Per l'occasione si è fatta intervistare da Greta Gerwig, mentre l'attuale direttrice di Vogue faceva da stenografa.
Arrivare a La Chaux-de-Fonds, a oltre mille metri di altezza nel Giura svizzero, con una bufera di neve, non è il modo più usuale per vedere una collezione di occhiali. In questo caso, però, è probabilmente il più adatto. La sera dell’arrivo, dopo ore di traffico per il maltempo, il transfer esce di strada e si arena nella neve, mentre il gruppo di giornalisti viene recuperato da un pick-up. La mattina dopo, mentre fuori dalle vetrate della manifattura TAG Heuer continua a nevicare, dentro tutto è sotto controllo, silenzioso, esatto: bianco e pulito come un ospedale, ma con il comfort ovattato di un ufficio svizzero.
Non lo racconto per romanzare il viaggio stampa, né per vendere il mito alpino di un brand, ma perché, dopo aver visto da vicino dove vengono pensati e montati questi occhiali, è difficile immaginarli nati altrove. La nuova collezione TAG Heuer Eyewear sviluppata con Thélios, il polo eyewear di LVMH, ha senso proprio dentro questo contrasto: la meccanica, la precisione e il controllo di un’eccellenza dell’orologeria svizzera contro la natura, il gelo, l’imprevisto. Nel Giura, trecento anni fa, il clima e la scarsità di risorse costringevano molti abitanti a lavorare al chiuso per buona parte dell’anno: nasce così il modello del “contadino-orologiaio”, quel sistema stagionale di produzione e assemblaggio, noto come établissage, che ha sedimentato nel tempo una rete di competenze specializzate, oggi patrimonio UNESCO. La linea TAG Heuer Eyewear nasce lì dove la tecnica non è un linguaggio estetico, ma una risposta all’ambiente.
Dai cronografi all’occhialeria
La cosa interessante, allora, non è che TAG Heuer sia tornata nell’occhialeria a dieci anni dall’ultima collezione, ma come lo abbia fatto. Come Thélios abbia riportato un marchio di orologeria in una categoria lontana da pretese di perfezione e performance senza perderne l’identità, e senza dare l’impressione di un’operazione di merchandising di lusso. Per TAG Heuer il problema è particolarmente interessante, perché la sua identità non è mai stata decorativa. Fondata nel 1860 da Edouard Heuer, la maison svizzera ha costruito la propria storia sui cronografi. Anche quando è entrata nell’immaginario pop, in primis con il legame con la Formula 1, lo ha fatto attraverso meriti tecnici, non stilistici. Come ci ha detto Nicolas Biebuyck, direttore heritage del marchio, «oggi ogni brand vuole essere associato alla Formula 1, ma noi eravamo lì fin dall’inizio. Le nostre storie sono inseparabili». A differenza di molti altri marchi del gruppo LVMH il cui eyewear è prodotto da Thélios (come Dior, Fendi, Celine, Givenchy, Loewe, Kenzo, Bulgari, Stella McCartney), l’anima di TAG Heuer non è mai stata nell’immaginario estetico, ma nella sostanza; è un marchio più vicino all’ingegneria che alla moda, e proprio per questo i suoi occhiali non potevano limitarsi a essere belli.
È logico allora che il creative director non potesse limitarsi a essere uno stilista. Renato Montagner, che guida il progetto eyewear dal 2019, è architetto di formazione, con studi allo IUAV di Venezia, una lunga esperienza nel design sportivo, culminata con la fondazione dello studio Change Design nel 2006, e un percorso di insegnamento tra Domus Academy, NABA, Politecnico di Milano e ancora IUAV. Racconta che, nel tentativo di «capire fino in fondo il DNA di TAG Heuer», è stato colpito da «quanto fosse tutto molto più vicino al design industriale che alla moda», con la fiducia nella «bellezza della tecnologia» nel credo del Bauhaus secondo cui «la forma segue la funzione».
Da qui anche la naturalezza del match tra il brand e Montagner, i cui riferimenti hanno meno a che fare con la moda che con il modernismo: Le Corbusier, prima di tutto, con il Modulor e l’idea del corpo umano come unità di misura e proporzione. Dieter Rams, per l’essenzialità costruttiva. Ettore Sottsass, per il colore e per la capacità di introdurre una nota quasi pittorica senza perdere la logica del progetto. E poi, quando gli chiedo se abbia riferimenti in ambito moda, Virgil Abloh; ma non tanto per la moda in sé, quanto per “una cultura del progetto”, per la capacità di connettere mondi diversi e trasformare la contaminazione in metodo.
