La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
RAYE, nome d’arte di Rachel Agatha Keen, nasce nel 1997 nel sud di Londra e cresce dentro un ambiente musicale ma non immediatamente industriale: studia al BRIT School, lo stesso istituto da cui sono passati artisti come Adele e Amy Winehouse, ma il suo ingresso nell’industria avviene in modo meno lineare. Firma molto giovane con Polydor Records e per anni lavora soprattutto come songwriter e voce in prestito: scrive e canta per altri, attraversando il pop mainstream senza mai diventare davvero centrale. Per anni è stata una presenza fortissima nel pop britannico, ma quasi sempre di lato: scriveva hit per altri, prestava la voce, compariva nei featuring, mentre la sua carriera da solista restava bloccata. Nel 2021 lo ha detto in modo chiarissimo, con un tweet diventato subito centrale nella percezione pubblica della sua storia: «Imagine this pain I have been signed to a major label since 2014… and I have had albums on albums of music sat in folders collecting dust, songs I am now giving away to A list artists because I am still awaiting confirmation that I am good enough to release an album».
I’m a very fucking brave strong woman
Il primo album, alla fine, è arrivato davvero. Quando nel 2023 RAYE pubblica My 21st Century Blues, il disco suona come qualcosa che, per troppo tempo, le era stato impedito di essere, ed è attraverso lo stesso disco che decide di riappropriarsi della propria narrativa. Al suo interno c’è anche “Ice Cream Man”, uno dei brani più duri e disarmati emersi dal pop recente, in cui racconta la violenza sessuale subita da adolescente senza ricorrere ad alcuna schermatura metaforica e autodichiarandosi “I’m a very fucking brave strong woman”. Parallelamente, RAYE usa anche TikTok per rendere più diretto il rapporto con chi la ascolta: alcune canzoni, tra cui “Where Is My Husband?” iniziano a girare prima dell’uscita ufficiale, accelerando un processo di riconoscibilità che ormai non passa più solo dai canali tradizionali.
Ciò che rende davvero interessante la sua traiettoria, però, non è soltanto il fatto che sia riuscita a prendersi ciò che le spettava, ma il momento in cui decide di farlo. Quando RAYE cambia direzione, nel 2021, la sua carriera non attraversa affatto una crisi. Al contrario: dal punto di vista dei numeri e della visibilità, tutto sembrava funzionare. Il suo nome era ormai legato a una serie di successi dance globali, e molti producer di primo piano avevano scelto la sua voce per brani destinati a circolare ovunque. “By Your Side” con Jonas Blue, “You Don’t Know Me” con Jax Jones, “Bed” con David Guetta: abbastanza per consacrarsi come vocalist richiestissima, abbastanza per renderla riconoscibile, ma non ancora abbastanza per restituirle una vera centralità autoriale.
Il problema, infatti, non era l’assenza di successo, ma la qualità di quel successo. RAYE scriveva da tempo le proprie canzoni e desiderava pubblicare un album di inediti a suo nome, ma su quel progetto la sua etichetta, Polydor, non sembrava credere fino in fondo. La decisione che prende allora è radicale proprio perché non consiste nel passare da una major a un’altra, ma nel sottrarsi del tutto a quel meccanismo. Il suo diventa così uno strappo nei confronti di un certo modello industriale, senza mai assumere il tono della vendetta. Anche per questo la sua uscita dalla major finisce per assumere un valore che eccede la vicenda personale: diventa un piccolo caso emblematico, uno specchio in cui molte altre artiste e molti altri artisti possono riconoscere una frustrazione simile.
Il resto lo fa la musica. Escapism., con 070 Shake, apre il 2023 portandola direttamente al numero uno nel Regno Unito e conferendo al nuovo corso di RAYE la sua prima forma compiuta. Da lì in poi, My 21st Century Blues, frutto di sette anni di lavoro e a lungo rimasto in sospeso, si impone come uno dei dischi più belli dell’anno. Il successo che segue conferma che non si trattava di una fortunata coincidenza. Nel 2024 RAYE diventa l’artista più premiata nella storia dei Brit Awards, con sei statuette, mentre il tour consolida una presenza ormai centrale anche dal vivo, tra festival come Coachella, Lollapalooza, Montreux Jazz Festival e Glastonbury. A quel punto può permettersi anche un gesto che, in altre mani, suonerebbe celebrativo, ma che nel suo caso resta perfettamente coerente: la rilettura orchestrale del repertorio in My 21st Century Symphony (Live at the Royal Albert Hall), seguita da Genesis, dove torna a ribadire di essere insieme autrice, interprete e performer con un controllo sempre più netto.
