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I data center della NSA in crisi per eccesso di spionaggio


I simpatizzanti di Edward Snowden, Julian Assange e Wikileaks possono sorridere. Nei mesi trascorsi dallo scoppio del caso PRISM – quello che a giugno portò a scoprire l’esistenza di un programma segreto del governo americano per intercettare i dati sensibili degli utenti – l’imponente macchina dello spionaggio statunitense è stata spesso descritta nei termini di un apparato invincibile. Eppure il Wall Street Journal oggi rivela che, nei 13 mesi appena trascorsi, il celebre data center dello Utah (dove i dati vengono passati al setaccio e archiviati in enormi dischi) ha sofferto 10 fusioni di circuiti a causa di sovratensioni.

Il Journal ha avuto accesso a documenti che descrivono la natura dei collassi energetici del centro dati di Camp Williams, che appaiono – con le parole di un funzionario – come «il bagliore di un fulmine in una scatolina di venti centimetri» e generano esplosioni e distruzioni dei circuiti. Ma perché avvengono?  Semplice: perché l’energia elettrica utilizzata dal centro della National Security Agency supera i livelli di guardia e costringe il sistema ad andare in tilt. In altre parole, troppo monitoraggio.

Il data center dello Utah spende un milione di dollari al mese per rifornirsi di 65 megawatt di energia (l’equivalente di quanto servirebbe per una cittadina di ventimila abitanti, per capirci). Il problema, ora, è correre ai ripari: i generatori d’emergenza non hanno passato i test e i sistemi di raffreddamento potrebbero fare la stessa fine. Il governo americano, dal canto suo, non ha ancora trovato un accordo sui sistemi di controllo da implementare.

 

Nell’immagine: il complesso dei data center di Camp Williams, Utah.

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