Macron ha parlato di tempeste di fuoco e della situazione più difficile dal '45. Sánchez ha detto che questa ormai «non è più un'eccezione. È la regola».
Non c’è stata nessuna ultima puntata, nessuna sigla malinconica, nessun Gabibbo che si volta verso la telecamera per un congedo – c’è stata, come sempre accade quando muore qualcosa che ha smesso di servire, una pratica amministrativa. Il 25 luglio gli account social di Striscia la Notizia sono stati tolti alla squadra di Antonio Ricci e presi in gestione diretta da Mediaset, la redazione è stata mandata in ferie, e Publitalia – che è poi il vero soggetto grammaticale di ogni frase pronunciata a Cologno Monzese – ha smesso di poter monetizzare su un programma che, tecnicamente, non esiste più. Trentotto anni di televisione italiana liquidati con un cambio di password, tra luglio e agosto, dall’ufficio che a Cologno Monzese gestisce le utenze; e chi volesse misurare la distanza tra il mito fondativo del Biscione e il suo presente farebbe bene a cominciare da qui, da un congedo privo di cerimonia e dalla sproporzione tra la cosa e il suo commiato, per capire quanto Striscia non sia stato un programma ma un’infrastruttura: il tg satirico che dal 7 novembre 1988 – prima su Italia 1, poi dal 1989 stabilmente su Canale 5 – ha occupato l’access prime time italiano con una costanza che nessun’altra istituzione della Repubblica, inclusa la Repubblica, può vantare.
Per capirne la genealogia bisogna risalire ad Antonio Ricci, ligure di Albenga, ex insegnante, autore che negli anni Settanta e Ottanta scrive per Beppe Grillo – Te la do io l’America, Fantastico 7, compresa la battuta sui socialisti in Cina che nel 1986 costò a Grillo l’espulsione dalla Rai e, retrospettivamente, gli fondò una carriera politica – e che nel 1983 inventa Drive In, cioè il programma che insegnò alla televisione commerciale italiana la sua lingua definitiva: il frammento, la ripetizione, il corpo femminile come punteggiatura. Ricci ha sempre rivendicato per tutto questo una nobiltà teorica, citando Debord e i situazionisti, presentando Striscia come détournement, come sabotaggio del mezzo dall’interno del mezzo, meta-televisione che smaschera la televisione – e una parte della critica, Aldo Grasso in testa, gli ha creduto, o ha trovato conveniente credergli. Il problema di ogni avanguardia che dura trentotto anni in prima serata è che a un certo punto smette di essere avanguardia e diventa arredamento: un sabotaggio trasmesso ogni sera dal sistema che dovrebbe sabotare, sulla rete ammiraglia, con gli spot in mezzo, per trentotto stagioni consecutive, finisce per assomigliare molto meno a Debord che a Carosello, cioè alla cosa più stabile, prevedibile e domestica dell’intero paesaggio che diceva di voler far saltare in aria.
Prendiamo le veline, che di quell’alibi teorico erano il caso di scuola. Il nome, com’è noto, veniva dalle veline del Minculpop, i fogli di carta sottile con cui il regime dettava le notizie ai giornali: chiamare così due ragazze che portavano i dispacci al bancone era un’idea colta, sarcastica, perfino brillante – per una stagione. Poi l’ironia è evaporata, come evapora sempre l’ironia esposta all’aria della prima serata, ed è rimasto il dispositivo nudo: due corpi giovani, intercambiabili per contratto (una bionda, una mora, come le caramelle), muti per statuto, la cui funzione era danzare pochi secondi e poi sedersi, decorative, accanto a due uomini vestiti che parlavano. Per trent’anni, ogni sera, davanti a otto milioni di persone a cena, l’Italia ha ricevuto questa lezione di anatomia sociale, e l’ha imparata così bene che “velina” è entrato nel vocabolario non come citazione antifascista ma come mestiere, anzi come aspirazione: quando nel 2009 Lorella Zanardo montò Il corpo delle donne, il documentario che rimise in fila quello che avevamo guardato senza vedere, la parte più impressionante non erano le immagini ma i provini – le file di ragazze ai casting, la serietà professionale con cui ci si preparava a diventare corpo muto. Ricci ha sempre risposto che le sue veline erano satira del varietà, parodia della donna-ornamento; ma la parodia che produce diecimila candidature all’anno per il ruolo parodiato non sta parodiando niente, sta assumendo.
