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Elizabeth Strout e la sanità meridionale

Come la scrittrice americana s'è ritrovata a vivere l'esperienza della protagonista di un suo romanzo, ma in un ospedale napoletano.

Dal suo letto di ospedale a New York, la protagonista del romanzo Mi chiamo Lucy Barton, vedeva davanti a sé il grattacielo Chrysler «con la sua scintillante geometria di luci». Dal suo letto di ospedale a Napoli, la scrittrice che ha firmato quel romanzo  vedeva davanti a sé tre grossi pini svettanti nel parco del Cardarelli, la più grande e affollata struttura sanitaria del Mezzogiorno. E oltre gli alberi, la sagoma del Vesuvio. Se la letteratura talvolta anticipa la realtà, in questo caso ci ha preso in pieno.

Elizabeth Strout in patria ha vinto il Pulitzer per Olive Kitteridge, in Italia è venuta per ritirare il Premio Malaparte, che le doveva essere consegnato sabato primo ottobre a Capri. Ma nell’isola azzurra non ci è mai arrivata: colpita da un attacco di appendicite, proprio come il suo personaggio, è stata ricoverata a Napoli e operata d’urgenza.
E nella città della scaramanzia, i medici e gli infermieri che l’hanno assistita le hanno consigliato caldamente di non scrivere più di donne che si ammalano, date le sue evidenti doti profetiche.

2012 International Book Fair of Torino

In realtà Mi chiamo Lucy Barton usa la  malattia come pretesto per indagare nelle pieghe di un’intimità mal funzionante, di un rapporto che si è inceppato in qualche modo. Madre e figlia si ritrovano, dopo anni di lontananza, l’una di fronte all’altra per cinque giorni in ospedale. La figlia è costretta a letto per le complicanze dell’operazione. E si trova a fare i conti con una sorta di sospensione del proprio percorso esistenziale, un momento di vuoto dove trovano spazio il ricordo, il bilancio, l’analisi del rimosso. Strout si pone senza scossoni nella linea di un certo minimalismo americano, dove il non detto, lo spaesamento, gli slittamenti di senso dietro ogni singola parola o azione sostituiscono l’ossatura di una trama più robusta e ingombrante.

Non si riesce mai a conoscere davvero qualcuno, nell’universo della Strout. I legami familiari sono spesso ingarbugliati da imbarazzi, lievi incomprensioni che diventano ostacoli insormontabili e su questo complesso ordito relazionale si inserisce l’incapacità tutta contemporanea della protagonista di vivere in modo lineare la propria vita.
Dietro la vicenda principale, poi, si affacciano con forza i personaggi secondari che, attraverso  pochi tratti, lasciano intravedere altri possibili percorsi narrativi. In Lucy Barton le infermiere hanno tutte soprannomi. «C’era la Biscottino, quella secca di corpo e di modi, c’era la Maldidenti, la più vecchia, dall’aria eternamente afflitta, e poi c’era la Brava Bambina, l’indiana che piaceva a tutte e due». A Napoli, invece, ad assistere Elizabeth c’era Genny, che parla inglese. Genny con la sua risata contagiosa e con il libro tra le mani, in attesa dell’autografo. Lui e molti altri tra medici e paramedici i romanzi della Strout non li avevano mai letti prima, ma se è ricoverata una famosa scrittrice americana che predice pure il futuro allora ci si attrezza e le si va a chiedere firma e dedica.

A volte Lucy salta con prepotenza fuori dalla pagina e sembra prendere la parola al posto dell’autrice

Incappare in una simile disavventura nel Mezzogiorno d’Italia non ha affatto scoraggiato la scrittrice. Elizabeth Strout ha rilasciato diverse interviste nei giorni scorsi lodando medici e infermieri napoletani. Il calore e l’umanità meridionali contro la freddezza e la professionalità della sanità statunitense. «È capitato spesso a molti di noi di essere salvati dalla gentilezza degli estranei; peccato che a lungo andare la battuta risulta trita, buona per un adesivo da appiccicare sulla macchina», dice Lucy nel romanzo di fronte alla cortesia di un’infermiera. Parole buone anche per Elizabeth. A Napoli la scrittrice si è sempre mostrata serena e gentile, mai arrabbiata. Nemmeno quando si è alzata per sbaglio al buio, sbattendo la testa. Come nel romanzo, è stata necessaria una Tac. Per Lucy una esperienza spiacevole, che dura a lungo perché la macchina non funziona. A Elizabeth a quanto pare è andata meglio. La pratica è stata sbrigata in fretta e non c’era alcun problema alla testa.

Come i personaggi di Woody Allen in Harry a pezzi a volte Lucy salta con prepotenza fuori dalla pagina e sembra prendere la parola al posto dell’autrice. «Pensavo che mai e poi mai, una volta dimessa dall’ospedale, avrei potuto andare a passeggio senza ringraziare il cielo di essere di nuovo una di quelle donne in abiti leggeri, a spasso nella pausa pranzo. E per molti anni lo feci: mi rivedevo mentalmente alla finestra dell’ospedale e mi sentivo felice di calcare un marciapiede».  Che sia Lucy o Elizabeth a dirlo, scegliete voi.

Nelle imagini: Elizabeth Strout a Torino, 2016; un fotografo a Napoli, 1955 circa (Getty e Hulton)
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