In LUX, suo attesissimo nuovo album, c'è molto di più della trasformazione artistica di una popstar. In 18 tracce e 13 lingue, Rosalia racconta la sua svolta mistica.
Rosalia val bene un concerto a metà. La tappa italiana della tournée della cantante catalana diventata icona globale, la sola e unica data nostrana del suo LUX TOUR inaugurato a Lione il 16 marzo e destinato ad attraversare l’Atlantico per finire il 3 settembre a Porto Rico, ha lasciato nel pubblico del Forum un sapore agrodolce. Il concerto prometteva molto, sia per le coreografie mostrate via social nelle date di Lione, Parigi e Zurigo, sia per il legame fra l’album LUX e la mistica italiana che la cantante 33enne ha esplorato in ben due brani italiani, “Mio Cristo piange diamante” e “Focu ‘ranni”, entrambi in scaletta.
Ma così non è stato: dopo undici canzoni, a meno della metà del concerto, Rosalía non ce l’ha fatta e si è arresa: «Ho avuto un’intossicazione alimentare, ho cercato di buttare tutto fuori fino alla fine, ma sto molto male, non posso continuare, vi amo tanto» ha detto congedandosi dal pubblico che ha l’ha vista scomparire da uno squarcio di tela da cui era apparsa meno di un’ora prima. Così, dopo il dolce di metà di una setlist lunga il doppio, chi ha cantato e urlato la catarsi dell’attesa dall’uscita dell’album ha sentito un retrogusto acre, di desiderio assaporato e rimasto in sospeso fra veli non più leggeri ed ex voto incollati su camicie sbiadite, senza più lo smalto del miracolo.
Rosalía ha lasciato il concerto a metà, spegnendo i riflettori su quel palco che fino a poco tempo prima era stato avvolto da luci calde e fredde. Come se Rosalía, dopo aver esordito con i brani dell’album LUX e respirato a pieni polmoni quella locura di ribelle in Motomami, avesse riavvolto il nastro di tutti i suoi e nostri sogni attorno a una realtà ben più potente dell’aspettativa, financo del desiderio. Eppure quello che ha dato in un’ora di concerto vale semmai una mezza gratitudine, come lei stessa ha cantato in una versione di “Thank You” di Dido inanellata al suo brano “Divinize”, mentre un gruppo di ballerini, ruotandole attorno, la ricopriva di tulle come un baco di seta. Se è vero che ogni liturgia è fatta di tanti momenti apprezzabili, allo stesso modo questo concerto è stato apprezzabile fin dove avrebbe potuto esserlo, il Forum non tanto trasformato in una navata tutta lenzuola e piume, come sembravano suggerire improbabili rendering elaborati dall’IA, quanto in un’esperienza che aveva più a che fare col senso del sublime che del mistico, quella catarsi che porta alla catastrofe. Lo ha cantato lei stessa e avrebbe continuato a farlo visto che in programma c’era “El Redentor”, l’unica traccia del suo primo album Los Angeles dove Dio ha una chiara visione cosmica: «Il sole e la luna fanno l’eclissi, tremarono con gli elementi» dice nel testo, e nel cosmo e caos del concerto al collasso questi due mondi sontuosi e inquieti li abbiamo visti tutti, facendo esperienza di genesi e apocalisse.
A partire dal sole in foggia di palla di fuoco sul fondo scenico, come un’opera di Olafur Eliasson, la luce calda tipica di un tramonto di vita vissuta a metà, l’esatto momento in cui Rosalía si libera dalla gabbia in cui era stata chiusa come una ballerina da museo, immobile, ma già spoglia di tutto. Non a caso, interpretando “La petite danseuse” di Degas in apertura, ha cantato “Reliquia”, vale a dire la metafora musicata di una donna che si libera di orpelli prima fisici poi emotivi che la rendono una statua virginale. In questo itinerario a Dio dantesco, Rosalía ha toccato l’apice con “Mio Cristo piange diamante”, che ha emozionato lei stessa e tutti noi che lo abbiamo cantato col trasporto di una preghiera: «Quando ho scritto questa canzone, Puccini, Verdi, Bellini sono stati una grande ispirazione per me. Perché voi, ragazzi, avete una tradizione musicale spettacolare» ha detto in italiano, e il feeling con l’Italia è stato palpabile in cinque minuti durante i quali il Forum si è trapuntato di palloncini bianchi illuminati dalle torce dei cellulari, quasi una mappa stellare di questo big bang di emozioni che ha travolto la stessa cantante fino alle lacrime. L’iniziativa del suo fandom ha commosso la cantante a più riprese mentre la sua figura, bianca con indosso un velo o un sari, come quando ci si appresta a entrare in un luogo sacro, si stagliava sullo sfondo nerissimo come l’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina.
