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L’uomo tra Wes Anderson, Ben Stiller e Madagascar 3

Noah Baumbach, sceneggiatore e regista: ha scritto Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou e diretto il nuovo Frances Ha, un film da vedere (anche al Torino Film Festival).

Dal 22 al 30 di novembre c’è stato il Torino Film Festival. Parliamo di una manifestazione che quest’anno, forse ancora di più degli anni passati, è riuscita ad avere una proposta estremamente di qualità insieme a una presenza di pubblico strabiliante, con un aumento calcolato attorno al 30%. Se è vero che il Torino Film Festival s’è sempre distinto per una proposta coraggiosa e all’avanguardia, ha sempre sofferto di una copertura mediatica decisamente scarsa e svogliata dagli organi di stampa ufficiali. Mentre abbiamo letto e parlato senza sosta delle polemiche tra Venezia e Roma, mai come quest’anno di rara inutilità, per avere informazioni o recensioni competenti sul Torino Film Festival abbiamo dovuto scandagliare la rete in cerca di qualche volenteroso blogger appassionato che ci raccontasse l’unica cosa importante di un Festival. Cosa, si chiederà a questo punto il lettore? La presenza sul red carpet di Valeria Marini? La comparsata della fidanzata di quell’attore che mi piace tanto? La polemica del tale regista/ attore/produttore italiano che lamenta scarsa attenzione da parte del pubblico nei suoi confronti? No. La cosa più importante di un Festival cinematografico sono i film.

Uno dei film più interessanti presentati a Torino si intitola Frances Ha ed è diretto da Noah Baumbach. Il titolo in questione gira i Festival di cinema da circa un anno a questa parte, è uscito anche se brevemente negli Stati Uniti a maggio ed è stato pubblicato in Dvd dalla prestigiosa Criterion proprio a ridosso della visione torinese. Frances Ha è la storia di una ragazza di 27 anni (Greta Gerwig, su cui torneremo ampiamente più tardi), aspirante ballerina che tenta di trovare una propria indipendenza. Inizialmente la troviamo alle prese con una relazione amorosa totalmente inutile e coinquilina della sua migliore amica Sophie. Le due sono legatissime e vivono la vita che possono avere due ragazze forse ancora troppo legate all’adolescenza nella New York hipster di oggi, quando Sophie d’un tratto lascia la casa che divide con la protagonista per andare ad abitare con il suo fidanzato. Questo fatto mette la povera Frances di fronte a un bivio della propria esistenza: mentre tutti procedono apparentemente senza alcuna preoccupazione, lei deve trovare una casa, un lavoro e mettere ordine nelle proprie amicizie e sentimenti. Inutile e impossibile dire di più di questo film, girato in uno splendido bianco e nero, che procede come per capitoli, tutti indicati da didascalie che riportano l’indirizzo dove abita la protagonista.

Una giovane ragazza che sembra non fare niente della sua vita, se non perdere tempo stesa sul suo letto sempre sfatto, chiacchierare del nulla o girovagare per feste piene di suoi coetanei vestiti come modelli di American Apparel

Se si hanno poco più di 30 anni (in realtà chi scrive pende ormai più verso i 40 che i 30, ma diciamo che l’età di riferimento è quella) si può essere inizialmente irritati da Frances Ha. Parliamo di un film in cui la protagonista è una giovane ragazza che sembra non fare niente della sua vita, se non perdere tempo stesa sul suo letto sempre sfatto, chiacchierare del nulla o girovagare per feste piene di suoi coetanei vestiti come modelli di American Apparel e pieni di quei difetti estetici che li rendono irresistibili. Sophie per esempio è interpretata da Mickey Sumner, mentre uno dei co-protagonisti è Adam Driver, già visto in Girls e che sembra uscito dalla matita di Gipi. Andando avanti con la visione però non si può fare a meno di rimanere incantati dal film. Frances Ha è semplicemente una commedia brillante e newyorchese, con tutti i riferimenti che una definizione del genere si porta appresso, che sceglie di confrontarsi o di raccontare la drammaticità del passaggio di una ragazza all’età adulta. Certo, non un tema proprio nuovo, vero? Ok, ma c’è modo e modo di raccontare sempre la stessa storia e Frances Ha lo fa nel migliore dei modi possibili. Ma come si è arrivati a un risultato così soddisfacente?

Dopo la seconda esperienza con Anderson per Fantastic Mr. Fox, Baumabch si ripresenta al grande pubblico delle commedie indie – ormai diventate un genere a sé stante – con il bizzarro Lo Stravagante Mondo di Greenberg

Il film è diretto da Noah Baumbach, che forse qualcuno di voi ricorda come regista di un’altra piccola perla uscita al cinema nel 2005 e intitolata Il Calamaro e La Balena. Il film in questione era una sorta di versione più viscerale e drammatica dei film di Wes Anderson e il riferimento è tutt’altro che casuale. L’anno prima Baumbach aveva infatti sceneggiato Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, una collaborazione continuata poi nel 2009 con il film d’animazione tratto da Roald Dahl Fantastic Mr. Fox. Nel frattempo però Baumbach continua anche con l’attività di regista e nel 2007 fa uscire il suo secondo film, Il Matrimonio di Mia Sorella. La pellicola ha una produzione piuttosto ricca e il cast parla chiaro: Nicole Kidman, Jack Black, Jennifer Jason Leigh, John Turturro e Ciarán Hinds. Il film raccoglie qualche recensione entusiastica e riesce a far innamorare coloro che all’epoca seguivano quel cinema che, per comodità e sintesi, possiamo definire come “dolci commedie intimiste”. Ma allo stesso tempo non ha il successo che merita: a fronte di un budget di dieci milioni di dollari, ne vengono portati a casa meno di tre. Poco male: dopo la già citata seconda esperienza con Anderson per Fantastic Mr. Fox, Baumabch si ripresenta al grande pubblico delle commedie indie – ormai diventate un genere a sé stante – con il bizzarro Lo Stravagante Mondo di Greenberg. Scritto insieme alla ex moglie Jennifer Jason Leigh, parla del difficile rapporto d’amore tra un quarantenne ipocondriaco e depresso, interpretato da Ben Stiller, e un’aspirante cantante interpretata dalla diva e musa ispiratrice del movimento mumblecore Greta Gerwig.

In tutto questo spunto la figura di Greta Gerwig, affascinante se non addirittura bella, sicuramente ingombrante e con un volto difficile da dimenticare. Non è solo il punto di riferimento più riconoscibile del mumblecore ma possiamo dire che ne è diventata una metafora

Piccola parentesi: del mumblecore abbiamo già detto proprio qui più volte, ma possiamo riassumere il tutto come l’ultimo reale movimento cinematografico indipendente statunitense. Budget quasi inesistente, tematiche ricorrenti (storie d’amore o rapporti tra trentenni) e soprattutto una manciata di registi, sceneggiatori e attori che oltre ad essere dei veri tuttofare, lavorano in team collaborando tra di loro, riuscendo però a mantenere una propria unicità, o se preferite autorialità. Joe Swamberg, Adam Wingard, i fratelli Duplass, Lynn Shelton sono solo alcuni dei nomi di una corrente cinematografica che oltre ad aver imposto un gusto e una visione del mondo (anche se forse un po’ ristretta) è riuscita ad andare oltre a quella sterile divisione che c’è tra cinema indipendente e cinema mainstream. I casi più rappresentativi di questa commistione sono gli esperimenti dei fratelli Duplass, che da tempo flirtano con il grande pubblico collaborando con una serie di attori molto noti come John C. Riley, Ed Helms o Jason Segel. Ancora: Joe Swamberg, che da poco ha diretto quello che è forse il suo film migliore, ovvero Drinking Buddies con Olivia Wilde e Anna Kendrick, o tutta la parte horror del movimento (il cosiddetto mumblegore) che grazie ai due film a episodi V/H/S 1 e 2 e a qualche titolo particolarmente azzeccato come Baghead, You’re Next o The Innkeepers s’è ritagliato un posto di riguardo tra gli appassionati del genere. In tutto questo spunto la figura di Greta Gerwig, perfetta incarnazione di questo movimento. L’attrice, affascinante se non addirittura bella, sicuramente ingombrante e con un volto difficile da dimenticare, non è solo il punto di riferimento più riconoscibile del mumblecore ma possiamo dire che con la sua carriera e la sua vita ne è col tempo diventata quasi una metafora, una rappresentazione. Greta Gerwig dopo aver lavorato in quasi tutti i film del mumblecore che vale la pena vedere, ha cominciato a lavorare in film ben più visibili, come il già citato Greenberg, lo sfortunato remake di Arturo, al fianco di Russell Brand o l’avventura italiana di Woody Allen To Rome With Love. Non più solo il volto di una parte di una generazione, ma un’icona di stile e forse l’attrice più rappresentativa di tutto un modo di intendere il cinema sia indie che mainstream.

Resta solo da capire perché Baumbach abbia firmato la sceneggiatura di Madagascar 3: Ricercati in Europa, ma immagino che la ragione sia l’amicizia con Ben Stiller. O forse Madagascar 3 è il film d’animazione più sottovalutato di sempre

Tornando all’oggetto della nostra attenzione: la collaborazione in Greenberg tra Noah Baumbach e la Gerwig ha dato il via a una storia d’amore il cui frutto è proprio la sceneggiatura di Frances Ha, che è perfetta proprio perché ognuno dei due riesce a smussare i difetti dell’altro. La scrittura fin troppo chiusa in sé stessa, leggermente autoreferenziale di Baumbach trasferendosi nella vita e nel corpo della Gerwig risulta molto meno pesante rispetto ai film precedenti del regista. Allo stesso tempo Baumbach riesce a inserire in un contesto apparentemente frivolo elementi che hanno a che fare con la parte più riflessiva, quando non direttamente drammatica, della questione. Il risultato è una sceneggiatura solo apparentemente leggera che alterna ottimi dialoghi arricchiti da alcune battute fulminanti con momenti estremamente intimi e sentiti. Il bianco e nero poi, lontano dall’essere una pura scelta estetica, si staglia con forza con il mondo raccontato dal film. L’effetto è quello di uno stacco netto con tutti i film che insistono a basare la rappresentazione del mondo giovanile attraverso magliette sgargianti o calzini a righe. Lo stesso discorso lo si può fare per l’azzardatissima colonna sonora che, insieme alle solite ossessioni glam di Baumbach come i T. Rex o l’irresistibile Modern Love di Bowie, inserisce una rischiosissima “L’Ecole Buissoniere” di Jean Constantine, presa in prestito dalla colonna sonora de I 400 Colpi. Un film appassionante, estremamente vitale, commovente, bellissimo. Tornate indietro nel tempo e andate a vederlo a Torino o acquistate subito il Dvd della Criterion. Resta solo da capire per quale motivo Noah Baumbach in tutto questo abbia firmato la sceneggiatura di Madagascar 3: Ricercati in Europa, ma immagino che la ragione sia l’amicizia con Ben Stiller. O forse Madagascar 3 è il film d’animazione più sottovalutato di sempre.

 

Immagine: Noah Baumbach al New Yorker Festival di New York, ottobre 2013 (Slaven Vlasic / Getty Images for The New Yorker)

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