Il 9 novembre, all’Aia, trenta spettatori verranno ipnotizzati per dimenticare la trama di un film tra Matrix, Se7en, La La Land o Interstellar e rivederlo come fosse la prima volta.
Nel 1996, quando è andata in onda la prima puntata di Un posto al sole, l’Italia era un paese completamente differente: al governo c’era Romano Prodi, lo scontro tra sinistra e destra berlusconiana era “appena” entrato nel vivo; gli anni Duemila erano vicini, eppure, allo stesso tempo, sembravano lontanissimi. Il Festival di Sanremo, quell’anno, fu condotto da Pippo Baudo, affiancato da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza. Su Rai1 aveva appena debuttato Porta a Porta, Uomini e donne era un programma diverso e su Italia1 si preparava a esordire Zelig. Tra le fiction più seguite c’erano Caro maestro, con Marco Columbro ed Elena Sofia Ricci, e Il maresciallo Rocca, con Gigi Proietti e Stefania Sandrelli. E poi, ovviamente, c’era Carramba con Raffaella Carrà. Fabio Fazio conduceva Quelli che il calcio, Solletico e Bim Bum Bam erano un punto di riferimento per i più piccoli e La sai l’ultima? e Paperissima erano ancora dei format vincenti, che funzionavano.
Napoli come personaggio principale
Un posto al sole è nato come adattamento italiano di una serie australiana, Neighbours, e ha sempre provato ad andare oltre le semplici dinamiche tra innamorati: ha preso Napoli e l’ha trasformata nel suo personaggio principale. Negli ultimi anni, questa cosa è diventata ancora più evidente grazie alle panoramiche e alle riprese dall’alto dei droni, che insistono sulle strade, sul mare e sul golfo. Napoli prima si fa metropoli e poi quartiere. Si illumina, si fa buia e assume profondità e colori diversi a seconda del momento e della stagione. Napoli, però, vive anche in una certa idea di familiarità e apertura mentale. E ha funzionato come una sorta di trampolino di lancio per le tantissime trame e sottotrame di Un posto al sole. Dopo trent’anni, siamo oltre le 7000 puntate. Il cast è cambiato ripetutamente e i personaggi storici si sono ridotti a un pugno. Sono rimasti come un punto di riferimento, a guardia di un forte che ha saputo trovare la sua solidità e il suo equilibrio.
Insomma, tutto cambia perché nulla cambi davvero. Ma al di là delle derive gattopardiane, Un posto al sole ha provato a rimanere attuale, mischiandosi con la cronaca e i temi che, più o meno ciclicamente, sono stati affrontati dal dibattito pubblico e dall’informazione. In questo senso, è sempre stata una soap opera dinamica, liquida, capace di adattarsi al momento e, in qualche caso, alle necessità. Le trovate narrative – le espressioni immobili per trascinare la suspense prima dello stacco; un certo modo di inquadrare gli attori; l’essenzialità di alcuni scambi – costituiscono le basi di un’idea particolare di televisione: quella, appunto, della soap opera. I melodrammi, i sentimenti e i colpi di scena si alternano in un flusso continuo, praticamente senza fine. I personaggi sono cresciuti, hanno avuto figli e si sono sposati. Alcuni hanno divorziato, si sono allontanati e hanno sofferto. A Napoli o, perché no, lontano da Napoli.
Da Palazzo Palladini a Whoopi Goldberg
La prima generazione di protagonisti si è ritagliata uno spazio preciso. Raffaele, il portiere interpretato da Patrizio Rispo, è l’anima di Palazzo Palladini, che a sua volta è il centro nevralgico di tutte le trame di Un posto al sole. La dimensione narrativa si è allargata e compressa nel corso degli anni, coinvolgendo altri luoghi e un altro tipo di personaggi: l’alta borghesia è stata affiancata dagli operai e dagli abitanti della Napoli più popolare; sono arrivati ospiti speciali (come Whoopi Goldberg), la criminalità non è stata più soltanto evocata, ma ha avuto una faccia. Sono stati girati speciali, come quello de Il testimone di Pif o quello di Conan O’Brien. E Un posto al sole è diventato una macchina oleata, con i suoi tempi, ritmi e necessità. In trent’anni non è solo riuscito a dimostrare il suo valore in fatto di ascolti (mediamente Un posto al sole è seguito da circa 1,5 milioni di spettatori), ma ha anche creato una sorta di modello produttivo, che ha ridato vita alla sede Rai di Fuorigrotta, a Napoli.
