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Golden Globe 2012

Chi ha vinto cosa ai Golden Globe di ieri sera, presentati da un Ricky Gervais sempre pungente anche se un po' ripulito

Ieri notte, ora italiana, sul palco del Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills in California, s’è svolta la 69° edizione dei Golden Globe. Prima di arrivare ai premi, mettiamo l’accento su un dato importante. I Golden Globe hanno passato una vita intera a fare i fenomeni, quelli con la puzza sotto il naso, nei confronti degli Oscar. I primi sono sempre stati presentati non solo come l’anticamera dei secondi, ovvero una sorta di anticipazione di quello che accadrà il 26 febbraio al Kodak Theatre, ma soprattutto come una versione colta e raffinata della questione. Mentre gli Oscar sono la forma, lo spettacolo, i luccichini negli occhi, i Golden Globe rappresentato  la sostanza. Premiazioni più snelle, meno intrattenimento e, per essere chiari, più attenzione ai film che ai vestiti di Angelina Jolie. In generale possiamo dire che quest’ultima edizione non ha fatto eccezione, anche se forse i Golden Globe hanno cominciato a voler farsi notare anche per il loro lato più “simpatico”. Il merito, se poi di merito si tratta, è tutto del discusso presentatore: Ricky Gervais.

L’attore, sceneggiatore e regista inglese, ha condotto le danze per la terza volta di seguito, anche se gran parte della Hollywood Foreign Press Association lo voleva morto dopo la performance dell’anno scorso. Questo perché  nel 2011, Gervais, sul cui gusto comico ci siamo già espressi, ha preso pesantemente in giro metà della Hollywood che conta. E, dato che la presenza di spirito e l’ironia sembrano essere merce rara nel mondo del cinema, pareva proprio che Gervais avesse le ore contate. Invece probabilmente qualcuno s’è poi reso conto che l’anno scorso gli ascolti sono stati altissimi. Probabilmente lo stesso qualcuno che ha capito che sono in pochi a ricordarsi che nel 2011 è stato The Social Network a trionfare, ma che tutti si ricordano che Gervais ha fatto illazioni sulla presunta omosessualità di Tom Cruise. A quel punto s’è scelto di organizzare un bel colpo di scena: lo scorso 18 novemebre Gervais è stato confermato come host della serata, garantendo di fatto ai Golden Globe un’attenzione alla cerimonia inedita. In realtà Gervais, anche se come sempre impeccabile e pungente, è stato meno “cattivo” del previsto. Tranquilli, non parliamo di una normalizzazione del comico inglese: c’è stata comunque l’occasione di parlare della “beaver” di Jodie Foster, dell’inutilità sessuale di Justin Bieber, di tirare qualche feroce stoccata ai già citati Oscar e di accusare Colin Firth di essere uno sporco razzista, ma è innegabile che Gervais abbia voluto smorzare i toni.

A questo punto possiamo finalmente parlare dei premi: i vincitori della 69° edizione dei Golden Globe sono due. Da una parte c’è il francese The Artist che s’è portato a casa il premio come Miglior Film Commedia o Musicale, miglior attore protagonista nella sua categoria (l’irresistibile Jean Dujardin) e miglior colonna sonora. Dall’altra c’è invece The Descendants, film ancora inedito da noi ma che uscirà il 17 febbraio con il titolo di Paradiso Amaro. L’ultima fatica di Alexander Payne ha conquistato il premio come Miglior Film Drammatico e attore, andato a George Clooney. Nessuna sorpresa dunque: i due film in questione avevano rispettivamente sei e cinque candidature, ma rimangono comunque dei premi importanti. The Artist, film francese che aveva già conquistato il Festival di Cannes, è una vera eccezione nel panorama cinematografico attuale: girato in bianco e nero, quasi completamente muto e con gusto fieramente retrò, è un piccolo film estremamente coraggioso e intriso di amore cinefilo. Non è un caso che sia stato prodotto dal figlio dello scomparso Claude Berri, attore, regista, sceneggiatore, distributore e che negli ultimi anni della sua vita ha diretto la Cinémathèque Française. Premiare The Artist è una vera chiccheria, un gesto più da Festival che da Golden Globe. Tanto di cappello.

Tutt’altro discorso per The Descendants. Alexander Payne è un regista in grado di rappresentare perfettamente la schizofrenia del cinema americano, la sua indecisione tra esigenze di mercato e il tocco autoriale. Payne s’è imposto nel 1999 con il suo Election, come uno dei nomi più forti dell’allora scena indipendente. Subito dopo, con i successivi A Proposito di Schmidt e soprattutto con Sideways – In Viaggio con Jack, s’è trovato a dover fare i conti con l’industria quella vera, quella dei grandi budget e dei grandi attori. E Payne ovviamente non ha fatto una piega: ha riveduto, corretto e alleggerito la sua poetica dei loser, adattandola alle sue esigenze. Contemporaneamente però scriveva la sceneggiatura per Jurassick Park III e per Io Vi Dichiaro Marito e Marito. Niente di scandaloso, sia chiaro. Payne ha semplicemente anticipato quello che è poi accaduto con il caso My Little Miss Sunshine: l’indie per famiglie. Una versione riveduta e corretta di quello che per un certo periodo è stata l’indipendenza targata Sundance. Questa sua ultima fatica, oltre ad aver vinto due premi decisamente importanti, ha anche fatto incetta di recensioni incredibilmente positive. Staremo a vedere. Concludiamo con la parte dedicata al cinema, citando il premio a Martin Scorsese come miglior regista per il suo attesissimo Hugo e infine il premio come miglior sceneggiatura a Woody Allen per Midnight in Paris. Ah, come dimenticare: Meryl Streep ha “stranamente” vinto come miglior attrice per un film drammatico per The Iron Lady, il biopic sulla Thatcher. Incredibilmente ha fatto finto di essere stupita.

Passando velocemente in rassegna i premi televisivi: anche in questo caso ben poche sorprese.  Modern Family ha vinto come miglior serie comica, Homeland s’è portato a casa due premi importanti come Miglior serie Drammatica e Miglior Attrice, per la brava Claire Danes. Kelsey Grammer ha guadagnato il premio come Miglior Attore per Boss e Kate Winslet s’è imposta come Miglior Attrice in una Minserie grazie a Mildred Pierce. Ma vale il discorso fatto precedentemente per la Streep: parliamo di gente fuori gara, obbligata poi per contratto a stupirsi di aver vinto. Per chi scrive, le soddisfazioni vere sono arrivate dai premi per Miglior Attrice e Attore non protagonisti. Jessica Lange ha vinto grazie al suo bellissimo ruolo in American Horror Story, ma soprattutto c’è stato il trionfo del grande Peter Dinklage. L’attore affetto da nanismo, già visto e apprezzato in film come Funeral Party o Human Nature, ha stravinto grazie alla sua partecipazione a Game of Thrones. Nella serie, grazie al suo fascino, riesce a stregare tutti gli altri personaggi. Lo stesso l’ha fatto ieri notte sul palco dei Golden Globe: un raro concentrato di coolness.

 

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