Il fondatore di una dinastia
E poi c’è l’altra eredità, quella che riguarda direttamente chi fa questo mestiere, ed è forse la più tossica perché la meno discussa: l’idea di giornalismo che Striscia ha fabbricato e distribuito. Il tapiro d’oro, gli inviati, il microfono piantato in faccia al malcapitato, il fuorionda rubato, la truffa smascherata con la telecamera nascosta e il commento sghignazzante in sovrimpressione – tutto un armamentario che si presentava come giornalismo d’inchiesta e che qualche volta, va detto, inchieste vere le ha fatte, sui furbetti dei call center, sui santoni, sulle televendite di quadri falsi. Ma il genere che ne è uscito consolidato non era l’inchiesta: era la gogna. Un giornalismo che sceglie i suoi bersagli per resa comica e non per rilevanza, che colpisce quasi sempre lateralmente e verso il basso – il vigile fannullone, il piccolo truffatore di provincia, il vip colto in fallo – e che ha insegnato a un paese intero che informarsi significa assistere a un’umiliazione ben montata, che la verità ha la forma di un agguato, che la domanda giornalisticamente seria è quella fatta gridando a uno che scappa.
Da quel ceppo è discesa un’intera scuola: Le Iene, fondate nel 1997 da Davide Parenti, che di Ricci era stato collaboratore, hanno portato il format all’età adulta aggiungendo il completo nero e la postura da giustizieri; e più in basso, nel sottobosco di Rete 4, il metodo si è fatto linea editoriale – da Emilio Fede, che almeno non fingeva, ai talk dell’era attuale, Fuori dal coro, Dritto e rovescio, dove dell’impianto di Striscia sopravvive tutto tranne il talento: l’indignazione a orologeria, il nemico settimanale, il servizio costruito per confermare ciò che lo spettatore già urlava al televisore. Chi oggi si chiede perché in Italia “giornalista” sia diventato un insulto, perché la parola evochi prima il microfono aggressivo e la manipolazione che la verifica e la fatica, dovrebbe guardare anche lì: a quarant’anni di pedagogia serale in cui il mestiere è stato rappresentato come sbeffeggio senza gerarchia di rilevanza, senza capo né coda, senza responsabilità – perché tanto era satira, e la satira, si sa, assolve.
Ed è qui che la metafora del laboratorio smette di essere una metafora. Perché Striscia non si è limitata a intrattenere il risentimento italiano: lo ha organizzato. Ogni sera, per decenni, la politica è stata presentata come un teatrino di ladri e cialtroni indistinguibili, la competenza come una posa, l’istituzione come una truffa ai danni del pubblico da smascherare col sorrisetto – che è esattamente, parola per parola, la grammatica del populismo che poi abbiamo visto vincere le elezioni. Non è un caso, è una filiera: l’autore che ha costruito Striscia è lo stesso che aveva costruito Beppe Grillo, e quando Grillo è passato dal vaffanculo televisivo al Vaffa Day non ha dovuto imparare niente di nuovo, ha solo portato in piazza un format già collaudato su Canale 5. Il virus dell’antipolitica come spettacolo, dell’uno-vale-uno perché tanto-sono-tutti-uguali, è stato coltivato lì, in quel laboratorio con le veline e il pupazzo rosso, con la copertura ideologica del situazionismo e il conto economico di Publitalia – e l’aspetto più vertiginoso, quello su cui l’aneddotica berlusconiana non ha mai riflettuto abbastanza, è che il laboratorio apparteneva all’uomo che del sistema era il proprietario. Berlusconi finanziava ogni sera la delegittimazione della politica di cui era protagonista, e ci guadagnava due volte: in pubblicità e in consenso, perché un paese convinto che i politici siano tutti ladri è un paese pronto a votare chi si presenta come non-politico, cioè lui, e dopo di lui chiunque altro sapesse recitare la parte.
Preparare il campo per la discesa in campo
Del resto era difficile che andasse diversamente, perché il berlusconismo non è mai stato un fenomeno politico che si serviva della televisione: è stato un fenomeno televisivo che a un certo punto ha trovato più conveniente occupare direttamente la politica. Berlusconi costruisce il suo pubblico molto prima del suo elettorato, e con gli stessi strumenti – la tv via cavo accesa nel 1974 per i condomini di Milano 2, poi Canale 5, poi il duello con la Rai combattuto a colpi di Dallas e di quiz, poi il decreto con cui Craxi nel 1984 gli riaccende i ripetitori spenti dai pretori, poi la legge Mammì che nel 1990 fotografa l’esistente e lo battezza pluralismo – cosicché quando nel gennaio 1994 “scende in campo” lo fa nell’unico modo che conosce e che gli serve: una videocassetta registrata nello studio di Arcore e recapitata ai telegiornali, un partito fondato coi venditori di Publitalia riconvertiti in candidati, e in vendita esattamente la merce che piazzava da vent’anni negli spot, l’ottimismo obbligatorio, la promessa di benessere, il sogno americano in salsa brianzola, il comunista come jingle del nemico.
