C’è una nuova letteratura italiana che sta imparando a parlare, con rabbia, del mondo del lavoro

Il romanzo working class sta trovando spazio, e non c’è da stupirsi. Gli esempi di Questa lotta senza tregua e Furgonauta, e altri recenti.

03 Novembre 2026

«Ogni grande romanzo sul lavoro è un grande romanzo di guerra. E ogni grande romanzo di guerra è un grande romanzo d’amore». Se queste due affermazioni contenute nell’aletta dell’ultimo romanzo di Valentina Mira (Tutto il furore, Feltrinelli 2026) sono vere, il sillogismo vorrebbe, allora, che ogni grande romanzo sul lavoro sia un grande romanzo d’amore. La guerra diventa una premessa minore, un mezzo per unire i due poli forti – il lavoro e l’amore – e scomparire una volta che si sono raggiunti. L’amore è quello per sé stessi, per la propria causa, per la classe cui si appartiene: in altre parole, la dignità. E la guerra da attraversare per portare il lavoro all’amore è la lotta di classe. Ogni romanzo sul lavoro è una storia di dignità, quella che Elio Vittorini – per partire dal suo Conversazione in Sicilia – definisce «la fierezza nella miseria» che lo rende «fiero di essere figlio di uomo».

Questa lotta senza tregua e Furgonauta

Il romanzo Questa lotta senza tregua di Mattia Cecchini (TerraRossa Edizioni) racconta bene il mancato ricongiungimento tra lavoro e dignità. È la storia di Tommaso, sconvolto dalla notizia della delocalizzazione delle attività della fabbrica in cui lavora, operaio insieme a suo padre. Vogliono trasferire la produzione in Polonia e lasciare i lavoratori – che come Tommaso hanno un mutuo, una figlia da mantenere, una vita da costruire – a casa. Lo scenario di fondo del romanzo, quindi, è un picchetto permanente davanti allo stabilimento e lì Tommaso coverà tutta la sua rabbia per l’ingiustizia di cui si sente vittima. La sensazione di essere un indegno, di non meritare la vita che immaginava e l’equilibrio che i suoi padroni invece hanno, manda in cortocircuito il sillogismo e rende la storia di Tommaso, e di sua sorella Alessia con il fidanzato Milton, l’esplosione di un distruttivo incendio. La guerra che unisce il lavoro all’amore è anche una bomba a orologeria e quando l’odio prende il sopravvento, come nel caso di Questa lotta senza tregua, esplode senza più preservare nulla dell’umanità di cui Tommaso – e tutti gli altri – volevano solo sentirsi fieri e degni. Un kamikaze uscito da una fabbrica pensando di riuscire a difendere i propri diritti, bruciato invece nel furore del peso reiterato da generazioni e inflitto dal potere su chi è sottomesso. Nessun sistema disarticolato, nessuna rivoluzione. Soltanto la disperazione che fa esplodere lui stesso nel tentativo di far saltare in aria il nemico, sul crinale tra il giusto e ciò che non lo è.

Allo stesso modo Elia, il protagonista di Furgonauta – altro esordio, di Andrea Pauletto, per 66thand2nd – si sottrae all’ennesima richiesta di trasporto notturno, perché di mestiere fa l’autista di furgoni, pensando di interrompere così il processo di spersonalizzazione che attribuisce alle logiche alienanti dell’essere ingranaggio di un sistema. E invece, anche lui, pedina sola nell’affollato domino, sabotando sé stesso non riesce a far propagare l’incendio sui suoi nemici; subisce lui soltanto, e le persone che ama, anche in questo caso, l’esito dell’esplosione che ha innescato. Attraversa l’Italia intera, di giorno e soprattutto di notte, rispondendo a telefonate sempre urgenti per corse speciali in cambio di uno stipendio più alto. Così sacrifica l’amore di Marika, il rapporto con il loro piccolo Adriano, la dimestichezza con sua nonna e ancor di più quella con suo padre. Perde, soprattutto, il contatto con sé stesso e, tra farmaci e cibo spazzatura, distrugge il campo su cui avrebbe potuto germogliare ogni possibile seme di dignità. Elia resta in bilico sulle due fortissime immagini con cui si conclude il romanzo: bitume e Paradiso.

