Se a un certo punto smettiamo di interessarci alla musica nuova la colpa è del nostro cervello ma anche dell’industria musicale

Le ricerche dicono che il gusto musicale si congela intorno ai 33 anni. Ma dietro c'è un fenomeno più profondo, che riguarda il modo in cui il cervello codifica i ricordi, la costruzione dell'identità e un'industria che monetizza la nostalgia.

26 Febbraio 2026

C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui la musica nuova smette di sembrare urgente. Non succede all’improvviso. Non c’è un giorno preciso in cui si decide di non ascoltare più nulla di quello che esce. È un processo lento, quasi impercettibile, che di solito si manifesta con una serie di micro-segnali: si smette di seguire le playlist del venerdì, si torna sempre più spesso sugli stessi album, si scopre che le classifiche sono piene di nomi che non si conoscono e che non si ha nessuna voglia di conoscere. A un certo punto si realizza che la propria libreria musicale non è più un luogo di esplorazione. È diventata un archivio.

Nel 2015, Ajay Kalia, all’epoca analista di dati presso Spotify, pubblicò sul blog Skynet & Ebert i risultati di un’analisi condotta sui dati di ascolto della piattaforma incrociati con quelli di The Echo Nest, la società di music intelligence acquisita da Spotify l’anno precedente. Lo studio — informale, non sottoposto a peer review, ma basato su un campione di milioni di utenti americani – restituì un numero che da allora è diventato un punto di riferimento della conversazione culturale sulla musica: 33. A quell’età, secondo i dati, l’ascoltatore medio smette di cercare musica nuova. Kalia lo definì taste freeze: il congelamento del gusto.

I meccanismi sono due. Il primo è una progressiva migrazione verso generi meno mainstream, verso artisti con un ranking di popolarità inferiore: non si segue più il flusso della Top 40, si costruisce un repertorio personale, laterale. Il secondo è un ritorno alla musica che era popolare quando si era adolescenti — musica che nel frattempo è uscita dalle classifiche. La combinazione di questi due movimenti produce un effetto di stallo: il gusto non scompare, non si impoverisce, semplicemente smette di espandersi. Kalia aggiunse un dettaglio: diventare genitori accelera il processo di circa quattro anni, indipendentemente dall’età, probabilmente perché il tempo libero disponibile per l’esplorazione musicale viene sostituito dalle colonne sonore di Frozen e delle canzoncine per l’ora della nanna.

Lo studio di Kalia è impreciso sotto molti aspetti. Il campione è limitato agli utenti Spotify — che per definizione sono più tecnologicamente attivi della media — il che suggerisce che nella popolazione generale il congelamento potrebbe avvenire anche prima. Il metodo non è stato replicato in ambito accademico con gli stessi dati. Ma il numero ha funzionato perché ha dato un nome a qualcosa che moltissimi soggetti sopra i trent’anni riconoscono nella propria esperienza. Ed è proprio questa risonanza a renderlo interessante: non come dato scientifico definitivo, ma come punto d’ingresso per una domanda più profonda. Perché per molti la musica che abbiamo ascoltato da ragazzi continua a sembrare inevitabilmente più significativa di quella che ascoltiamo oggi?

La musica come marcatore autobiografico

La risposta passa attraverso un concetto consolidato nella psicologia della memoria: il reminiscence bump. Il termine descrive un fenomeno osservato in modo costante nella ricerca sulla memoria autobiografica: gli adulti, specialmente quelli sopra i quarant’anni, tendono a ricordare in modo sproporzionato gli eventi, le persone e le esperienze vissute tra i dieci e i trent’anni, con un picco intorno all’adolescenza. Non è che i ricordi di altri periodi della vita siano assenti: è che quelli dell’adolescenza e della prima età adulta sono più vividi, più emotivamente carichi, più accessibili.

Il fenomeno fu descritto per la prima volta da David Rubin e colleghi nel 1986, ma è la ricerca di Carol Lynne Krumhansl e Justin Adam Zupnick, pubblicata nel 2013 su Psychological Science, ad averlo applicato in modo sistematico alla musica. I due ricercatori della Cornell University fecero ascoltare a un gruppo di giovani adulti brani estratti dalle classifiche americane di cinque decenni e mezzo, dal 1955 al 2009, e misurarono per ciascun brano il grado di riconoscimento, la preferenza, il giudizio di qualità, la risposta emotiva e la presenza di memorie autobiografiche associate. Il risultato atteso si confermò: tutte le misure mostravano un aumento per la musica uscita durante l’adolescenza e la prima età adulta dei partecipanti.

Ma Krumhansl e Zupnick trovarono anche qualcosa di inatteso. Le stesse misure mostravano un secondo picco, più contenuto, per la musica della generazione dei genitori dei partecipanti. I ricercatori lo chiamarono cascading reminiscence bump: un effetto a cascata, in cui la musica ascoltata nell’ambiente domestico durante l’infanzia – la musica dei genitori – produceva memorie e preferenze durature, che si sovrapponevano a quelle generate dalla musica della propria adolescenza. In altre parole, non è solo la musica che si è scelto di ascoltare a restare. Resta anche quella che si è assorbita passivamente, nei primi anni di vita, attraverso l’ambiente familiare.

