Abbiamo intervistato l'autrice di uno dei romanzi più chiacchierati e sorprendenti di quest'anno. Con lei abbiamo parlato di autofiction, scrittura femminile, bellezza e coppie aperte.
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh
Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.
«C’era una volta, tanto tempo fa, circa venerdì scorso, Winnie Puh che viveva in una foresta tutto solo, sotto il nome di Sanders». Comincia così Winnie-the-Pooh, il romanzo di A. A. Milne del 1926. E poi: «Eccovi che viene giù per le scale, ruzzoloni, bump, bump, bump, sulla nuca, dietro Christopher Robin». L’orsetto entra nella nostra vita, e in quella di tutti, cadendo dalle scale. Lo scrittore inglese si era ispirato niente meno che al peluche del figlio, e quel racconto, diventato poi un’idea milionaria, il 14 ottobre ha compiuto cent’anni. Come racconta il Washington Post, i pupazzi originali di Christopher Robin, Pooh e i suoi amici di pezza, vivono da decenni in una teca di vetro alla New York Public Library. Ci sono arrivati in modo del tutto legittimo: nel 1947 Milne li regalò al suo editore americano per un tour promozionale e quarant’anni dopo l’editore li donò alla biblioteca, dove oggi stanno accanto a cimeli come un First Folio di Shakespeare e la scrivania di Charles Dickens. Il primo a chiederne pubblicamente la restituzione fu la deputata laburista Gwyneth Dunwoody, che paragonò il caso alle grandi dispute sui reperti storici e da allora ci hanno provato in tanti: primi ministri come Tony Blair e David Cameron, parlamentari, perfino due presidenti americani. L’ultima è stata la regina Camilla, che ha proposto agli orsetti di visitare Buckingham Palace. Anche in questo caso, niente da fare: per la biblioteca i pupazzi sono troppo fragili e troppo amati dai visitatori per mettersi in viaggio. Insomma se un giorno New York cambierà idea, a Pooh una stanza a palazzo non mancherà. Per ora resta dov’è.
Per capire da dove viene davvero l’orso bisogna tornare al 1914 e a un veterinario canadese. Harry Colbourn, arruolato per curare i cavalli dell’esercito, era accampato sulla piana di Salisbury, nel Wiltshire, in attesa di partire per il fronte della Prima guerra mondiale. Con sé aveva un’orsa nera, comprata da cucciola a un cacciatore incontrato a White River, in Canada. La chiamò Winnipeg, Winnie per gli amici, perché tirasse su il morale della truppa. La sua storia è raccontata oggi in un libro della pronipote, Lindsay Mattick, e aggiunse che quando il reggimento partì per la Francia, Winnie fu affidata allo zoo di Londra, dove diventò in fretta la star del posto. Così in fretta che Colbourn, tornato a riprenderla per portarla in Canada, si arrese e la lasciò lì. Fu allo zoo che la conobbe il piccolo Christopher Robin, che prese in prestito il nome per il suo orsacchiotto. E “Pooh”? Secondo lo scrittore Gyles Brandreth, amico di Christopher Robin, il merito è di un cigno snob che, durante una vacanza al lago, si rifiutava di farsi dare da mangiare da padre e figlio. I due lo congedarono con uno sbuffo «pooh». Il resto lo fece Milne, trasformando il peluche del figlio e le sue avventure nel bosco in un classico. La vera Winnie morì allo zoo nel 1934, a vent’anni, golosa fino alla fine: aveva perso i denti, probabilmente per colpa del latte condensato con la melassa di cui andava matta – altro che miele. Un secolo dopo, il suo omonimo vive ancora tra libri, cartoni e tazze. Mark Burgess, che lo disegna dal 1989, dice che è un po’ come fare l’attore, per disegnare Pooh, bisogna diventare Pooh.