Ci era entrata nel 1956, con il padre e la madre, e aveva sempre pagato l'affitto. Quando le dissero che doveva andarsene, rispose che avrebbe lottato fino alla fine.
Il Pentagono trasmetterà in diretta streaming la fucilazione del terrorista responsabile della strage di Fort Hood
L'ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 1961. Il Segretario della Guerra Pete Hegseth ha deciso che "l'evento" va diffuso in ogni modo possibile e immaginabile.
Mercoledì 7 ottobre, ospite dell’emittente conservatrice Real America’s Voice, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che l’esecuzione di Nidal Malik Hasan sarà pubblica. Giovedì il Pentagono ha chiarito cosa intendesse, cioè una diretta streaming, con dettagli che arriveranno più avanti. La data l’aveva già fissata l’Esercito: il 3 dicembre a Fort Hood, la stessa base in cui il 5 novembre 2009 Hasan, psichiatra militare con il grado di maggiore, entrò in un edificio dove i soldati facevano la fila per i vaccini e l’idoneità alla missione, gridò «Allahu akbar» e aprì il fuoco con una pistola. Uccise 13 persone e ne ferì 32, per impedire, disse, che andassero in Afghanistan a uccidere i suoi fratelli musulmani. Trump ha approvato l’esecuzione, che avverrà per fucilazione. L’ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 13 aprile 1961, quando il soldato semplice John Bennett fu impiccato, e secondo Hegseth l’Esercito non usa un plotone d’esecuzione dalla Seconda guerra mondiale. Quando gli hanno chiesto se Hasan avesse fatto qualche ultima richiesta, ha risposto «non mi interessa. Lo vedremo il 3 dicembre».
Al processo del 2013 Hasan licenziò i suoi avvocati, si difese da solo, ammise davanti ai giurati di essere l’autore della strage e poi, per tre settimane, non disse quasi più nulla. L’accusa chiamò quasi novanta testimoni, lui nessuno, e rinunciò anche all’arringa finale, tanto che i legali di riserva nominati d’ufficio si convinsero che volesse soltanto essere condannato a morte. Nel frattempo, faceva arrivare ai giornalisti documenti da cui risultava che aveva detto agli operatori sanitari militari che, se lo avessero giustiziato, sarebbe «diventato comunque un martire». Oggi è paralizzato dalla vita in giù, perché quel giorno fu colpito alla schiena dagli agenti, ed è in sedia a rotelle. Potrebbe ancora presentare un ricorso in habeas corpus (che obbliga la polizia carceraria a presentarsi in tribunale per dimostrare la necessità di carcerazione di un condannato) a un tribunale civile e rimandare tutto a data da destinarsi, forse «oltre la scadenza dell’attuale amministrazione» come spiega all’Associated Press, Eugene R. Fidell, che insegna diritto militare a Yale.
C’è anche chi nella diretta dell’esecuzione vede qualcosa di buono. Deborah Denno, che studia la pena di morte alla Fordham University, pensa che renderebbe tutto «molto più trasparente» proprio mentre la fallita iniezione letale di Christa Pike in Tennessee ha riaperto le domande su come si mettono a morte i condannati. Brenner Fissell, della Villanova Law e vicepresidente del National Institute of Military Justice, ricorda che con i farmaci introvabili e i medici che si rifiutano di effettuare l’iniezioni, il plotone d’esecuzione comincia a passare per l’alternativa meno disumana, ma non crede che la scelta nasca da lì: «C’è una percezione di mascolinità e di carattere militare nei plotoni di esecuzione che fa parte della cultura che Hegseth sta cercando di diffondere, cioè la cultura della letalità. Una definizione che, in effetti, riassume perfettamente tutto ciò che viene detto e fatto alla Casa Bianca da quando Trump è tornato a viverci.