Nella moda la sostenibilità deve smettere di essere predica e diventare pratica

A Londra, Uniqlo ha organizzato una tavola rotonda per affrontare l'elefante nella stanza: come può un brand dai costi democratici conciliare la produzione di massa con il rispetto dell'ambiente?

di Studio
25 Giugno 2026

Che fine fanno i vestiti che non usiamo, quelli che rendiamo perché non erano della taglia giusta, perché avevano delle imperfezioni, o perché non ci stanno indosso come avevamo immaginato, guardandoli sul sito? Nel caso di Uniqlo, diventano una collezione che ha la potenzialità per divenire una sperimentazione apripista, applicabile su una scala molto più ampia.

D’altronde, il problema dei resi – non più commercializzabili – è reale, e negli ultimi anni ha portato diversi brand a fornire questo servizio a pagamento, per disincentivarne l’utilizzo. L’ultima idea venuta al marchio di proprietà del gruppo giapponese Fast Retailing è stata quella di usarli per metterli a disposizione di due diplomati della Saint Martins (Joshua Cronwell e Haseeb Hassan) per pensare ad una collezione di 10 pezzi, denominata EVERYDAY RE.IMAGINED disponibile dal 25 giugno presso i Re.UNIQLO Studio in 15 store selezionati tra quelli che il brand ha in Europa.

Concepita come maniera per dare nuova vita a pezzi danneggiati o semplicemente resi dai clienti dopo l’acquisto, la collezione celebra l’inventiva, la capacità di ripensare oggetti nati con funzioni diverse, riadattandoli anche attraverso riparazioni vistose, patchwork o sovrapposizioni, che non cancellano la memoria tessile del passato, ma ne sottolineano la potenza e la resistenza. Il Giappone e la sua tradizione vestimentaria sono ricordati negli Hakama pants tipici del paese del Sol Levante, ottenuti tramite la sovrapposizione di due pantaloni in colori diversi, mentre le t shirt hanno delle coulisse che le rendono adattabili al cambio di esigenze stilistiche o di taglia.

Il LifeWear come unica alternativa possibile

Il progetto si inserisce all’interno della più ampia cornice nella quale Uniqlo opera, che è stata oggetto di una recente tavola rotonda a Londra, dove i manager del brand hanno dialogato insieme a giornalisti esperti di sostenibilità come Megan Doyle, firma di pubblicazioni come Business of Fashion e Harper’s Bazaar. La situazione di un brand dichiaratamente democratico nei costi, che si rivolge a un mercato di massa, e ha strutture che operano in tutto il mondo può paradossalmente divenire un punto di forza, nel percorso virtuoso verso una produzione e un consumo più consapevoli. D’altronde solo chi ha a disposizione grossi capitali da investire in un percorso del genere può fare davvero la differenza, sperimentando soluzioni che hanno la potenzialità di fare da carta copiativa sulla quale riscrivere il modus operandi del brand, e magari ispirare tutti gli altri, competitor e clienti inclusi.

Lo spiega il capo europeo della sostenibilità Maria Leodus, affermando che «questo progetto è scalabile, e per noi rappresenta un formato che potremo adottare in futuro: ci spinge fuori dalla nostra confort zone grazie all’aiuto dei designer della Saint Martins, a cui possiamo dare un palcoscenico su cui mostrare la loro creatività, ma soprattutto vuol dire che possiamo adattare quel design, ricrearlo, applicarlo nei diversi store che abbiamo nel mondo, e possiamo farlo in maniera efficiente. In ultima analisi, per noi la cosa più importante è il LifeWear, cioè come possiamo fornire ai nostri clienti vestiti dai prezzi democratici, utilizzabili nel quotidiano e che hanno per loro non solo un valore economico, ma pure affettivo».

