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Soundcloud è sul letto di morte?

Per Soundcloud la fine potrebbe essere vicina, molto vicina. Diversi media riportano infatti che la società sarebbe in grave perdita, e che avrebbe il denaro sufficiente per andare avanti fino al prossimo trimestre, ovvero altri ottanta giorni. La notizia è stata data da TechCrunch, per poi essere ripresa da Dazed e da altre testate. Stando a quanto si apprende, sono stati i due fondatori, Alex Ljung ed Eric Wahlforss, a dare l’amara notizia, in una video-conferenza con i dipendenti. L’azienda aveva licenziato agli inizi di luglio 176 persone, quasi la metà del suo staff, commentando in un comunicato che la riduzione dei costi era finalizzata a riportare la compagnia «sulla strada della sostenibilità»; però gli ultimi sviluppi sembrano lasciare intendere che le chance di sopravvivenza sono alquanto basse.

La società ha replicato specificando: «Per mettere in chiaro le cose, SoundCloud ha la liquidità necessaria per arrivare al quarto trimestre. Continuiamo ad avere fiducia nel fatto che i cambiamenti della scorsa settimana ci rimetteranno in carreggiata per garantire la sostenibilità a lungo termine». Originariamente l’articolo di TechCrunch aveva suscitato qualche confusione perché il giornalista, confondendosi, aveva riportato che l’azienda aveva una lifeline di trenta giorni anziché cinquanta (si era trattato di un banale errore di calcolo). Il leak del contenuto della videoconferenza era partito dai dipendenti, tra i quali c’è un forte malcontento per come la proprietà ha gestito assunzioni e licenziamenti: pare che alcuni membri dello staff fossero stati assunti, e convinti a lasciare impieghi precedenti, soltanto poche settimane prima di essere licenziati.

Al di là dell’aspetto aziendale e finanziario, Dazed nota che tutta questa vicenda ha anche una dimensione culturale: «SoundCloud è molto più di una semplice piattaforma. È uno stile di vita.  È il posto dove sono nati vaporwave, cloud rap e phonk». Quello che differenzia la società dai suoi competitor molto più grandi, come Spotify e Apple music, è infatti la presenza dei contenuti user-generated, inclusi remix non-ufficiali e performance di musicisti amatoriali e semi-professionali, una combinazione che ha contribuito a creare un terreno fertile per una serie di sottoculture musicali.

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