The Immortal Man è il funerale che Tommy Shelby e i fan di Peaky Blinders si meritavano

Uscito il 20 marzo su Netflix il film celebra, una canzone post-punk dopo l’altra, la fine della saga per come l’abbiamo conosciuta e imparata ad amare.

23 Marzo 2026

Tommy Shelby è finalmente tornato. Il punto, però, è che lui, Tommy Shelby, non vuole più esserlo. Sono passati tredici anni dal debutto della serie ideata da Steven Knight, ispirata alle vicende reali della banda dei Peaky Blinders, nata dal disagio che dilagava tra la classe operaia britannica, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento aveva fatto di Birmingham il centro delle proprie attività criminali. Tredici anni trascorsi osservando la scalata al potere del “Rom Baro”, il re dei rom: dalle scommesse clandestine alle corse dei cavalli fino alle aule del Parlamento. In mezzo ci abbiamo visto passare di tutto: sangue, famiglia, occulto, amore, ma soprattutto perdita e dolore. Quest’ultima purtroppo non solo nella serie, se penso all’indimenticabile Helen McCrory, “zia Polly”, venuta a mancare dopo una lunga malattia prima delle riprese della sesta stagione, ma qui omaggiatissima. Con The Immortal Man, uscito su Netflix il 20 marzo – ma annunciato da Knight già nel 2021 – si compie, traccia post-punk rock dopo l’altra, la fine di Peaky Blinders per come l’abbiamo conosciuta e imparata ad amare. Nel farlo ci sentiamo forse più liberi, ma anche lacerati dentro. Come ogni volta che quei carri rivestiti di legno scuro venivano dati alle fiamme, costringendoci a salutare, uno alla volta, ogni membro della famiglia Shelby. «Tutti morti, tranne uno. L’unico che avrebbe voluto esserlo».

Il film si apre all’interno di una fabbrica nel campo di concentramento di Sachsenhausen, in Germania. È il 1940, e il seme del nazifascismo che avevamo visto attecchire in Europa nelle ultime puntate della sesta stagione sta generando tutta la violenza di cui è capace. Le bombe cadono come pioggia sulla Gran Bretagna, colpiscono case, scuole, ospedali, anche le fabbriche di Birmingham, tra cui quelle costruite da Tommy negli anni. La città è ridotta allo stremo: la gente “prega Dio e Tommy Shelby”, gli dice Ada, ma nessuno dei due risponde. Perché mentre il mondo va avanti, sprofondando in uno dei suoi momenti più oscuri, lui è rimasto esattamente dove lo avevamo lasciato quattro anni fa, impegnato in un’altra guerra, quella contro i ricordi e i fantasmi che abitano la sua mente e il suo cuore: Grace, John, Ruby, Polly, Michael e, come scopriamo presto, anche Arthur. La loro scomparsa è – direttamente o meno – responsabilità sua. E non c’è nessuno che possa davvero contraddirlo.

«Vuoi interpretare mio figlio in Peaky Blinders?»

Uomo infinitamente ambizioso, scaltro, leale, Tommy Shelby. Ma anche manipolatore, violento, capace di zittire una sala solo entrandoci dentro, di piegare tutto e tutti al proprio volere e, nonostante questo, più che capace di farsi amare. «Tommy per me è in giro dagli anni ’80, da quando volevo proporlo a Channel 4. Oggi, quando entro in un pub, da qualche parte trovo sempre qualcuno, magari un muratore, insomma uno che non sembra fan di niente, che si tira su il gambale dei pantaloni e ha Tommy Shelby tatuato sulla coscia», ha raccontato Steven Knight a Variety. Dietro al successo di questo personaggio c’è una scrittura raffinatissima, ma soprattutto la personalità genuina, schiva e anti-tecnologica di Cillian Murphy, che dopo DiCaprio è, contro ogni sua ambizione, la “celebrità sgancia-meme” più virale sui social (iconico il suo sincero «what is a meme?» in un’intervista). In tutti questi anni, periodi da Oscar inclusi, non ha mai valutato nemmeno per un istante di abbandonare il suo personaggio; anzi, per il film pare abbia fatto “scouting” tra i suoi amici per i personaggi di Tim Roth e Barry Keoghan, il tutto con messaggi SMS del tipo «Vuoi interpretare mio figlio in Peaky Blinders?».

