Su questa spiaggia isolata e irraggiungibile noi non dovremmo esistere

Perché ogni estate, tutte le estati, facciamo tanta fatica per raggiungere proprio quella spiaggia così difficile da raggiungere e che è inspiegabilmente la nostra preferita? I motivi sono tanti, tutti scientificamente provati.

09 Settembre 2026

La soddisfazione dei colonizzatori di litorali esclusivi è palpabile e condivisa. Ogni bagnante, come pioniere del selvaggio West, sembra godersi quel pezzetto di temporanea proprietà privata con confini de jure nel perimetro del proprio telo da bagno – non aprirò qui un dibattito su quanto racconta di noi il testo stampato sul suddetto telo, nel caso foste interessati fatemelo sapere a parte – e de facto nella zona di influenza esclusiva che si allarga a una fascia di circa 50 cm attorno (in Liguria molto, molto meno).

Noi saremmo i dissidenti della spiaggia “da conquistare”, coloro che hanno ceduto per quieto vivere all’ossessione di una parte – preponderante, a quanto pare – della popolazione italiana (mondiale?) per la spiaggia fuori mano, inevitabilmente la “spiaggia più bella di…”, “nella classifica di…”. Ognuno di noi, con la sua maschera di sofferenza ben nascosta sotto la crema solare, evita di riconoscersi parte della minoranza. Dopo aver pubblicato su Notes e Threads uno sfogo – condito di volgarità, lo ammetto – su questa autoimposta costrizione, morale e fisica, al raggiungimento della spiaggia irraggiungibile, ho raccolto solidarietà e autocertificazioni di appartenenza tramite commenti e pure DM (siamo minoranza perseguitata, del resto). Ma vincere sul piano del populismo da cuori e commenti mi sembrava poco. Volevo capire per quali bias alla maggioranza la caccia alla spiaggia inarrivabile decisamente piaccia, cercando così di spostare la problematicità da noi renitenti verso gli ossessionati di arenili sperduti. 

Nero Stromboli, bianco Stintino, rosato Budelli

La ricerca economica, sociologica e comportamentale aiuta a identificare questa attrazione fatale alla sofferenza: si pensa che l’economia parli di soldi, ma in realtà tratta di desideri e comportamenti, soprattutto quelli irrazionali. E non c’è nulla di razionale nella ricerca della spiaggia difficile, che in fondo ha gli stessi ingredienti di base di tutte le altre: acqua trasparente a piacere e sassi e/o sabbia di grana e colore variabile – ma che i connoisseur della spiaggia classificano e comparano (“nero Stromboli, bianco Stintino, rosato Budelli, ecc.”). Ingredienti di base che puoi trovare ovunque, anche dove c’è un comodo servizio di delivery di bibite fresche direttamente all’ombrellone e pure un parcheggio auto/bici/monopattini all’ombra a non più di 500 metri. Per capire meglio i bisogni dei cacciatori dobbiamo partire intanto dal prodotto, dividendolo in segmenti differenziati, per grado di soddisfazione e parallela sofferenza. 

La spiaggia in cui mi trovo mentre faccio questi ragionamenti non è nemmeno di livello 1 (il grado principe comprende: probabilità del 90 per cento di graffi sanguinanti per passaggio tra rocce, rischio del 20 per cento di caduta fatale dagli/sugli scogli, passaggio tra rovi pungenti, almeno 4 chilometri di sentiero per minimo 400 metri di dislivello, allerta arancione per possibili attacchi da vespe di ceppo orientalis, posto prenotabile con app, massimo 200 posti). Questa spiaggia otterrebbe sì e no un livello 2 (assenza di qualsiasi acqua dolce, distanza rigidamente pedonale di almeno 2 chilometri, sterrato ma senza dirupi, parcheggio lontano MA a pagamento, divieto assoluto di vendita di cibo e bibite, nessun albero). Onestamente, forse potrebbe pure essere retrocessa a livello 3, essendoci qui a) una navetta elettrificata modello villaggio turistico Alpitour a cui i puristi della spiaggia selvaggia rinunciano con eroismo, non senza uno sguardo schifato a chi come me ne usufruisce volentieri (e senza che mi venga riconosciuto a sufficienza, secondo me, l’avanti e indietro sotto un sole nucleare per mancanza di monetine per il parcheggio e di informazioni su come e dove pagare – con eguali monetine – la suddetta navetta, e b) piccolo chiosco di bevande e pucce del costo di un tre stelle Michelin e contemporanea presenza di venditore toscano di collanine new age, che ha occupato l’unico fazzoletto di ombra disponibile.