Uno studio del 2025 dell’Università di Jyväskylä, che ha coinvolto quasi duemila partecipanti da 84 Paesi, ha confermato la robustezza del fenomeno e aggiunto un dettaglio rilevante: negli uomini, il picco del reminiscence bump musicale si collocava intorno ai sedici anni; nelle donne, dopo i diciannove. Le ipotesi sono legate alle differenze di genere nella formazione dell’identità musicale — gli uomini tendono a cementare prima le preferenze legate al gruppo dei pari, le donne sviluppano il gusto musicale in modo più graduale, in connessione con le relazioni sentimentali e le esperienze emotive dell’età adulta.

Il cervello adolescente come spugna musicale

La neuroscienziata Iballa Burunat, autrice principale dello studio, ha proposto un’immagine che sintetizza bene la questione: il cervello adolescente è una spugna, sovraccaricata dalla curiosità e dalla ricerca di stimoli gratificanti, ma ancora priva di un filtro completamente sviluppato. È noto che la corteccia prefrontale – la regione del cervello responsabile della pianificazione, del giudizio e del controllo degli impulsi – non completa il suo sviluppo fino ai venticinque anni circa. Durante l’adolescenza, il sistema di ricompensa cerebrale è particolarmente attivo: la dopamina rilasciata in risposta a esperienze nuove e intense è a livelli elevati, il che rende le esperienze di quel periodo non solo più piacevoli, ma anche più profondamente codificate nella memoria.

La musica si inserisce perfettamente in questo quadro. Le ricerche di neuroimaging hanno confermato che l’ascolto musicale coinvolge un’interazione tra il sistema della ricompensa cerebrale e la corteccia uditiva – lo stesso circuito che si attiva per i cosiddetti “rinforzi primari”, come il cibo. Se questo accade in un periodo in cui il sistema di ricompensa è al massimo della sua reattività, l’esperienza si fissa con un’intensità che le esperienze successive non riescono a replicare.

Ma il punto centrale non è solo neurologico. È identitario. L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce il sé: le preferenze musicali non sono accessorie, sono costitutive. Funzionano come marcatori di appartenenza, come strumenti di differenziazione rispetto alla generazione precedente, come linguaggi condivisi all’interno del gruppo dei pari. Ascoltare i Radiohead a quindici anni non significava soltanto ascoltare della musica: significava definirsi come un certo tipo di persona, spesso in opposizione a un altro tipo di persona. Questa funzione identitaria spiega perché la musica dell’adolescenza non è semplicemente “musica che ci piaceva”. È musica che ha contribuito a formarci, e il legame con essa è indissolubile perché è un legame con una versione di noi stessi.

L’algoritmo come specchio (e come gabbia)

C’è però un elemento che la ricerca sulle preferenze musicali e la memoria autobiografica non aveva previsto, perché non esisteva quando il fenomeno fu descritto per la prima volta: la mediazione algoritmica. I sistemi di raccomandazione di Spotify, Apple Music e YouTube Music non si limitano a offrire musica. La selezionano sulla base del comportamento precedente dell’utente, creando un ciclo di feedback in cui ciò che ascolti oggi determina ciò che ti verrà proposto domani. Se ascolti ripetutamente brani degli anni Novanta, l’algoritmo ti proporrà altri brani degli anni Novanta. Se salti sistematicamente le novità, l’algoritmo smetterà di proportele.

Il risultato è quello che la letteratura sui sistemi di raccomandazione chiama filter bubble: una bolla informativa in cui l’utente è esposto prevalentemente a contenuti che confermano le sue preferenze preesistenti. Il concetto fu reso popolare da Eli Pariser nel 2011 in riferimento alle notizie online, ma la sua applicazione alla musica ha implicazioni specifiche. Uno studio del 2020, pubblicato nei Proceedings of The Web Conference e condotto su dati Spotify, ha esaminato gli effetti algoritmici sulla diversità del consumo musicale, evidenziando come la personalizzazione, pur aumentando la soddisfazione immediata dell’utente, tendesse a ridurre la varietà dei generi e degli artisti ascoltati nel tempo.

La questione è circolare. L’ascoltatore tende naturalmente a gravitare verso il familiare – questo è il taste freeze descritto da Kalia, ed è un fenomeno psicologico reale, indipendente dalla tecnologia. Ma l’algoritmo accelera e rinforza questa tendenza, trasformando un’inclinazione naturale in una struttura chiusa. Non è che lo streaming ci abbia reso meno curiosi. È che ha reso la mancanza di curiosità più comoda, più fluida, più invisibile. Non devi fare nessuno sforzo per restare nella tua bolla: la bolla fa parte del servizio.

