Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Dandy volante

Storia dell'indimenticato presidente di bandiera Nicolò Carandini (1895-1972), ovvero quando viaggiare con Alitalia era un piacere.

C’è stato un tempo in cui Alitalia non significava vergogne e svendite francesi e Cai ma piuttosto orgogli nazionali e manager con allure inarrivabili. Come Nicolò Carandini, indimenticato presidente per vent’anni, dal 1948 al 1968, anni del boom e degli sviluppi transatlantici. La compagnia era nata solo nel 1946 con un volo Torino-Roma pilotato dal comandante Virgilio Rainero ma già nel 1960 col trasferimento dell’hub dalla troppo piccola Ciampino a Fiumicino la Alitalia-Linee Aeree Italiane, contribuiva ai fasti del dopoguerra. Carandini, già ex diplomatico, pragmatico, in ufficio alle sei di mattina, scriveva al ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Togni che «mentre i voli di addestramento del nuovo quadrireattore Dc-8 si stanno svolgendo a Fiumicino, il capo istruttore della Douglas, il quale ci assiste nell’ addestramento dei nostri equipaggi, ha dichiarato che considera la pista di Fiumicino tra le migliori da lui sperimentate in America e in Europa».

In un filmato del Luce, una vecchia Settimana Incom del 1961 mostra il “presidente conte Carandini” accogliere la milionesima cliente dell’Alitalia e l’anno successivo il “duemilionesimo cliente, anzi l’onorevole signor Due Milioni, il giapponese Yoshi Amaya, e “in suo onore, le giapponesine che studiano a Roma indossano il kimono”, con retoriche molto anni Sessanta. Nel 1964 papa Paolo VI, primo pontefice aviotrasportato, dopo un viaggio in Terra Santa riceveva «il distinto Presidente, il Conte Nicolò Carandini» e i dipendenti tutti della compagnia di bandiera, ringraziandoli perché «il solo pronunciare il nome di codesta Compagnia porta al Nostro pensiero, più vivi e suggestivi, i ricordi dei voli compiuti con voi verso mete lontane di edificazione, di apostolato e di carità, a cui Ci ha portato, come con un balzo prodigioso e rapidissimo, la perfetta efficienza dei vostri servizi».

 

Carandini era uno di quegli alieni che ogni tanto planano nella storia e nella cronaca italiana sotto forma di classe dirigente. Veniva da una famiglia che aveva servito il duca di Modena da qualche secolo, avvezza ai servizi di stato senza ruberie; alpino, partigiano, antifascista, nel 1926 aveva sposato la figlia del direttore del Corriere della Sera, Elena Albertini, e con lei si era trasferito a Roma in una casa nei pressi del Quirinale dopo l’esilio del suocero dal Corriere.

Era poi il famoso palazzo di via Quattro Novembre dove ai due ultimi piani sarebbero andati ad abitare più tardi Gianni e Susanna Agnelli. L’edificio, il più alto di Roma, più del Quirinale, dava fastidio in particolare a Mussolini, che per non sentirsi scrutato dall’alto da Albertini fece ricorso al capriccio architettonico: convocata l’archistar di regime Armando Brasini, che aveva inoculato di barocchetto tutta la città – autore tra l’altro del ponte Flaminio, dello Zoo, del progetto originario dei Fori, della villa omonima e neo medievale Brasini a Ponte Milvio – fece erigere un esagerato e fuoriscala palazzo dell’Istituto nazionale infortuni (oggi Inail) a via Quattro Novembre.

«Un edificio in travertino romano, con grandi colonne classiche e una inutilizzabile torre di fianco» recita l’Enciclopedia Treccani; la torre inutilizzabile, altissima, aggettante, pencolante, insieme a tutto l’edificio barocchetto, non avevano del resto altro senso se non impallare la vista da palazzo Carandini-Albertini su piazza Venezia («ne seguì una serie di polemiche, suscitate dall’esorbitante spesa di costruzione», sempre dalla Treccani). Ancora oggi il palazzo assiro-barocchetto incute sentimenti lugubri agli scooter bloccati nel traffico.

Carandini, alpino, partigiano, antifascista, era uno di quegli alieni che ogni tanto planano nella storia e nella cronaca italiana sotto forma di classe dirigente.

E mentre alla fine di via Quattro Novembre, proprio tra palazzo Carandini e palazzo Venezia, ai Santi Apostoli, la principessa Colonna dava i suoi famosi balli con il bullo Galeazzo Ciano (e Curzio Malaparte scriveva tutto in Kaputt, come in un Preghiere Esaudite romano), Carandini veniva spedito a Londra. Alto, biondo, abito e inglese impeccabili, una somiglianza importante con Gary Cooper, Carandini guidò e anzi aprì la legazione italiana a Grosvenor Square, acquistandone i locali, partendo da Ciampino con un bimotore militare, e non trovando nessuno all’arrivo, perché l’Italia si era comportata molto male in guerra (e solo due anni dopo del resto De Gasperi alla Conferenza di Parigi disse la famosa frase triste – “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”).

La stessa sensazione la provò Carandini a Londra: l’Italia era impresentabile, e però “a Londra, col suon fascino personale e l’eleganza d tipo anglo-internazionale”, Carandini suscitò “comprensione, addirittura parole di simpatia, e ben presto si stabilirono in privato numerosi rapporti di autentica amicizia” (Edgardo Bartoli, Milord. Avventure dell’Anglomania italiana, Neri Pozza). Arredò i locali dell’ambasciata con un po’ di pezzi presi agli Uffizi e qualche dipinto della collezione Savoia, e quando, dopo parecchio tempo, il sottosegretario agli Esteri Lord Curzon si degnò di fare visita alla sede diplomatica italiana, preparato a trovarsi di fronte esemplari italici olivastri e con brillantina, e trovandosi invece di fronte il perfetto gentleman con occhio ceruleo e maniere ducali, disse solo: impossible! (sempre Milord).

Carandini, poi, tornato a Roma, non solo guidò elegantemente la compagnia di bandiera ma partecipò alla fondazione di quel covo di mitologie in grisaglia che era il Mondo, di cui fu collaboratore e poi azionista al 50%. Da perfetto gentiluomo british mise su anche una tenuta agricola modello. Acquistò infatti insieme al suocero terreni paludosi sull’Aurelia, con un castello diroccato, trasformando il tutto in una azienda moderna con mucche e servizi sociali per maestranze, ancor oggi in attività, con vigneti e catering (e nella cappella del castello si sposò qualche tempo fa Mara Carfagna con l’imprenditore Marco Mezzaroma, e sull’Aurelia, poco prima dell’uscita, e non lontano da Fiumicino, scritte molto poco sobrie: te sei fatta Mezzaroma. Altri tempi).

 

Foto: Matthew Lloyd

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg