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Arrederei ma non posso

Arredare casa tra i trenta e i quarant'anni. Una piccola indagine su estetica e irrequietezza tra cataloghi Ikea e abbonamenti a Wallpaper.

Quante case cambiamo nel corso di una vita? Come ci muoviamo tra una casa e l’altra? Quanto di noi mettiamo nell’arredo di una casa? Quanto è importante? In che misura, poi, quell’arredo non è un semplice arredo, come quello di un ufficio, ma qualcosa di più importante? E quanto tempo passiamo nelle case degli altri, e quanto tempo ancora passiamo a invidiarne certi dettagli? Quanto ne parliamo, poi?

«Era parte del bancone di un pub di Edimburgo, ha duecento anni»: è più o meno questa la formula fissa con cui introduco, da qualche mese, il ripiano di mogano che funge da tavolo da pranzo, in casa mia, agli ospiti. Devo, purtroppo, aggiungere delle giustificazioni sulla sua precaria stabilità, a causa di un acquisto errato di quattro gambe. Aggiungo, però, che lo stesso tavolo sarà molto più stabile una volta trasformato in scrivania, nello studio, e appoggiato quindi a un muro. Il suo rimpiazzo nella veste di tavolo da pranzo è già pronto, e attende soltanto una struttura che lo sostenga: è un ripiano di marmo grigio appoggiato alla parete, accanto al divano. Se la conversazione prosegue, dirò che i divani sono in attesa di essere rifoderati, e che la cucina e il pavimento verranno presto rinnovati. Sto scegliendo i modelli, i materiali. Chiuderò la conversazione, probabilmente, con un paragone tra questa mia casa e un cantiere sempre aperto.

The World Of Charles And Ray Eames

Sono entrato in questa nuova casa di Milano nord, la quinta della mia vita, nell’agosto del 2014. È la prima volta in cui vivo in una casa mia: nessun coinquilino e, soprattutto, la prospettiva di rimanerci a lungo. È la prima volta in cui posso pensare all’arredamento soltanto io, e a lungo termine. È bello, ma più faticoso di come avrei immaginato. Se guardo le scaffalature “Pulp” di Muji montate all’ingresso vedo diverse pile di riviste di arredamento, architettura, design: molti Living, dodici mesi di Wallpaper, Brownbook, un discreto numero di World of Interiors, un anno di Gardenia, qualche Elle Decor. Arredare una casa è difficile e dispendioso, e comprare riviste di arredamento, o “shelter magazines”, rende il tutto, in un certo senso, più difficile e più dispendioso: i riferimenti e le ispirazioni si moltiplicano e, divisi tra un servizio fotografico di una country house nei dintorni di Tangeri e una penthouse di Basilea, l’azione di figurarsi come dovrà essere il salotto o la camera da letto o la cucina risente di una strana schizofrenia estetica.

I primi viaggi verso l’Ikea, come i primi mesi di una relazione, sono i più eccitanti: ci siamo già trovati decine di volte tra i corridoi labirintici e le cucine, le camere da letto, i salotti, ma con una nuova casa da arredare è come se quella cosa che alcuni chiamano “la magia”, l’eccitazione, l’innamoramento (di sé, e della casa, e del futuro) si riaccendesse. Ci immaginiamo infinite possibilità, infinite combinazioni, miraggi di cucine bianche e ciliegio, finestre luminose, pranzi felici, tende leggere e bianche accarezzate dalla brezza di una assolata archetipica mattina di primavera. Lunghi divani e tavolini di caffè dalle corte gambe smilze. Pavimenti industriali, soffitti alti metri e metri. Piante tropicali. Quello che scopriamo, verso le casse, è che nella realtà ci sono soltanto infiniti scolaposate bucherellati, infiniti e indefinibili porta-cose bianchi e blu, infiniti barattoli di vetro a chiusura ermetica. Decontestualizzati dallo styling di un catalogo, i mobili Ikea sono brutti. Lauren Collins, staff writer del New Yorker, ha scritto in un articolo che l’arredamento Ikea è «arredamento segnaposto, il preludio a un miglioramento sempre imminente. Va bene finché non si rompe, o finché i suoi proprietari non si lasciano».

The World Of Charles And Ray Eames

V, 31 anni, scrittore, si è trasferito da pochi mesi in una nuova casa a Torino. Lo aiuto nel trasloco, sistemiamo il divano contro una parete, il Ficus Variegata vicino alla finestra, il tavolo-scrivania affacciato su una seconda finestra. Quando torno a trovarlo, il salotto è cambiato, i mobili si sono mossi. Parliamo molto, tra noi, di arredamento e di soluzioni su come evitare “l’effetto Ikea”: un conoscente ha acquistato un divano dal sito made.com, ma non ne è contento; un’altra amica ha invece comprato sullo stesso sito una lampada, e ne è molto soddisfatta; un terzo amico è riuscito ad arredare la sala con due divani di design, spendendo quelli che per noi sono forse due stipendi mensili interi. «Il divano è il punto di non ritorno», mi dice V. «Quando compri un divano non-Ikea vuol dire che sei diventato grande». Oltre al divano, Ikea ha democratizzato (ma uniformato, appiattito) l’estetica delle case occidentali con un altro complemento: la libreria Billy. Per salvarsi dall’effetto uniformante, in mancanza di un’adeguata disponibilità economica da investire in altre librerie più “uniche”, sono nati negli ultimi anni decine di siti di “Ikea hacking”. Cercando su Google «hacking billy ikea» trovo quasi 500.000 risultati. Io, su consiglio di V, ho seguito le istruzioni di montaggio di Autoprogettazione di Enzo Mari. Ho speso poche centinaia di euro, l’estetica mi soddisfa, e come scrive Mari nella prefazione, ho capito meglio «le ragioni fondanti» della costruzione, mi sono posto «di fronte alla produzione con capacità critica». Eppure non so quanti anni resisteranno i fragili montanti di abete, e i semplici ripiani di legno multistrato.

Nel 1965 Georges Perec pubblicava Le cose. Nel descrivere la generazione nata negli anni Ottanta, o sul finire dei Settanta, è un libro attuale, pur con alcune differenze. Il sottotitolo del libro è Una storia degli anni Sessanta. I due protagonisti hanno circa trent’anni nei Sessanta, anche se sono dei Sessanta pre-Sessantotto. Nelle prime pagine Perec introduce la generazione middle-class cresciuta per prima nella civiltà dei consumi: «Gli sarebbe piaciuto essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, guardare, sorridere come persone ricche. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, avrebbero saputo non ostentarla». Negli anni Ottanta, poi, il piccolo boom economico almeno italiano ha fatto sì che quei borghesi piccoli ed eroticamente attratti dalle Cose un po’ di ricchezza riuscissero ad accumularla davvero. Ed è accaduto che le aspirazioni delle Sylvie e dei Jérôme si realizzassero in case meno romantiche e velleitarie, ma più… solide, più finite. In quelle case, a volte, ci siamo cresciuti. Erano spesso case “finite”, case tutte d’un pezzo, molto poco soggette a stravolgimenti di arredamento, di organizzazione spaziale, di pavimentazione. M, 32 anni, giornalista, mi dice: «La classe media che emergeva negli anni Ottanta in Italia il pezzo originale poteva permetterselo. Oggi c’è la consapevolezza del fatto che è più difficile, se non impossibile. E al tempo stesso sono intervenute altre forze, non per forza belle o brutte (io ho un giudizio neutro): il mercatino vintage o sedicente tale, il falegname che ti fa un pezzo simile o un’altra cosa, che però a quel punto è solo tua. E anche (e questo è un male) una diseducazione, dovuta anche alle minori possibilità d’acquisto generazionali: i più giovani non sanno cosa sia un Saarinen o un Magistretti, temo. Ma forse risolvono il problema alla radice».

«Il senso dell’agio», scrive Perec nella prima parte del romanzo, «gli mancava in modo crudele. Non agio materiale, obiettivo, ma una certa disinvoltura, una certa distensione. Tendevano a essere eccitati, contratti, avidi, quasi gelosi. Il loro amore per lo star bene, per lo star meglio, si risolveva il più delle volte in uno sciocco proselitismo: allora discorrevano a lungo, con gli amici, sulle virtù di una pipa o di un tavolino, ne facevano oggetti d’arte, pezzi da museo. (…) Attraversavano Parigi per andare a vedere una poltrona che gli era stata descritta come perfetta».

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Un recente articolo pubblicato su The New Republic, firmato da Jordan Kisner, parla di come alcuni newyorchesi abbiano risolto alla radice il problema del modello aspirazionale abitativo: con l’housesitting. Se non puoi permetterti il grande loft post-industriale ripieno di divani Chesterfield che vuoi (ma perché lo vuoi, poi?), puoi sempre diventare house-sitter di chi quel loft lo ha già. Nell’articolo (intitolato “Wishful living”, sottotitolato “A generation that will never have the prosperity of the previous one settles for the next best thing – aspirational housesitting”), l’autrice scrive di un gioco che era solita fare con il fidanzato: «Lui ed io facevamo un gioco, Someday-Never, in cui ispezionavamo palazzi di mattoncini (brownstones) e loft e sceglievamo quelli in cui non avremmo vissuto mai».

Scrivo a M che forse il problema è quello di una classe che, riprendendo la definizione del New Republic, è fatta da «young educated persons», tendenzialmente piuttosto poor, ma ha aspirazioni da «young educated rich persons». M risponde: «L’aspirazione per me arriva sempre dai ricordi, dalle case degli amici di famiglia che guardavo da piccolo, da tutta una serie di maddalene tristissime ma inscalfibili. E certo, quel rich di cui parli è centrale». V mi dice: «Secondo me c’entra anche una cosa diversa, e cioè che noi ci rapportiamo al mondo come fosse un profilo Facebook: vogliamo che i nostri vestiti, i nostri gusti musicali, la nostra casa rappresentino in modo brillante e speciale la nostra “personalità unica” (brr). Non so i tuoi genitori, ma i miei se ne fregavano. La casa doveva essere prima di tutto accogliente e funzionale, e magari bella; i vestiti pure. E alla fine, naturalmente, questo finiva per rispecchiare davvero chi erano molto più che il nostro “carefully curated living”».

«Secondo me c’entra il fatto che ci rapportiamo al mondo come fosse un profilo Facebook»

Dopo un anno e mezzo, casa mia non solo non è “finita”: mi sembra che “finirla” sia impossibile. Acquistando da un famoso elettricista di corso Como un grande bulbo con cui illuminare-arredare la camera da letto, mi chiedo quanto durerà prima di essere sostituito da una plafoniera che si adatterà di più ai miei gusti – o ai gusti che mi influenzeranno – tra cinque, dieci anni. Lo stesso vale per le cassettiere di plastica opacizzata di Muji, o per il letto che-ho-costruito-io. C, 39 anni, mi scrive: «Io oscillo pericolosamente tra un desiderio di perfezione del dettaglio da rivista di arredamento e un desiderio di decluttering totale. Un’immagine mentale di stanze vuote con al massimo sedia letto e scrivania, quindici, venti libri messi per terra, un portariviste. Il punto è quello di sentirsi rappresentati da uno spazio, procedere per accumulazione, per piccoli aggiustamenti, oppure per sottrazione. Ma certo è molto diverso rispetto a un tempo in cui le case potevano rimanere uguali e con gli stessi mobili anche per trent’anni. Abbiamo bisogno di cambiare sempre, il che tra l’altro non mi pare un fatto negativo».

The World Of Charles And Ray Eames

È vero, “abbiamo” bisogno di cambiare sempre. Ma da dove deriva questo bisogno? Da modelli estetici che cambiano, da bombardamenti di stimoli visivi, insomma: da mode? Oppure da una certa precarietà economica che impedisce di acquistare degli arredi (e quindi, per estensione, una proiezione di vita) che ci conquisti totalmente? Quanto sono problemi legati alla contemporaneità, alla parola crisi che è ormai, da dieci anni, sinonimo della parola vita, normalità? C, quando glielo chiedo, dice: «Secondo me tutte e due le cose, da un lato abbiamo imparato a dare sempre più importanza al gusto e all’estetica, ci piacciono le cose belle, vogliamo vivere in ambienti belli, ma ovviamente non possiamo renderli belli come vorremmo. L’introduzione di Ikea in Italia ha allo stesso tempo contribuito a risolvere il problema creandone un altro, perché abbastanza presto ci si è resi conto che una casa arredata interamente Ikea non era così bella e quindi quasi tutti sono passati a quello che si potrebbe definire (ma sicuramente ci sarà un termine specifico) Ikea Mashup, cioè una traccia Ikea con sopra un’altra traccia di pochi e selezionati pezzi non Ikea. La mia casa è fatta così. Ma il punto non è soltanto, almeno credo, una questione aspirazionale, il punto credo sia anche una incapacità di rimanere affezionati per troppo tempo con una certa estetica. I nostri gusti cambiano perché siamo molto più ricettivi rispetto alle tendenze. Ma il fatto che siamo più ricettivi è legato a un mutazione. Non ce la facciamo a essere legati per troppo tempo a una certa immagine di noi stessi. I vestiti e i mobili belli e a basso costo rispondono benissimo a questo bisogno».

Mi chiedo, infine, se pensare che questi siano comportamenti “di oggi” sia giusto o no. In fondo già nel 1882 Sigmund Freud scriveva a Marta: «Tavole e sedie, letti, specchi, un orologio che ricordi ai beati mortali il trascorrere del tempo, una poltrona per le ore di placida fantasticheria, tappeti (…) fiori, quadri alle pareti, bicchieri per l’acqua di tutti i giorni e per il vino della festa (…). Legheremo i nostri cuori a delle cose così piccole? Sì, e senza esitazioni».

 

Nelle immagini, scene dalla mostra The World Of Charles And Ray Eames, al Barbican, Londra, ottobre 2015. Tristan Fewings/Getty Images for Barbican Art Gallery
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