Una volta guardavamo i thriller, adesso leggiamo i testamenti delle celebrity

Quello di Silvio Berlusconi, di Pippo Baudo, di Giorgio Armani: il racconto delle ultime volontà delle persone famose sta diventando un vero e proprio genere narrativo, amatissimo soprattutto dai giornali.

15 Settembre 2025

Forse è un segno dell’invecchiamento del Paese meno evidente delle statistiche sulla bassa natalità o dei dati sulla spesa pensionistica, ma nelle ultime settimane l’apertura dei testamenti si sta imponendo sempre più come genere giornalistico\letterario. Come con i necrologi, parimenti rivitalizzati da chi cerca di sentirsi vivo mostrando le proprie relazioni coi morti, forse andrebbe istituita una sezione apposita su riviste e quotidiani. Dopo la cronaca nera e le necrologie, prima dell’economia, anzi sarebbe un perfetto trait d’union tra le due.

Si dice da anni che la morte resti ormai l’unico vero scandalo e che, di conseguenza, i coccodrilli e il cordoglio siano strabordati. Foto-ricordo col deceduto, telecamere fisse per la camera ardente, vip che si straziano sul feretro, orazioni funebre e dirette dei funerali, dibattiti sul luogo della sepoltura (merita il pantheon? Il cimitero acattolico? Accanto a chi? E cosa si scriverà sulla tomba?), programmazione tv stravolta che, almeno per qualche giorno, trova requie dalla cronaca nera (o forse, in fondo, ormai la morte dei famosi viene trattata in tv comunque come fosse cronaca nera, ma con le malattie al posto dei killer).

Il gran finale di ogni vita straordinaria

In questo percorso, quindi, il testamento potrebbe sembrare solo l’ultimo passaggio obbligato di una narrazione che si ripete identica a ogni morte eccellente, eppure la quantità di variabili a disposizione ha offerto, nelle ultime settimane, un tale elemento di thriller alle varie aperture di testamenti che il disvelamento delle volontà del defunto ha catturato più interesse di ogni altra cosa, compreso le minacce di una terza guerra mondiale.

Dopo decenni di cinema americano in cui l’apertura della busta è stato uno dei più abusati motori per dare il via alle vicende – non a caso l’apertura delle buste è un meccanismo alla base anche di molti quiz – ci siamo anche un po’ dimenticati che la legge italiana lascia molte meno libertà alla volontà di chi muore. O, comunque, abbiamo trasformato in azione scenica e argomento di discussione anche questo contrasto tra desideri personali e leggi scritte. La famigerata legittima, le elargizioni liberali, le donazioni per scansare le tasse sulla successione (che, per quanto basse, abbiamo scoperto anche i ricchissimi provano in qualche modo a scansare), la perorazione ai figli in forma scritta e ufficiale per ottenere la rinuncia a una parte di eredità, i testamenti scritti a mano e quelli dettati a qualcuno, i testamenti aggiornati e quelli depositati ormai da anni per capire chi sia più o meno risolto con la propria vita e i propri cari, gli aneddoti sulle badanti che hanno plagiato il badato fino a farsi intestare tutto, il figlio degenere che sperpera il lavoro di una vita, la seconda moglie, il figliol prodigo di primo letto che torna e fa incazzare il figlio di secondo letto rimasto tutta la vita in famiglia, le puntate di Forum, le eredità lasciate ai cani, ai gatti, alla parrocchia, la primogenitura che torna incredibilmente a essere di attualità, insomma tutto si è confuso.

Se fosse il nostro, di testamento

Il testamento di Armani, che addirittura è stato caricato in pdf da sfogliare in un articolo del Corriere, ha segnato un ulteriore salto di qualità, anche se il linguaggio notarile dovrebbe essere l’antitesi di ogni curiosità vista la quantità di «avanti a me», «producono estratto per atto di morte», «detto verbale di deposito di pagamento» e altre migliaia di locuzioni da azzeccagarbugli. Nel caso di Armani poi c’è anche l’ uso dell’espressione «doppio testamento». Per Berlusconi si era parlato anche di un fantomatico testamento colombiano, vicenda surreale complicata anche da diversi strascichi legali. Ma solo pochi giorni prima di quello di Armani c’era stato il testamento di Pippo Baudo con polemiche sull’eredità spettante alla storica collaboratrice e riflessioni su cosa conti di più tra il sangue e la vicinanza, ovviamente ingigantite dalla solita pletora di “opinionisti” in cerca di un posto al sole.

Ma tutto questo successo dipende evidentemente dal fatto che ci piace immaginare cosa faremmo al posto dello scomparso, come disporremmo noi di tanti averi, chi andrebbe ricompensato e chi no. Cosicché, più di ogni altra cosa, leggiamo nei testamenti altrui la fine di ogni infingimento a cui la vita obbliga tutti, ricchi e poveri, famosi e no. Siamo costretti a districarci tra obblighi di sangue e parentela, obblighi lavorativi e di opportunità, dobbiamo sempre un po’ nasconderci, sfumare, abbassare i toni o alzarli, pur di non dire mai la verità fino in fondo. O, almeno, fino al giorno in cui si svelerà il testamento e tutti sapranno davvero come la pensiamo davvero. Solo a quel punto potremmo mettere davvero la parola fine. Si pentiranno di quanto ci hanno tolto e di quanto non ci hanno amati o amati male. Peccato solo non poterli vedere quando leggeranno le nostre parole.

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