A lato del singolo progetto, in effetti, la filosofia del LifeWear si articola attraverso molteplici le possibilità volte, tra le altre cose, a recuperare abiti a cui dare una seconda e meritata vita. I Re.UNIQLO Studio nei quali la collezione sarà presente (ce ne sono 67 in 23 mercati diversi, uno è nello store di Milano in Cordusio) sono in effetti aree deputate sin dal 2022 alla riparazione di pezzi del brand: tra le richieste più frequenti, c’è quella di ricucire buchi nelle T-shirt o nella maglieria, riattaccare bottoni e farlo in maniera visibile, usando la tecnica tradizionale di ricamo del Sashiko, che nasce nel Giappone rurale del XVI secolo rinforzando e trapuntando capi usurati attraverso l’uso di geometrie decorative. Servizi che, a seconda dell’entità della riparazione, possono essere gratuiti o avere dei costi minimi, e che hanno riscosso più successo di quanto lo stesso brand pensasse possibile. A riparare i capi sono gli stessi dipendenti del brand, che ricevono una formazione ad hoc, e che nel corso di questi anni, hanno animato una serie di workshop ed eventi per informare i clienti delle infinite possibilità che ha un capo per essere vissuto e rivissuto, o anche insegnar loro come cucire utilizzando le tecniche di ricamo giapponesi (ci sono varianti diverse di Sashiko a seconda delle prefetture di appartenenza).

Reduce, Reuse, Recycle

D’altronde le tre parole sulle quali il brand insiste, mettendole in un ricircolo virtuoso costante sono Reduce, Re-use, Recycle. Se la riduzione passa propio attraverso l’utilizzo dei Re.UNIQLO store, il riutilizzo si muove attraverso donazioni a chi ne ha bisogno in zone vittime di disastri ecologici, oppure attraverso il progetto Pre-Owned Clothes che rimette in circolo quanto è “adatto ad una seconda possibilità”. Il riciclo infine divide tra quanto può essere recuperato e riportato in vendita e quanto invece viene ceduto per trasformarsi in materiale isolante per costruzioni e macchine.

«La moda parla da anni di sostenibilità, è divenuto un argomento importante anche grazie ai social, ma adesso abbiamo bisogno di reali azioni: lavorare sulla tracciabilità e sulla supply chain richiede investimenti importanti, devi essere veramente dedicato, e il business project che sta portando avanti Uniqlo è molto ambizioso in questo senso».

Secondo i dati presentati alla tavola rotonda londinese, infatti, il brand ha relazioni di lunga durata (tra 20 e 29 anni di collaborazione) con il 40 del cento dei suoi fornitori, una percentuale che si stabilizza sul 12 per cento quando si parla di collaborazioni attive in un intervallo superiore ai 30 anni, il 38 per cento di collaborazioni tra 10 e 19 anni e il 10 per cento che hanno un’anzianità inferiore ai 10 anni. Una fiducia reciproca di lunga data che ha consentito negli anni la riduzione delle emissioni, e ovviamente una maggiore tracciabilità con un monitoraggio attento. Altro punto interessante per migliorare la tracciabilità è quello di intensificare l’approvvigionamento di materiale grezzo, prendendolo direttamente da selezionate fattorie e ranch, scegliendo prodotti che sono privi di componenti fossili carbone o petrolio tra gli altri). Tutte azioni che hanno permesso al brand di mettersi sulla buona strada, rispetto ai suoi obiettivi per il 2030: ridurre le emissioni del 90 per cento rispetto al 2019 (obiettivo che è stato raggiunto con anticipo proprio quest’anno), aumentare la percentuale di donne nelle posizioni manageriali del 50 per cento (oggi al 45 per cento), utilizzare al 100 per cento energie rinnovabili nei propri stabilimenti, sia nelle sedi operative che negli store (oggi al 93 per cento). Risultati che evidenziano che il percorso verso un’industria economicamente solida, che opera su scala mondiale ed è però consapevole della criticità del presente, è realizzabile e necessario, anche se non facile o istantaneo. E che, nel 2026, non esistono davvero più scuse per non rendersene conto.

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