La contaminazione come metodo
Ed è proprio la contaminazione il metodo che Montagner ha applicato a TAG Heuer: grafite riciclata proveniente da un’azienda di matite, oppure sughero recuperato dall’industria vinicola. «Quello che nemmeno l’intelligenza artificiale può fare è creare un legame tra l’industria del vino e quella dell’eyewear. È quasi una cosa folle, o stupida, o infantile. Ma è ciò che può fare la differenza». Sui materiali Montagner è intransigente e senza peli sulla lingua: «Se vogliamo fare qualcosa di avant-garde, vogliamo lavorare sull’innovazione nei materiali. Non so quanti brand non sportivi avrebbero lanciato la stessa sfida. Senza questo punto di partenza, l’eyewear in sé non mi interesserebbe». Ma il suo discorso non coincide mai con una fede cieca nella tecnologia.
E in effetti il lavoro sui materiali era al centro del brief lanciato ai concorrenti selezionati per il rilancio del settore eyewear di TAG Heuer; una gara avviata durante il Covid, in un momento difficilissimo. Per presentare la sua proposta, Montagner ricorda un viaggio a Parigi con tutti i permessi necessari, la cena in camera d’hotel, l’incontro con Frédéric Arnault avvenuto in mascherina, gli occhiali che si appannano mentre cerca di illustrare un progetto fondato proprio sul comfort dell’eyewear. «È stata una presentazione estrema», racconta. Ma evidentemente efficace.
Oggi quelle idee si sono trasformate in linee e modelli come Line, vincitore del SILMO d’Or, con ponte flessibile in cavo Dyneema, più resistente all’allungamento dell’acciaio e usato in contesti estremi, dagli sport ad alte prestazioni ai paracaduti dello Space Shuttle, e scelto qui perché non si allunga e garantisce durata e comodità. È il modello che Montagner indossa ogni giorno: indicando il suo, racconta che «questo ha ormai tre anni, ed è ancora sul mio naso. È anche ispirato dal mio naso, che non è simmetrico, perché me lo sono rotto molte volte». Lo stesso naso ha ispirato anche le naselle intercambiabili, persino singolarmente, pensate per visi diversi e asimmetrici, presenti in diversi modelli. Come nel Golden Age, in acetato e gomma, ispirato al periodo d’oro della Formula 1 e sviluppato grazie agli spunti di Patrick Dempsey, ambassador TAG Heuer Eyewear dallo scorso anno. Oppure nello Shield Pro, realizzato in grafite, materiale leggerissimo e performante ma rigidissimo, con il quale, racconta Montagner, «per complicarci la vita, abbiamo scelto di non fare cerniere», in un revival del celebre TAG Heuer Panorama del 2004 (anch’esso SILMO d’Or). A quel punto, spiega – di nuovo con forse troppa sincerità – «diventava quasi un oggetto di tortura, che ti stringeva la testa». La soluzione è stata trovata nel corpo umano: brevettare un “tendine” interno che, come negli arti, conferisce movimento alla rigidità dello scheletro.
Il risultato è «il primo modello che Patrick Dempsey ha davvero amato». E infatti Dempsey, per il brand, non è soltanto un volto ma un tester vero: in pista, in bici, nelle corsette quotidiane, dà feedback su lenti e montature, come fanno anche altri atleti, tra cui il surfer Kai Lenny. Perché, come dice Montagner, «come la Formula 1 è un laboratorio per Mercedes, Ferrari o altri team, allo stesso modo usiamo gli atleti come miglior test possibile. Non è solo la macchina, è l’essere umano al centro».
Una macchina da indossare
Montagner continua a tornare su quel punto. Illustra la cerniera ellittica della linea Mini Vingt-Sept, meccanismo di vera e propria orologeria ripreso e ottimizzato dall’iconico modello dei primi Duemila; le lenti Specta, sviluppate con Zeiss per mantenere la leggibilità degli schermi digitali anche con polarizzazione; o il perché e il percome di materiali come bio-nylon, carbonio, sughero, grafite riciclata e titanio giapponese. Ma periodicamente, come un boomerang, il suo ragionamento parte e torna al corpo umano. Descrive tutto ciò non come estetica del dettaglio, e men che meno come scelta stilistica, ma come elementi di una «macchina da indossare», «una struttura ingegneristica», «una sorta di architettura per il corpo umano». E non in senso poetico, interpretativo, ma in senso pratico, numerico. Me lo spiega con una limpidità disarmante: «Quando ti ispiri alle proporzioni dell’uomo, della natura, e ti dai delle regole, e non hai un gesto artistico, secondo me c’è un equilibrio, c’è un’armonia. […] Porto l’uomo al centro, trovo delle proporzioni e con queste proporzioni disegno. Non c’è un concetto di stile, mi metto delle regole».
