Germania meno gloriosa.

È uno strano contatto tra Iva Zanicchi, Gary Lineker e uno striscione anonimo di due anni fa, la Germania. La più resistente dei Mondiali, una che parte e arriva quasi sempre in fondo. Quasi. Non sempre. E comunque meno di quanto si immagini, se la storia si attraversa tutta. Fatta di storiche sconfitte, oltre che di vittorie. Vincere, ha vinto. Tre volte, meno solo di Brasile e Italia. Ma è la più longeva e quando entra in campo pare di sentire l’eco del pubblico di Iva Zanicchi a Ok, il prezzo è giusto. Quel cen-to cen-to scandito e un po’ cantilenico mentre girava la ruota. Cento, era una traguardo. Cento, sono le partite giocate dalla Germania (intesa anche la parentesi come Germania Ovest, ché quella dell’Est ha giocato una sola Coppa del Mondo): come nessuno, per ora. Comunque la prima a scrivere a tre cifre (alla prossima gara ci arriva il Brasile, ma ormai il nastro è tagliato) il numero dei cartellini timbrati in una partita con il Mondo in palio. È accaduto domenica, mentre Müller schiacciava il Portogallo di Ronaldo (o meglio: schiacciava Ronaldo che è il Portogallo) ed è un pezzo di storia di chi ha iniziato dalla seconda edizione (in Uruguay, nel 1930, non c’era) e ha saltato solo quella del 1950 perché la Nazione era a pezzi, immaginarsi la Nazionale e in ogni caso con il Giappone fu tenuta fuori in quanto responsabile del conflitto appena terminato (l’Italia si salvò, raccontano, perché Ottorino Barassi era riuscito a custodire la Coppa Rimet nonostante la Guerra e gli assalti e l’aveva portata a destinazione).

Si narra una storia cominciata il 27 maggio 1934, a Firenze, dinanzi a ottomila spettatori (incasso: 53mila lire), con cinque gol (a due) al Belgio. Si narrano tre capitani con la Coppa sollevata al cielo: Fritz Walter, in Svizzera nel 1954, appena ripartita la Germania e la sua Nazionale; Beckenbauer vent’anni dopo proprio in Germania e Matthäus a Roma, nel ’90 prima che venisse completato il processo di riunificazione ma intano il muro era caduto e per quanto “Ovest” era un saluto a chi tornava, anche.

«Il calcio è un gioco semplice; 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti. Poi, alla fine, vincono i tedeschi».

Ma se tre Coppe del Mondo sembrano tante, cento partite sono anche quattro finali perse e dodici (dodici!) semifinali. Che vuol dire come, appunto, più o meno in fondo riesce ad arrivare, ma Gary Lineker, quando disse che «il calcio è un gioco semplice; 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti. Poi, alla fine, vincono i tedeschi» era solo corroso dalla delusione della sconfitta inglese appena rimediata (la disse dopo la semifinale di Italia ’90 persa ai rigori) ma non aveva poi, proprio ragione.

Sarà anche che l’epica della Germania è ancorata (almeno per chi la guarda senza l’occhio tifoso, ma forse anche per loro) alle sconfitte. È una semifinale persa el partito del siglo, che dalle parti loro è Jahrhundertspiel (significa lo stesso) ovvero Italiagermaniaquattroatre, perché quella partita si legge ormai come una parola sola, come per rendere un momento unico l’incredibile sequenza di gol del 17 giugno, all’Azteca (103mila spettatori), con la Germania che sembrava fortissima (aveva appena battuto l’Inghilterra rimontando quando era ancora 0-2 a venti minuti dalla fine e vincendo ai supplementari) e l’Italia della staffetta Rivera-Mazzola che aveva sì superato i padroni di casa (4-1) ma fino ad allora non era stata particolarmente brillante. Una gara non sarebbe stata storica se Schnellinger non avesse segnato oltre il 90′, con Nando Martellini che aveva già detto che «siamo trenta secondi oltre il tempo regolamentare» scandendo tutti i secondi successi. E poi Müller, mentre Beckenbauer era in campo con una spalla slogata e un bendaggio vistoso. E ancora Burgnich e Riva e ancora Müller e infine Rivera, nei supplementari che aprirono alla leggenda e tagliarono la pelle dei tedeschi, lasciando incisa la sconfitta.