Era populismo nel senso tecnico e non insultante della parola, il leader che scavalca partiti, giornali e corpi intermedi per parlare direttamente al popolo – un popolo, però, che lui stesso aveva provveduto per tempo a trasformare in pubblico, cioè in una platea misurabile in share e profilata per la raccolta pubblicitaria, il che rende il caso italiano non una variante del populismo mondiale ma il suo prototipo da laboratorio, studiato e replicato altrove con vent’anni di ritardo. Gli effetti collaterali li abbiamo scontati e li stiamo scontando: il conflitto d’interessi derubricato a pignoleria da giuristi, lo sdoganamento di chiunque tornasse utile alla coalizione, l’idea che il successo assolva e la legge perseguiti, la politica ridotta a genere televisivo con i suoi ascolti, i suoi villain ricorrenti, le sue puntate speciali. Il sigillo di questa fusione, se ancora servisse, lo abbiamo visto ai funerali, nel giugno del 2023: il Duomo di Milano in diretta nazionale, la piazza che intonava cori da stadio, e tra i presenti, in completo nero d’ordinanza, le Iene – venute a rendere omaggio non a un editore ma al demiurgo del formato che le aveva rese possibili, dentro una cerimonia che era essa stessa, fino all’ultima inquadratura sulla folla plaudente, un prodotto della sua scuola: l’evento in diretta, il pubblico partecipante, il lutto nazionale trattato con la grammatica della finale di Champions.
Una fine silenziosa, un trionfo definitivo
Ora quel programma, Striscia, chiude, e chiude nel modo meno eroico possibile: non censurato, non ribellatosi, ma semplicemente sfrattato da un game show. Nell’estate 2025 Pier Silvio Berlusconi ha piazzato nell’access La Ruota della Fortuna con Gerry Scotti, gli ascolti sono stati clamorosi, la sfida ad Affari Tuoi vinta, e Striscia si è ritrovata senza casa; il test riparatore in prima serata, cinque puntate a gennaio 2026, si è fermato a 1.912.000 spettatori e al 12,8 per cento di share, che per un colosso è un certificato di morte. Pier Silvio, del resto, da anni conduce la sua operazione di bonifica reputazionale – via Barbara d’Urso, via il trash dichiarato, dentro una Mediaset “più educata” e presentabile, pronta per l’espansione europea – e in questa strategia il tg satirico del padre era un reperto ingombrante, un pezzo d’archeologia aziendale. Sarebbe però un errore leggere la cancellazione come un pentimento, o peggio come una forma tardiva di giustizia: Striscia non chiude perché qualcuno a Cologno abbia riletto Zanardo o fatto i conti con quarant’anni di egemonia esercitata all’ora di cena, chiude perché non rende più; e chi fosse tentato di scambiare per svolta morale quella che è una riallocazione di risorse pubblicitarie farebbe bene a guardare i palinsesti appena presentati, dove i talk d’assalto di Rete 4 vengono confermati senza patemi, con il metodo di Ricci che sopravvive lì in forme meno costose, meno talentuose e assai più docili verso chi comanda.
Fine di un’era, quindi? È la formula che tutti useranno, ed è la formula sbagliata, o meglio: è vera solo nel senso più povero, quello anagrafico. Perché le ere finiscono quando la loro logica smette di funzionare, e la logica di Striscia non è mai stata così viva. Il fuorionda è diventato il contenuto principale dell’intero ecosistema digitale, dove ogni frase estrapolata gira decontestualizzata per giorni; la gogna del malcapitato, che almeno richiedeva un inviato e un montatore, si è democratizzata in gogna fai-da-te, senza nemmeno il vincolo del diritto di replica; il tapiro lo consegniamo tutti a tutti, quotidianamente, nei commenti; e l’idea che l’informazione sia un genere della derisione – che capire equivalga a sfottere, che il sospetto sia già una tesi – è ormai il clima, non un programma dentro il clima. Striscia può permettersi di sparire proprio perché ha vinto: il suo formato non ha più bisogno di una fascia oraria, essendo diventato la forma stessa del discorso pubblico italiano. La televisione berlusconiana non declina, si dissolve nel paesaggio come una sostanza che ha raggiunto la saturazione; e il laboratorio può chiudere, mandare tutti in ferie, consegnare le password – il virus è fuori da un pezzo, e non è previsto alcun vaccino, anche perché nel frattempo ci hanno insegnato a diffidare pure di quelli.