Non stiamo parlando banalmente di una serie-manifesto: Un posto al sole è un fenomeno di massa, radicato nel tessuto sociale del pubblico televisivo. E non c’entra la regione di provenienza. Chiaramente in Campania e al Sud ha un altro tipo di seguito, ma anche al Nord Un posto al sole viene visto. Ed è riuscito in una delle imprese più difficili dell’intrattenimento popolare: diventare un’abitudine per gli spettatori. Non sono i programmi precedenti a dare una spinta a Un posto al sole: è Un posto al sole che, da solo, rappresenta una spinta per Rai3. E una delle poche a essersene accorta, in questi anni, è stata Geppi Cucciari, che lo citava nei suoi programmi, usandolo come strumento per commentare la politica (anche la politica, sì).
Chi c’è dietro e davanti alla camera
Come dicevamo poco fa, Un posto al sole si ispira a Neighbours. Tra i suoi ideatori ci sono Wayne Doyle, Gino Ventriglia, Adam Bowen e Michele Zatta, con Giovanni Minoli, che all’epoca dirigeva Rai3. Nel corso degli anni si sono succeduti diversi registi, che poi hanno avuto un loro percorso e una loro carriera. Pensiamo, per esempio, a Gabriele Muccino. Il capo sceneggiatore della serie, Paolo Terracciano, è il deus ex machina: colui che, insomma, tiene le redini delle varie storie e sottotrame. E a parte il già citato Rispo, nel cast di Un posto al sole vanno citati anche Marzio Honorato, attore che ha lavorato con De Filippo e registi come Sorrentino, Marina Tagliaferri, Germano Bellavia, Luisa Amatucci, Nina Soldano, Alberto Rossi, Maurizio Aiello e Francesco Vitiello. Tra i protagonisti principali, oggi, ci sono Giorgia Gianetiempo, Antonella Prisco, Marina Giulia Cavalli, Luca Turco, Daniela Ioia, Luigi Miele, Vladimir Randazzo, Samuele Cavallo, Gina Amarante, Miriam Candurro, Michelangelo Tommaso e Riccardo Polizzy Carbonelli.
Un posto al sole è sì una soap, ma dal punto di vista industriale è riuscito a mettere insieme due anime: quella più tradizionale del teatro e quella più commerciale della televisione. Il modo stesso in cui è organizzato e diviso ricorda, per diversi aspetti, uno spettacolo teatrale. Ma poi, ovviamente, ci sono i tempi stringenti del piccolo schermo, che richiedono riprese continue. Un posto al sole ha raccolto talenti di vario genere, dando loro non solo la possibilità di esordire ma anche quella di farsi le ossa davanti e dietro la camera. Negli anni, si sono avvicendati attori come Greta Scarano, Cristiana Dell’Anna e Serena Rossi. Prodotto da Rai Fiction, Fremantle e il Centro di produzione Rai di Napoli, Un posto al sole è diventato una parte fondamentale dell’immaginario comune: qualcosa che tutti, chi più chi meno, finiscono per conoscere. E tra chi lo ama in modo spassionato e chi non lo segue con assiduità, rimane evidente il valore di una realtà simile, che tiene viva una certa filiera napoletana, offrendo costantemente contenuti e riuscendo ancora, dopo trent’anni, a coinvolgere il proprio pubblico. Quale altra serie, c’è da chiedersi, ne è capace?
Uno specchio della televisione italiana
Un posto al sole vede la pancia del paese e la fotografa, e poi cerca di costruire una sintesi: non giudica, non in modo spudorato o eccessivamente didascalico (a volte succede, ma solo a volte); lascia intuire la presenza di un’idea precisa di giusto e di giustizia e prova a puntare più in alto: dalla pancia al cuore e dal cuore alla testa. Un posto al sole si è trasformato, volenti o nolenti, in una sorta di specchio. Se Boris prendeva in giro senza pietà l’industria televisiva italiana, Un posto al sole ne recepisce i dettami e gli stilemi, dicendoci chiaramente che cos’è che, oggi, funziona di più: se il crime, il romance o la commedia pura. Una macchina che va così veloce può sbagliare, e indubbiamente a volte ha sbagliato peccando di superficialità. Ma anche questo ci dice qualcosa; ci dice che Un posto al sole ha sempre saputo rimettersi in carreggiata, resistendo alla prova più difficile di tutte: quella del tempo.
C’è chi, ogni sera, non solo guarda Un posto al sole, ma lo commenta sui social, criticando le scelte dei personaggi (c’è una comunità agguerrita di fan che non si perde nemmeno una puntata). Segno che, alla fine, oltre l’intrattenimento vorace e bulimico che detta tempi strettissimi e impone agli autori di correre e agli attori di adattarsi, c’è pure il talento di saper intrattenere. E l’intrattenimento, a sua volta, può coincidere con la capacità di tenere compagnia alle persone. Che non è poco e sicuramente non andrebbe svilito come tema. Un posto al sole è uno dei pilastri della televisione pubblica. E questo, sempre più spesso, rischiamo di dimenticarlo. Non solo noi, gli spettatori. Ma la stessa Rai, che non presta abbastanza attenzione a questo piccolo, grande Eldorado della fiction italiana.