Le collaborazioni più recenti, da Suzanne con Mark Ronson a “What A Difference a Day Makes” per la serie Netflix Black Rabbit, fino a “Where Is My Husband?”, piccolo esercizio di ironia soul-pop sulla ricerca dell’anima gemella mostrano quanto RAYE sappia ormai muoversi tra registri diversi senza perdere riconoscibilità. Ma ciò che continua a renderla davvero interessante non è soltanto la biografia di rivalsa, troppo lineare per contenere davvero il suo percorso. È il modo in cui riesce a usare il materiale autobiografico senza lasciarsi definire del tutto. In My 21st Century Blues entrano il corpo, il razzismo, la dipendenza, l’ansia, la violenza sessuale, il disgusto verso se stesse e il desiderio di sopravvivere alla propria esposizione pubblica.

If you’re listening to this, I need you to stay with me
Arrivando a oggi, il 27 marzo esce This Music May Contain Hope, che abbiamo ascoltato in anteprima. C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui si è presentato: già settimane prima dell’uscita si parlava di tracce trapelate, come se il disco fosse arrivato al pubblico in uno stato di esposizione anticipata, già desiderato, già attraversato, quasi impossibile da contenere del tutto. Per un’artista che ha passato anni a vedere la propria musica trattenuta, rimandata, amministrata da altri, non è un dettaglio secondario.
Poi c’è il dato più semplice, e forse per questo il più decisivo: This Music May Contain Hope. suona magnificamente. È diviso in quattro atti, a ogni atto una stagione: autunno, inverno, primavera, estate che funzionano come climi, come variazioni di temperatura emotiva, e ci rivelano che il dolore non passa: cambia forma, intensità, colore. Il disco si muove dentro questa oscillazione continua senza offrire una versione pacificata, e anche i featuring Al Green, Hans Zimmer, Amma, Absolutely allargano il raggio del disco senza disperderlo. Questo accade non soltanto grazie a una produzione capace di tenere insieme soul, R&B, orchestrazione e scrittura pop senza mai cadere nell’effetto illustrativo, ma per il controllo quasi assoluto che RAYE esercita su ogni elemento (e ahimè sul mio umore): la voce, certo, ma anche le dinamiche, il respiro, la temperatura affettiva dei brani.
Anche il finale rifiuta, con notevole eleganza, la tentazione della chiusura, lasciando riaffiorare linee che il disco ha disseminato lungo tutto il percorso, da I am a sob story standing in the rain a I’m not giving up yet, da I hate the way I look today e I look into the mirror and I cry fino a if you’re listening to this, I need you to stay with me, per arrivare a there will be joy, I may cry through the night, but my joy comes in the morning e happy times will come again che continuano a tenere aperta la stessa costellazione di dolore, resistenza e possibilità.
Nell’ultima traccia, “FIN.”, RAYE ringrazia tutto e tutti, ma quel gesto ha anche il tono di una risposta all’invalidazione del 2021: non tanto una revenge song, quanto una riappropriazione pubblica, il modo di dire finalmente i nomi ad alta voce e sottrarsi a una marginalità subita troppo a lungo. Alla fine, il punto è che in questo album convivono acqua, fuoco, amore, rabbia, sole, pioggia, tutte le stagioni e la speranza, e RAYE riesce a farli coesistere senza ridurli a una fiaba triste. This Music May Contain Hope. è davvero un coming of age del dolore, con tutte le moltitudini e le incoerenze, e ci mostra con forza che cosa significhi diventare adulte senza smettere di portarsi dietro ciò che ferisce. Qui crescere non coincide con guarire; coincide, più onestamente, con l’apprendere come restare dentro quello che resta senza farsene consumare del tutto. Ed è forse questo che rende RAYE oggi così interessante: essere meno rassicurante e più compiuta, una musicista che ha imparato a trasformare il disordine in linguaggio e che, in questo album, non promette salvezza, ma fa una cosa più difficile, e anche più credibile: ne lascia intravedere la possibilità.
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