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Comic Con

Per fare un esempio: al Comic Con sono talmente simpatici che, per festeggiare i 15 anni di South Park, hanno fatto VERAMENTE un milione e mezzo di sacchetti di patatine Cheesy Poofs, quelle che si vedono nello show. E tu puoi vagare per i vari panel, uno più bello dell’altro, sgranocchiando fiero le tue Cheesy Poofs. Con il risultato che ti senti parte di una famiglia di privilegiati: milioni di amici che si divertono con le stesse piccole cose. Il Comic Con è il posto dove finiscono i nerd quando muoiono. È il valhalla di tutte quelle cose per cui i diversamente cool (modo carino per non ripetere nerd e categoria alla quale mi bullo di appartenere) vivono e respirano. È il regno dell’acquolina in bocca, delle belle speranze, del “sarà sicuramente il film più bello della Storia del Cinema”.

Dal 21 al 24 di luglio, al San Diego Convention Center, s’è consumato l’ennesimo paganissimo rito. Personalmente, anche se mi farei tagliare sereno un orecchio con una forbice arrugginita per essere lì, chi scrive non c’è mai stato, ma ormai anche noi poveri nerdacchioni italiani sappiamo più o meno cosa aspettarci dal Comic Con. L’avete visto Paul, l’ultimo film con i nerd gods Simon Pegg & Nick Frost? Ci sono tutti i sosia de L’Uomo dei Fumetti de I Simpson, i cosplayers, le code per l’autografo di Rob Liefeld, i divi, i divetti e gli ex divi, tutti insieme in un unico spazio. Tutti nel nome della più divertente e spensierata industria del divertimento mondiale. Il Comic Con ha infatti ancora oggi, nel 2011, quell’aria pura e innocente che solo le cose legate all’essere diversamente cool possono avere. Un po’ come certo punk “non ci avrete mai come volete voi!”. Certo, parliamo di prodotti che definire di massa è poco (rapidi esempi: il trailer del nuovo film di Sodebergh, il teaser della seconda stagione di The Walking Dead), ma l’industria – la chiamo volutamente così: come un’entità non meglio definita – te li fa passare come se fosse la realizzazione del tuo piccolo sogno segreto.

Il problema del Comic Con è la simpatia forzata: Hollywood, l’Industria, quelli cattivi, hanno capito che noi nerd ci gasiamo se c’è della simpatia. Grazie alla simpatia possiamo sopportare qualsiasi cosa. Quest’anno però, l’hanno fatta grossa. L’hanno fatta talmente grossa che hanno rivelato al mondo intero il loro perfido piano per fregarci, per tenerci buoni e per farci accettare qualsiasi cosa. Come sicuramente saprete s’è deciso di fare un reboot dello Spider-Man di Sam Raimi, una saga cominciata nel 2002. Non nei magici anni Settanta. Non nei divertentissimi anni Ottanta. Nel 2002: meno di un decennio addietro. Lo straordinario lavoro fatto da Raimi coi primi due, dopo essere stato rovinato da esigenze di mercato nel terzo (“Sam, dobbiamo infilarci almeno 57 villains e dobbiamo far ridere ridere ridere!”), è stato proprio gettato nel dimenticatoio. Al suo posto è stato chiamato Marc Webb che, anche se ha un cognome simile a web/ragnatela, prima di prendere in mano il progetto Spider-Man Reboot ha messo la sua firma su un film come (500) Giorni Insieme. Voi vi rendete conto, vero? Esattamente come ha fatto la Marvel cartacea un tot di anni fa, s’è deciso di puntare su un Uomo Ragno più teen, più al passo coi tristi tempi che stiamo vivendo. Le nostre preoccupazione hanno trovato conferma nel momento in cui è uscito il trailer di questa barbarie: due minuti e mezzo di pasticci brutti e assolutamente sconclusionati. E, proprio mentre noi diversamente cool avevamo già preso impugnato i nostri forconi per recarci a San Diego per protestare, ecco che l’industria s’è giocata la carta simpatia.

Al panel dedicato a Spider-Man, durante il classico momento Q&A, prende la parola tra il pubblico un ragazzino con il suo costumino da tessiragnatele. Un costume di quelli casalinghi, un po’ poverini, di quelli che ti fanno simpatia già solo a guardarli. Dopo una brevissima introduzione il ragazzo si toglie la maschera e svela la sua identità: sorpresona delle sorpresone! Ma è proprio Andrew Garfield, l’attore inglese chiamato a vestire i panni di Peter Parker nel prossimo film! Ma io non ci posso credere! L’Eduardo Saverin di The Social Network, con i suoi capelli tutti arruffati, vestito come se fosse ad una festa di carnevale del 1987, con la voce scientemente rotta dall’emozione, ha passato poi cinque minuti a dire che per lui essere l’Uomo Ragno è il massimo della vita, che è cresciuto come tutti noi con il mito di questo straordinario supereroe, che è un onore essere lì al Comic Con e bla bla bla. E mentre dice queste cose puoi sentire in sottofondo gli “Awwwww!” (the sound of tenderness) sospirati da tutti quelli che erano lì in quel preciso momento. Facendo più attenzione si sentono pure quelli di tutti gli altri che hanno visto poi il video in Rete. Tutte persone che in quel preciso momento hanno dimenticato lo sconforto provato durante la visione del trailer e che erano già pronte a fare chilometriche file per entrare in sala il primo giorno di programmazione di The Amazing Spider Man. Sottoscritto ovviamente compreso. Questo tipo di carta simpatia, l’annullamento della distanza tra pubblico e realizzatori in nome della cuteness, è la costante di tutti quelli che poi diventano gli eventi del Comic Con. Citiamo per esempio il siparietto tra il bambino più biondo di sempre e Ryan Reynolds per il panel di Green Lantern, ma veramente gli esempi non mancano. Niente di male, Hollywood, ma sappi che t’abbiamo beccato. E non ci credo che Andrew Garfield si leggeva i fumetti de L’Uomo Ragno.

 

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