Ed è una sconfitta, anche, la finale di Wembley del ’66. Vinse l’Inghilterra e anche qui ci fu il gol del pareggio segnato dalla Germania allo scadere: Weber segnò il 2-2 e spostò il verdetto ai supplementari che invece videro protagonista Geoff Hurst, capace nel tempo extra di segnare altri due gol e dunque farne tre in tutta la gara. Il primo, dei gol segnati da Hurst nei supplementari, è storia: quella palla che rimbalza dentro per l’arbitro e fuori per i tedeschi, quel percorso troppo veloce dalla parte bassa della traversa al terreno, la linea che non si vede, le immagini che non possono essere chiare perché la Goal line technology è arrivata 48 anni dopo e Tofik Bachramov, guardalinee azero, era quello con voce in capitolo e peraltro l’unico che aveva visto il rimbalzo dentro la porta e non fuori. Il più famoso dei gol fantasma è ovviamente costato la sconfitta ai tedeschi, che oltre che cornuti sono stati mazziati ogni volta che di quella palla e di quel rimbalzo discusso si è parlato, pure quando nel ’95, due anni dopo la morte del guardalinee non proprio “guarda”, l’università di Oxford con un’analisi video al computer mostrò che la palla non aveva oltrepassato del tutto la linea (per sei centimetri), mentre a Bachramov è intitolato lo stadio di Baku, in Azerbaigian, ed è l’unico arbitro che dà il nome a un teatro del pallone. Volendo infierire quella fu l’unica finale al termine della quale invece di premiare solo l’arbitro con il fischietto d’oro fu premiata l’intera terna, Bachramov disse molti anni dopo di essere convinto che la palla avesse toccato la rete prima di cadere verso la linea, di aver ricevuto le scuse di Seeler, attaccante tedesco, già poco dopo la finale e, nel 2004, proprio Hurst ha regalato una maglia con su scritto “Grazie” in azero al figlio di Tofik. A sensazione, la statua in onore del guardalinee della finale di Wembley non dev’essere meta dei tedeschi che passano dalle parti di Baku.

I sogni finiti della Germania sono tanti. In semifinale nel ’34 passa la Cecoslovacchia e l’illusione del pari dura sette minuti, ma decide la tripletta di Nejedlý (3-1) e nel ’58 (stesso risultato) è la Svezia che ribalta il vantaggio di Schäfer. Nell’86 sembra vicina l’impresa perché in finale Rummenigge e Völler rimontano lo 0-2 di Brown e Valdano contro l’Argentina, ma Völler segna all’81’ e tre minuti dopo Burruchaga dice che no, quel Mondiale messicano va proprio all’Argentina e la Germania deve soffrire. Ancora. E poi nel 2002, ancora in finale, in Giappone, surclassati da Ronaldo (doppietta: Brasile in festa) e nel 2010 in Sudafrica battuti dalla Spagna di Puyol, alle porte della gara decisiva.

Manca la semifinale persa del 2006, quella contro l’Italia e decise da un tale di nome Fabio Grosso e pure dalla crudeltà glaciale di Alessandro Del Piero, quella del «mioddio Fabio Grosso» di Civoli e dell’«andiamo a Berlino» di Caressa. Andare a Berlino passando al di sopra della Germania è una cattiveria che l’Italia si è concessa come non bastasse la finale dell’82, a Madrid, che gli azzurri fecero loro schiacciando i tedeschi e lasciando solo il gol nel finale. Tre volte siamo stati noi a spegnere l’ardore teutonico: due in finale, una in semifinale. E qui nasce un’altra storia lunga da raccontare: perché loro saranno centenari e resteranno i primi ad esserlo, ma l’Italia non è stata mai battuta ai Mondiali da gente di Germania: tre vittorie, due pareggi. E qui entra l’ultimo, dei riferimenti iniziali. Lo striscione apparso per strada, durante i festeggiamenti per l’ennesimo successo sui tedeschi. Erano gli Europei, d’accordo. Ma era pur sempre una semifinale, quella dei muscoli di Balotelli mostrati al mondo. Secco, significativo: l’anonima mano aveva forse visto tutti i precedenti (senza sconfitte, ovviamente). E si era armata: “Noi con voi c’avemo perso solo quanno eravamo alleati”. Guten tag.

 

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