Bisogna essere onesti però: la ricerca sulla filter bubble è tutt’altro che univoca. Una meta-analisi pubblicata nel 2023 sull’arXiv ha mostrato che le evidenze sulla reale esistenza delle bolle algoritmiche nei sistemi di raccomandazione sono miste: alcuni studi trovano effetti significativi, altri non li trovano o trovano addirittura che la personalizzazione aumenta la diversità del consumo. Il problema metodologico è serio – gli algoritmi cambiano continuamente, i dataset sono raramente comparabili, le definizioni di “diversità” variano da studio a studio. Ma il punto concettuale resta: in un ambiente in cui la musica viene proposta piuttosto che cercata, la soglia di sforzo necessaria per uscire dal proprio repertorio consolidato si alza.

Il catalogo come modello di business

C’è un aspetto della questione che non è psicologico né neurologico, ma economico, e che vale la pena considerare. Nel 2021, per la prima volta da quando Luminate (l’ex MRC Data, oggi la principale fonte di dati sull’industria musicale americana) aveva iniziato a tracciare lo streaming, lo streaming on-demand di musica attuale – definita come musica uscita negli ultimi 18 mesi – è diminuito in termini assoluti. Nello stesso anno, la musica di catalogo ha rappresentato il 69,8 per cento del consumo totale di album negli Stati Uniti. Nel 2014 era sotto il 40 per cento. Nel secondo semestre del 2021, secondo le analisi di Music Business Worldwide basate sui dati Luminate, la quota del catalogo ha superato il 73 per cento.

Questo dato non significa semplicemente che la gente ascolta più musica vecchia. Significa che l’intera struttura economica dell’industria musicale si è spostata verso la valorizzazione del passato. Le acquisizioni multimilionarie di cataloghi – Bob Dylan, Bruce Springsteen, David Bowie – non sono atti di mecenatismo. Sono investimenti basati sulla previsione che la musica vecchia continuerà a generare revenue in modo stabile e prevedibile, perché il legame emotivo che gli ascoltatori hanno con essa non si deteriora. È un investimento sul reminiscence bump.

Spotify ha pagato oltre undici miliardi di dollari all’industria musicale nel 2025. Ma ogni giorno vengono caricate sulla piattaforma più di centomila nuove tracce, e l’87 per cento di tutti i brani non supera le mille riproduzioni. Competere con la musica del passato non è mai stato così difficile, perché la musica del passato è ora a portata di clic esattamente quanto quella appena uscita — e ha dalla sua parte il vantaggio neurobiologico di essere legata ai ricordi.

Spotify stessa ha riconosciuto il problema. Nel suo report annuale Loud & Clear del 2025, la piattaforma ha definito la situazione come il «paradosso dell’industria musicale moderna»: lo streaming ha permesso a milioni di artisti di condividere la propria musica a livello globale, ma il volume di contenuti rende la scoperta di nuovi artisti sempre più improbabile. La soluzione proposta — più strumenti per la scoperta, più curatori umani, nuove funzionalità come SongDNA — è ragionevole. Ma non affronta il nodo strutturale: in un sistema in cui il catalogo è l’asset più prevedibile e il consumo di musica vecchia cresce più velocemente di quello di musica nuova, l’incentivo economico a favorire la nostalgia è forte.

Quello che si congela non è il gusto

C’è un modo sbagliato di leggere il dato dei 33 anni, ed è pensare che dopo quell’età la musica non conti più. Non è così. Quello che cambia non è la capacità di godere della musica, ma la funzione che la musica svolge. A quindici anni, la musica è uno strumento di costruzione identitaria: serve a dire chi si è e chi non si è, a differenziarsi dai genitori, a segnalare l’appartenenza a un gruppo. A quarant’anni, la musica è uno strumento di manutenzione identitaria: serve a confermare chi si è diventati, a riattivare i ricordi di un periodo percepito come fondativo, a mantenere un collegamento emotivo con versioni precedenti di sé stessi.

Il reminiscence bump non è un difetto della memoria, ma una caratteristica della costruzione della memoria. I ricordi dell’adolescenza sono più vividi non perché il cervello funzioni meglio a quell’età — per molti aspetti funziona peggio — ma perché durante quel periodo si stanno formando le strutture narrative fondamentali del sé. Si sta decidendo chi si è. E le esperienze associate a quel processo ricevono un’etichettatura emotiva più intensa, che le rende più resistenti al tempo.

La musica è particolarmente efficace come veicolo di questa etichettatura perché aggira i centri linguistici del cervello e produce un accesso diretto, non mediato, alla memoria emotiva. Come ha scritto Burunat, «la musica funziona come un odore: bypassa il linguaggio e porta un momento del passato alla vita in modo immediato e non verbale». Questo spiega perché una canzone ascoltata a sedici anni può, a distanza di trent’anni, produrre una risposta emotiva più intensa di una canzone ascoltata la settimana scorsa. Non è che la canzone vecchia sia necessariamente migliore. È che risulta connessa a un periodo della vita in cui le esperienze venivano codificate con un’intensità irripetibile.

C’è qualcosa di malinconico in questo, ma anche di rassicurante. Il taste freeze non è un impoverimento: è la prova che la musica ha fatto il suo lavoro, ovvero aiutarci a diventare chi siamo, e continua a ricordarcelo ogni volta che la riascoltiamo. Il problema non è smettere di scoprire musica nuova, ma smettere di chiedersi perché.

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