In un settore che vive spesso di firma, silhouette e riconoscibilità immediata, è una posizione anomala: un designer che non si definisce autore, che non si permette un gesto espressivo e crea oggetti pensati per essere riparati e durare, non per una stagione. «Non si tratta tanto della forma. Non siamo il designer superstar o lo stylist che inventa una nuova shape. Siamo ingegneri che lavorano duro in Svizzera per creare un prodotto che, quando lo indossi, lo ami davvero». Una volta scoperto che anch’io vengo da architettura e parlo la sua lingua, Montagner si sbizzarrisce: «Come nell’architettura, c’è chi faceva del decorativo artistico, chi faceva del decorativo pessimo e poi chi faceva del razionale; e questi ultimi erano un po’ tutti uguali, però sono sopravvissuti per sempre. Mentre magari un Gaudí è sopravvissuto, ma quanti altri progetti sono stati rasi al suolo quando erano solo segno?». E non ha torto. Conclude: «Nella moda c’è sempre un artista che ha una visione molto forte. Io no, ho dei dubbi, e quindi li condivido con gli altri e vediamo di venirne fuori».
Il discorso sugli occhiali si sposta sempre più oltre la meccanica o lo stile e diventa una filosofia del progetto. Montagner insiste molto sul bespoke, ma non come lusso sartoriale: il prodotto si deve adattare al volto reale, non a un volto ideale. «Ci sono delle contaminazioni culturali per cui il corpo umano sta prendendo tratti da tutte le etnie», dice. Crollano i canoni oggettivi in favore di “bellezze nuove” e imprevedibili. E se si obietta che il volto di TAG Heuer è quanto di più canonicamente bello, Montagner, con la sua sopracitata sincerità, risponde che «io preferirei essere Vincent Cassel che Patrick Dempsey». In ogni caso, l’eyewear di Montagner starebbe bene a entrambi. Perché «quale maniera migliore se non un prodotto che facilmente tollera?».
Montagner progetta allora una base, “un Modulor”, di cui si possono modificare astine, nasello, lenti, così da ottimizzare le risorse, risparmiare e permettere a più persone possibile di accedere allo stesso prodotto. «Quante volte vai, provi un occhiale che ti piace, ma ti sta stretto?». Con l’eyewear secondo Montagner, «non sei tu che devi adattarti al prodotto, ma è il prodotto che si deve adattare a te».
Cultura tecnica svizzera, una mentalità architettonica razionalista e un’idea umanista di design
È una frase elementare ma, in questo contesto, radicale. Significa togliere al design di fascia alta la pretesa di correggere il corpo e chiedergli invece di accoglierne le imperfezioni. E, dal punto di vista opposto, significa anche spostare la tradizione del Bauhaus verso una forma di design democratico. Se il rischio, per una collezione del genere, è che l’innovazione materiale diventi puro argomento di marketing, succede invece il contrario: la traduzione nell’eyewear diventa per TAG Heuer un terreno di verifica, costringendo il brand a delineare meglio la propria identità.
Questa collezione si capisce poco, se la si legge solo come eyewear di lusso; funziona molto meglio se la si guarda come il punto d’incontro tra una cultura tecnica svizzera, una mentalità architettonica razionalista e un’idea umanista di design. Non conta tanto che le montature citino il motorsport, o che i materiali siano avanzati, o che la cerniera a 27 gradi faccia un sontuoso click-clack «come la portiera di un’auto tedesca». Conta il fatto che tutto questo venga tenuto insieme da un modo di progettare: razionale ma non freddo, tecnico ma non disumano, ossessionato dal dettaglio ma al servizio del corpo. In questo senso la nuova collezione TAG Heuer Eyewear non racconta soltanto come un marchio entra in una categoria diversa, ma anche una piccola idea di modernismo sopravvissuto, secondo cui la forma, prima di essere stile, deve ancora provare a essere una risposta.
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