Stili di vita | Moda

Le signore di Parigi

L’eterno ritorno agli anni Ottanta e a una certa idea di borghesia, con alcune incursioni nel futuro: come sono andate le sfilate.

di Silvia Schirinzi

Una modella durante lo show per l'Autunno Inverno 2019 di Marine Serre a Parigi. Foto di FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images

In uno di quei video che partono in automatico sui social ho visto la storia di una ragazza danese che ha deciso di trasformarsi in una bambola gonfiabile. Lei e il suo fidanzato spiegavano nel dettaglio cosa li avesse spinti a interessarsi alla body modification, cioè a tutte quelle pratiche volte ad alterare deliberatamente il corpo umano senza una ragione medica, ma per fattori di natura sessuale, religiosa, culturale. Il suo intento, in particolare, era la “bimbofication”, letteralmente trasformazione in “bimbo”, parola che indica un particolare idealtipo femminile di «formosa ma frivola giovane donna, il cui quoziente intellettivo non è pari alle sue statistiche vitali e la cui bellezza e simmetria sono un magnete per i soldi», come specifica l’Urban Dictionary. A guardare le sfilate di Parigi, che ieri hanno chiuso il lungo mese della moda con Louis Vuitton, di donne-bimbo non se ne sono viste, eppure quell’idea di alterazione del corpo, di sovversione o (all’esatto opposto) di restaurazione della simmetria della bellezza classica, è qualcosa su cui oggi più che mai si costruiscono i vestiti e l’idea delle persone che li indosseranno.

Il primo look della sfilata Autunno Inverno 2019 di Rick Owens. Foto di FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images

Ci sono designer che ci lavorano in maniera più plateale di altri, come Rick Owens, che continua nella sua personale esplorazione e riscoperta del lavoro di Larry Legaspi, lo stilista che negli anni Settanta ha costruito i look delle Labelle, Grace Jones, dei Kiss e di Divine (Legaspi era grande amico di John Waters) fra gli altri, e che è stato praticamente dimenticato. Su di lui Owens sta scrivendo un libro che sarà pubblicato a ottobre da Rizzoli, mentre la collezione per l’Autunno Inverno 2019, come già quella maschile dello scorso gennaio, si muove nel territorio di quella «ferocità camp» che il designer americano tanto ammira in Legaspi. Da qui gli zatteroni, le protesi facciali e quell’atmosfera di futuribilità a metà tra Blade Runner, quello originale, e i rave di Zion, tutti riferimenti che abbiamo visto macinare milioni di volte sulle passerelle, ma che Rick Owens sa rimescolare a tal punto da farli approdare nel 2019. Sulle silhouette intanto, dicevamo, si combattono le restanti battaglie, e se anche mai come questa volta le signore di Parigi son sembrate decise a riprendersi certi immaginari borghesi e ottantiani, alcune collezioni hanno saputo investigare la vestibilità contemporanea.

Come ha fatto Demna Gvasalia in una delle sue prove più riuscite da quando disegna Balenciaga. Hanno sfilato al buio centonove look dove il designer georgiano è riuscito a riassumere, prendendosi tutto lo spazio di cui aveva bisogno, quello che funziona nella moda di oggi: i completi sartoriali precisissimi, gli accessori perfetti per Instagram, dagli orecchini massicci agli occhiali da sole alle shopper che fanno il verso a quelle di carta, i colli esagerati dei cappotti e i trench di pelle che scoprono solo gli occhi rossi (modificati anche quelli da speciali lenti a contatto), il maxi-logo nascosto o esibito. «È un’ode al mio cliente, a quelli che vanno a comprare le cose che disegno. Perché sono loro il motivo per cui faccio questo lavoro», ha detto Gvasalia con la solita prosaicità ai giornalisti backstage. Anche Marine Serre, la giovane designer più interessante di Parigi, ha immaginato un altro rave dove si muovono figure inguainate in tute e mini-dress ingioiellati che non lasciano spazio alla pelle, colli di pelliccia in colori acidi e maschere anti-gas, ed è incredibile come nonostante queste premesse, fosse uno show interessantissimo. Di sfilate da segnalare ce ne sono tante: da Loewe, dove Jonathan Anderson dà il meglio di sè, a Lemaire, da Valentino a Undercover, i più raffinati, da Maison Margiela a Comme des Garçons fino alla strana discesa negli Ottanta di Nicolas Ghesquière da Louis Vuitton. Poi, come non citarli, le mini-mini borse di Jacquemus già diventate meme e le gonne-pantalone di Hedi Slimane da Celine, che ha scelto di raccontare la Parigi borghese degli anni Settanta e ha dimostrato che gli archivi hanno significati diversi per persone diverse, i nostalgici di Phoebe Philo se ne facciano una ragione.

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