Il litigio tra Alberto Ravagani e Pierluigi Diaco è il dito, la guerra dei mondi tra social e tv è la Luna

L’intervista di Pierluigi Diaco all’ex sacerdote è diventata in poche ore un caso di privacy violata, outing e limiti giornalistici. Ma racconta soprattutto lo scontro tra due modi di raccontarsi: quello della televisione e quello degli influencer.

07 Novembre 2026

Parlando della verità in televisione, Umberto Eco diceva che non conta se ciò che viene detto è vero o falso: conta che sia vero quello che si sta dicendo qui, ora, davanti a voi. La faccenda del qui e ora sul piccolo schermo si complica quando questa verità passa dalla bocca di un uomo che fino a un anno fa era un prete, che ha scritto un libro sulla sua decisione di lasciare il sacerdozio (La scelta, SEM, 2026) e che ha deciso, secondo la grammatica tipica dell’influencer, di raccontare la propria verità stabilendo anche il confine fra ciò che è lecito dire e ciò che non lo è. Da mesi Alberto Ravagnani ha portato la sua scelta personale nell’arena collettiva, suscitando simpatie e antipatie; eppure, nella zona grigia in cui ha scelto di stare con la sua verità, suona invadente la richiesta di chi in televisione chiede altre verità. E invadente, l’intervista di Pierluigi Diaco all’ex sacerdote ospite di BellaMa’, lo è stata davvero, tanto da diventare in poche ore una disputa sulla privacy, su un presunto outing e sui limiti delle domande televisive. Ma occorre partire da prima, da quando cioè Ravagnani ha scelto di entrare nel tritacarne televisivo con la pretesa di selezionarne i contenuti. Era già palpabile il suo disagio davanti a chi, a Ballando con le stelle, gli ricordava che dal passato non si può scappare, malgrado i glow up. È la tv, bellezza.

L’intervista di Diaco a Ravagnani

Quello consumatosi negli studi Rai è stato lo scontro fra due mondi antitetici: quello televisivo, con le sue liturgie rodate, e quello social, con i suoi dogmi. Per Diaco quella andata in onda a BellaMa’ doveva essere un’intervista «all’altezza dell’ospite», della sua profondità, ma la verità che il conduttore pensava di cercare, e che ha rivendicato come cifra giornalistica di una buona televisione, si è incagliata nelle sabbie mobili dei social, che l’hanno bollata come tortura. Per Diaco era l’occasione buona per entrare in una storia che Ravagnani aveva già cominciato a raccontare, ma di cui non controllava più soltanto la regia. Ha però sottostimato la bufera televisiva, poi diventata un uragano sui social. Dal tribunale televisivo alla gogna social, si sa, è un attimo, perché nel mondo digitale non esiste peccato più grande della mancanza di coerenza: non quella che fa ravvedere Paolo sulla via di Damasco, ma quella che si misura davanti a un pubblico. E così è stato ripescato un evergreen della sottocultura camp della tv italiana: il video di un alterco fra Donatella Rettore e un giovane Diaco opinionista, che nega la propria sessualità per poi essere zittito con un insulto che oggi definiremmo omofobo. C’è dell’ironia nel tirare in ballo un episodio di bullismo televisivo, condito da risate, per rispondere a chi oggi fa la parte del torturatore, ma questa è un’altra storia.

Il prezzo della “sincerità”

L’episodio ha riaperto le microfaide in Rai, con la squadra di Ballando con le stelle che si è dissociata e la conduttrice Milly Carlucci che ha poi definito l’intervista «infelice». Ma tutta questa faccenda, al netto delle invadenze, è una lezione magistrale sulla differenza tra il racconto dei social e quello della televisione. Ravagnani sta imparando che la mano di mamma Rai po’ esse piuma e po’ esse fero, e che non esiste eloquio che funga da anestetico. Perché, se si può parlare di sesso e masturbazione in un libro o in un reel, la situazione cambia in un contenitore televisivo in cui le domande e i copioni sono scritti da un altro. D’altra parte, c’è una cosa che i social hanno insegnato molto bene ai conduttori: la confessione funziona, purché il confessore sia anche l’autore, il regista e possibilmente il montatore della propria storia. È quindi possibile che la stessa persona che vuole aprirsi preferisca non rispondere a domande dirette. Del resto, la zona grigia – come la tuta – è la cifra distintiva delle più umane confessioni via social. Qual è, allora, il prezzo della sincerità? Dipende. Per la tv è saldare i debiti nei confronti del pubblico, e in fondo è questo che Diaco dice a Ravagnani: l’urgenza di un cambio di registro. A sua volta, però, il conduttore non riconosce che dal piccolo schermo allo schermo piccolissimo cambiano anche le regole, e il patto di intimità con i follower non prevede la trasparenza.

La regia dell’influencer

Chi guarda un influencer ha l’impressione di conoscere la persona, ma fuori da quella bolla le rivelazioni seguono una precisa regia narrativa. Immagino che Ravagnani stesso abbia scelto quali dettagli privati inserire nel suo libro e quali omettere. Ma una domanda in diretta tv, che forza quella narrazione rodata, fa saltare un impianto narrativo che ha già i suoi protagonisti e antagonisti. Qui l’accusa di outing è marginale. Nella stessa tv, ma in un contesto diverso – magari in un format che si presenta volutamente scomodo, dove gli ospiti sono già caratterizzati prima ancora di aprire bocca – quell’intervista sarebbe stata recepita in un altro modo. È il medium che diventa messaggio, come aveva intuito McLuhan. Il contenuto, a quel punto, passa quasi in secondo piano: a interessarci non è tanto ciò che viene rivelato, quanto il fatto che sia la persona a scegliere quando e come mostrarsi. La scoperta di un corpo spogliato del clergyman, per esempio, viene accettata quando è il diretto interessato a volerlo; tutte le obiezioni a questa narrazione studiata rischiano invece di essere percepite come scomode intrusioni. In una puntata di Ballando con le stelle, Ravagnani stesso aveva avuto da ridire sulla giudice Barbara d’Urso che, con una postura per nulla moralista, ammetteva: «Io sono credente e non capisco come fai a non comprendere che è difficile capire che qualche mese fa eri prete e poi metti le foto con le mutandine poco dopo. Ma è un mio pensiero».

Un’esperta dei salotti televisivi molto attiva sui social come d’Urso sa bene che i pensieri sono legittimi finché restano tali. Trasformarli in allusioni è inappropriato. Una volta poteva funzionare sul piccolo schermo, dove la linea del rispetto spesso rasentava lo zero. Ma adesso che le piazze dei social hanno dilatato la fruizione dei format televisivi, i chi e i cosa che non rientrano nella loro narrazione saranno sempre in collisione con le aspettative di chi rivendica il primato della televisione. «Oggi hai scelto la tv: che cosa vuoi diventare?», domanda Diaco a Ravagnani prima che l’intervista degeneri. È una domanda che resta sospesa, e che è tornata anche a Ballando, come quella di una madre davanti a un figlio che non sa ancora quale strada prendere. Ma forse una risposta sta proprio nella scelta della televisione da parte di Ravagnani, che ora fronteggia le fortune e le sfortune del modo in cui la televisione avrebbe raccontato lui. Mamma Rai, si sa, può essere anche matrigna, e quando si entra nella sua casa non sempre si decide chi tiene il telecomando.

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