Ma è con “Berghain” che la platea si è scaldata, ritrovando in quella familiarità un po’ techno un po’ la ribellione che era la chiave per vivere la seconda parte di questo concerto a metà. C’erano le tinte fosche che Rosalía ha ricalcato nelle reference alla pintura negra di Goya e al suo Grande caprone, poi tradotto in una coreografia che sembrava davvero un sabba all’ombra della luna, perché in fondo solo i riflessi argento della notte possono rivelare quegli amori tossici che ti trasformano in zolletta di zucchero, come canta in questo brano un po’ gotico un po’ sacro. In questa fase crepuscolare, che ha purtroppo chiosato l’intero concerto, Rosalía ha dato tutta sé stessa. Ha ricordato che c’è bellezza anche nel ribellarsi twerkando fra le proprie locure, come fu per lei in Motomami, suo penultimo album e quintessenza di sperimentazione.
Non a caso, “Saoko”, “La Fama”, “La Combi Versace” sono i brani che si sono affastellati sul palco come le fasi del respiro di un unico indomabile desiderio di libertà. Il twerk con l’intimo color magenta mostrato sotto la gonna in tulle nerissima è stata la resa plastica della voglia di una ragazza appena trentenne di ballare ancora insieme – fra l’altro, si balla anche sulla sua tomba, come canta in “Magnolias”, ultima traccia dell’ultimo album. Scorrendo la scaletta, anche nella data italiana il grande assente era “El mal querer”, il suo primo album veramente sofisticato ma messo da parte, perché gli idoli d’un tempo, quegli amori tossici che esaltavano la donna come una vergine d’altare, sono un nulla verso l’amore divino che libera da pregiudizi e melodie confortanti, divinizza il corpo, e lo rende traslucido.
Sono passate le 22, sono quasi passati 60 minuti e si respira quel sapore acre di esperienza a metà. Ma chi si è preparato a LUX ascoltando i suoi brani preferiti chissà quante volte ha interiorizzato l’idea che non c’è un copione in questo caos di mondo che chiamiamo vita. Avremmo voluto tanto, avevamo il diritto di viverlo tutto questo concerto vissuto come una funzione religiosa. E invece abbiamo dovuto accontentarci di un epilogo che non ci ha strappato le lacrime che avrebbe garantito “Magnolias” o l’estasi emotiva della “Yugular” così come l’abbiamo vista rimbalzare da un social all’altro: un finale che non ha coinciso con lo sviluppo narrativo che abbiamo visto. Dicendo a tutti noi di non farcela più, di star male, Rosalía ha scombinato le nostre previsioni come fanno quegli amori sopraggiunti in mezzo alle nostre vite, come fa l’esperienza di Dio.
È vita reale, non performance drogata dall’analisi predittiva dell’IA. Siamo arrivati al Forum con la promessa di uscirne coi piedi leggeri, come dopo un’estasi, e ci siamo ritrovati ammassati coi cuori e gli sguardi pesanti. Abbiamo mille ragioni per affliggerci per varie cose, ma neppure lontanamente possiamo dirci delusi. In fondo, come canta Rosalía in “Sauvignon Blanc”, «Estoy bien si estás tú»: vale soprattutto per il concerto di un’artista che con LUX ci ha persino aiutati a elaborare la sua morte. E che a Milano ha dato tutta sé stessa, fino alla fine.
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