Capitalizzare il sudore

Dunque, le cause scientifiche validate da paper accademici. Ho scoperto che alla ricerca spasmodica della spiaggia remota si può applicare una letteratura ampia e diversificata. Primo: lo sforzo richiesto dalla caccia all’arenile non è neutrale nella soddisfazione finale. Gli psicologi lo chiamano effort paradox (Inzlicht, Shenhav e Olivola, The Effort Paradox: Effort Is Both Costly and Valued, Trends in Cognitive Sciences, 2018): lo sforzo è per definizione un costo da minimizzare, eppure è proprio ciò che pare dare valore alle cose. I maratoneti pagano per soffrire; i cacciatori di calette, almeno, soffrono gratis (o quasi). Su ogni attività umana incombe l’effetto Ikea. Spiega che ciò per cui abbiamo fatto fatica vale di più (ma solo per noi – per gli altri restano semplici mobili Ikea piuttosto mal montati). L’hanno studiato per primi Michael Norton, Daniel Mochon e Dan Ariely nel 2012 (The IKEA Effect: When Labor Leads to Love, Journal of Consumer Psychology): i partecipanti attribuivano alle scatole che avevano montato da soli lo stesso valore delle creazioni degli esperti, ed erano disposti a pagarle di più.

Nel caso dell’esploratore balneare si esplicita nel pensiero, più o meno espresso ad alta voce: «Vuoi mettere la soddisfazione di essere arrivati a piedi fino qua – ce l’ho fatta (io)?», Lo sforzo aggiunge valore, conferisce all’esperienza un surplus autopercepito ma comunque tangibile. Non è più solo sabbia e acqua. Qua siamo nel campo psicologico del triathlon e delle ultramaratone, ma con ombrellone e sdraio in mano. Capitalizziamo in stupore il nostro sudore: l’esperimento è di Elliot Aronson e Judson Mills, “The effect of severity of initiation on liking for a group” (Journal of Abnormal and Social Psychology, 1959): chi affronta un’iniziazione più dura valuta poi più positivamente il gruppo. O forse – spesso le cose sono più semplici di quanto dimostrino i paper scientifici – dopo tutto quel caldo e quelle vespe ti piacerebbe qualsiasi spiaggia, purché tu sia in vita.

Io credo (io, eh) poi che gli esploratori estivi non vogliano ammettere che – alla fin fine – la spiaggia di livello 1 quasi mai vale lo sforzo. Sono di sicuro afflitti dal bias di effort justification, radicato nella dissonanza cognitiva di Leon Festinger (A Theory of Cognitive Dissonance, 1957): ammettere che non valeva la pena fare fatica costa più della fatica stessa. Se non puoi (più) cambiare il tuo comportamento, cambia il tuo pensiero.

La caletta come bene posizionale

Secondo: l’esplorante balneare vuole distinguersi dal branco, anche se non lo ammetterebbe mai. Il posizionamento (del telo in spiaggia selvaggia) è un mix tra lusso e ambientalismo – spesso in effetti oggi combaciano. Perché la caletta selezionante non dovrebbe ricadere nel “bene posizionale” di Fred Hirsch (Social Limits to Growth, Harvard University Press, 1976), pietra miliare dell’economia del lusso e dello status? (oggi nel lusso si comprano esperienze, visto che i prodotti sono più accessibili con Vinted e – peggio – stravisti su Instagram: qui se non hai i soldi, puoi usare il sudore come elemento distintivo). Forse non arriverei fino a Pierre Bourdieu, che in La Distinction (Éditions de Minuit, 1979) farebbe dei piedi in acque rare un marcatore di classe e di capitale culturale, perfino una forma di “violenza simbolica” con cui i gruppi dominanti definiscono il buon gusto. Preferire la spiaggia selvaggia e faticosa allo stabilimento con lettini soffici e reggaeton però è una presa di posizione distintiva, su questo non ci piove. Thorstein Veblen l’avrebbe chiamato consumo vistoso (1899), solo rovesciato in fatica vistosa; i biologi evoluzionisti, un segnale costoso alla Zahavi (1975): chiunque può pagare un lettino, ma solo pochi eletti possono permettersi quattro chilometri di rovi spinosi e polvere infuocata.