La letteratura working class prima di oggi

Questi due romanzi, oltre a mostrare in modo vivido il nesso fra il lavoro e l’amore – e l’inevitabile passaggio per la guerra – sono anche l’esempio della diffusione, a livelli più mainstream dell’editoria italiana, dei romanzi working class. Passata, infatti, la stagione narrativa che ha portato il genere nel nostro Paese, in Italia i romanzi con personaggi proletari sono sempre stati parte di una nicchia ridotta del mercato o di esperienze specializzate (penso alla collana working class della casa editrice Alegre, che proprio ora sta pubblicando Spazzatura!, il memoir di un netturbino francese). Non a caso quando nel 2022 Alberto Prunetti – che dirige la collana – dava inizio alla sua indagine sulla letteratura working class (Non è un pranzo di gala, Minimum Fax), la definiva uno spettro, reso tale dalla «deprivazione culturale imposta alla classe lavoratrice» e residuo del «rimosso letterario di vite troppo concrete e per nulla romanzesche». Questa lotta senza tregua e Furgonauta, usciti a poche settimane di distanza, sono due incursioni della narrativa italiana più popolare nello spazio del lavoro operaio e danno sicuramente voce a due delle vite «di persone», dice Prunetti, «che l’industria editoriale considera troppo ignoranti per leggere». Sono anche il pretesto, però, per riflettere su quanto questo tipo di storie abbia bisogno di essere romanzo.

Si tratta di un concetto spiegato con lampante lucidità da Claudia Durastanti nel primo capitolo del suo ultimo libro Falsi amici (La Nave di Teseo, 2026), quando si preoccupa «di evitare di incappare nell’errore della memoria, che troppo spesso resta solo testimonianza, senza alcuna trasformazione». A questo corrisponde il farsi carico di un peso, del «costo che va al di là della letteratura e che dipende dall’esercitare la propria coscienza politica insieme agli altri», ed è un costo che va espresso con la fatica dell’invenzione, rispetto alla gratuità della testimonianza. In questo faticoso processo che scavalca la memoria e arriva a immaginare l’esistenza di un lavoratore durante un picchetto, di un autista di furgoni sperso nella notte o di un operaio che ripercorre i fasti di una fabbrica ormai in rovina (L’ultimo operaio, Niccolò Zancan, Einaudi 2026), viene alla luce e diventa palese il sillogismo iniziale lavoro-guerra-guerra-amore. La testimonianza rischia di perdere un passaggio e ricondurre l’esperienza personale di chi scrive in prima persona in una storia o solo di lavoro e amore, o solo di lavoro e guerra. Il romanzo working class restituisce a questa relazione la complessità e articola l’universo che rappresenta in un triangolo inestricabile che unisce lavoro, guerra e amore.

Raccontare con rabbia

Tra gli ultimi tentativi meglio riusciti va citato La fabbrica e i ciliegi (Ponte alle Grazie, 2025) di Tommaso Giagni, dove il protagonista Cesare, sulle tracce della storia di lavoro e dolore che ha portato via suo padre, scopre sulla sua pelle le ferite di essere un transfuga di classe e non – a sua volta – operaio. In un certo senso anche L’invenzione del colore di Christian Raimo (La Nave di Teseo, 2025) si inserisce in questo filone: il lavoro manuale del padre, diverso da quello più intellettuale del figlio e narratore, è il filtro attraverso cui viene rimodulato per intero il loro rapporto. Contrapporre il lavoro subordinato all’attività intellettuale è un’altra modalità della letteratura più pop di portare personaggi e storie working class nei romanzi. Penso a L’appartamento di Mario Capello (Tunuè, 2015), in cui il protagonista Angelo lascia la sua carriera nell’industria culturale in cambio di un’agenzia immobiliare. La scissione interiore del protagonista rende visibile il confine e lo strappo tra il lavoro intellettuale e quello proletario.

Il vero elemento che tiene insieme il lavoro, la guerra e l’amore in tutte queste forme è la rabbia – agita, introiettata o repressa. È un sentimento incandescente attraversato da una logica di proporzionalità diretta: al crescere del desiderio di dignità e amore di sé cresce la rabbia che fomenta la guerra e ricade sull’odio per il proprio lavoro. Odiando il lavoro si prova meno amore per sé stessi, la rabbia è sempre più elevata, la guerra si fa più violenta: così Elia e Tommaso distruggono la loro vita prima ancora del sistema da cui volevano solo essere liberi. Furgonauta e Questa lotta senza tregua sono i due romanzi recenti che meglio riescono a dimostrare con lucidità e coerenza la perversione di questo meccanismo e gli effetti sulle vite di chi ci finisce in mezzo.

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