Più pragmaticamente, direi che c’entra la scarsità, come sempre, oggi. Il valore sta nell’essere scarsa – fin lì arrivano in pochi – più che nel “guarda quanto è bella” (ok, di solito è pure bella). Del resto, la scarsità – a volte vera ma più spesso generata dalla macchina del marketing – è il motore dell’odierna economia algoritmizzata. “Mi raccomando, non condividete su Instagram, che poi arrivano i barbari”. (I barbari sono sempre gli altri). E, anti-intuitivamente, più la spiaggia è irraggiungibile più è instagrammabile in quanto vuota, e quindi si riempie. Il ciclo si ripete all’infinito.

E terzo: la memoria lavora per la maggioranza esploratrice. Kahneman e colleghi, padri dell’economia comportamentale, hanno dimostrato che di un’esperienza non ricordiamo la media, come sarebbe razionale fare, ma solamente il picco e il finale (la peak-end rule, 1993): il bagno nell’acqua “così cristallina, guarda, nemmeno alle Maldive” cancella i 300 gradini. Ecco perché nessuno testimonia mai contro la spiaggia di livello 1: al momento del processo, siamo solo noi renitenti al banco degli imputati, circondati da reel spettacolari su Instagram con engagement altissimo (alla fine l’hanno poi pubblicato, quel reel). Lì, minoranza delle minoranze, accusati di essere il ventre molle delle vacanze, di pigrizia patologica e di disinteresse per la natura (anche se tu, di tuo, la salvaguardi di più di loro, con i piedi a mollo nella natura morta dei lidi ferraresi), ecco che dall’accademia arriva la loro prova decisiva: George MacKerron e Susana Mourato (Happiness is greater in natural environments, Global Environmental Change, 2013) hanno trovato che i marine and coastal margins sono «di gran lunga i luoghi più felici, con punteggi superiori di circa 6 punti rispetto ai contesti urbani continui su una scala da 0 a 100». La rilevazione è avvenuta tramite un’app chiamata Mappiness – mi sorge qualche dubbio – ma anche ammettendolo, davvero la speleologia in boxer e sandali Teva vale la pena per quei sei punti?

Del resto, il mare “turistico” è un’invenzione recente nella storia dell’umanità, e io aspetterei ancora un po’ prima di decretare esiti definitivi. Alain Corbin in L’invenzione del mare. L’Occidente e il fascino della spiaggia 1750-1840 (Marsilio, 1990) documenta come solo tra Settecento e Ottocento si sviluppi un “desiderio di riva”: prima di allora il litorale ispirava repulsione e paura teologica e no (il diluvio, mostri marini, gli ottomani, ecc.), e solo poi diventa oggetto di ammirazione estetica e terapeutica. Non a caso Marco Belpoliti, recensendo il libro, cominciava con «Nel giardino dell’Eden non c’è il mare».

Per quanto mi riguarda, solo il pensiero di dover monitorare i confini del mio territorio/telo nel ristretto spazio della caletta fa preventivamente diminuire di qualche punto la mia felicità. E due psicologi che hanno svolto uno studio sulla territorialità da spiaggia (Edney e Jordan-Edney, Territorial Spacing on a Beach, Sociometry, 1974), sarebbero d’accordo con me: i bagnanti interrogati sapevano disegnare i confini del proprio territorio balneare al centimetro, e procurava stress (per qualche motivo ignoto, le donne si accontentavano di meno spazio). Più la spiaggia è affollata (e alla fine, anche la spiaggia più irraggiungibile lo diventa), più il tuo territorio è sotto attacco. Nella cala da bagnante diventi una guardia di frontiera in costume, arrivata lì dopo la Lunga Marcia. Altro che relax.

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