E mentre la nostalgia per quei volti beffardi, per le frasi a effetto pronunciate in quell’inconfondibile dialetto Brummie, per i berretti con le lame cucite sotto la visiera, i doppiopetto, i calzoni dritti e i tagli scalatissimi alle tempie si fa sempre più intensa scopriamo che qualcuno è rimasto legato al mito dei Peaky Blinders quanto Cillian e noi: Duke Shelby, che – come dice Ada – «guida la banda come se fosse ancora il 1919». Non serve molto per capire che Duke è il riflesso oscuro del padre e che gran parte di ciò che fa – aka emulare Tommy – deriva dal trauma emotivo del suo abbandono. È questo a spingerlo a saccheggiare le stesse fabbriche costruite dal padre e ad accettare di collaborare con il governo tedesco per inondare la Gran Bretagna di milioni di banconote false, spingere l’economia al crollo e determinare così la vittoria della Germania. Ma una cosa è atteggiarsi a Tommy Shelby, un’altra è esserlo davvero ed essere in grado di sostenere le implicazioni estremamente violente di un complotto di questa portata. Anche perché, tra i Peaky Blinders delle origini, il potere è sempre stato una questione di famiglia: non di clan, come nella mafia, ma di legami di sangue, di decisioni prese attorno a un tavolo, dove ogni membro, uomo o donna, aveva lo stesso peso nel dare il via o nel fermare un piano. Quando però John Beckett, il nazista interpretato da Tim Roth, che muove i fili dell’operazione per conto del governo, gli chiede di uccidere sua zia Ada – ormai pronta a denunciarlo per i furti alle fabbriche – la convinzione, fino a quel momento salda, di essere solo al mondo e poterci convivere, cede.

Ma dov’è finito Tommy Shelby?

E soprattutto, cosa sta facendo mentre sia la sua famiglia sia l’intera nazione sono a rischio? «Sta scrivendo un fottuto libro», è la voce che si è sparsa tra la sua gente, ignorando quello che forse è, in realtà, l’ultimo tentativo rimasto per rimettere in fila tutti i tragici eventi della sua vita. Il resto del tempo lo trascorre vagabondando per le terre della sua villa, fredda e decadente, abitata solo dai fantasmi del passato e dal caro vecchio Johnny Dogs, l’unico rimasto a lavorare per lui. A nulla servono le visite e le chiamate di Ada, le sue richieste di tornare alla guida dell’impero degli Shelby. È chiaro che, finché la sua parte romanì, quella più spirituale, resta frammentata e sepolta, non c’è possibilità che l’altra, quella più “terrena”, torni a interessarsi della vita. «Tommy Shelby ha sempre avuto un rapporto molto particolare con la vita e la morte (…) È sempre in equilibrio su una linea sottile… per usare le parole di Keats, è “half in love with easeful death”, fin da quando ha attraversato per la prima volta quei tunnel nelle Fiandre, durante la prima guerra mondiale», spiega Knight. A interrompere il suo autoesilio, arriva Kaulo, chiamata a raccogliere l’eredità spirituale di Polly e a ricomporre i pezzi del suo cuore “already broken”. Interpretata da Rebecca Ferguson (che dopo Dune sembra essersi affezionata ai ruoli di “veggente”), la donna è una figura chiave della famiglia rom dei Palmer e porta con sé una serie di messaggi dall’aldilà, tra cui uno per conto della sorella gemella Zelda, madre di Duke: Tommy deve salvare loro figlio dall’inferno in cui si è perduto.

A convincerlo non è la razionalità, ma qualcosa di più profondo: una passione che si intreccia con la componente rom — quella a cui la serie ci ha abituati fin dall’inizio, fatta di premonizioni, segnali, presenze, messaggi dal regno dei morti, benedizioni e maledizioni — e che ritorna ogni volta nella sua vita per guidarlo e salvarlo. Il giorno dopo, Tommy reindossa, pezzo per pezzo, i panni di sé stesso: sistema la coppola sulla testa e poi esce, a grandi passi, a testa china, verso la sua vecchia auto, pronto a salirci per la prima volta disarmato, senza Arthur al suo fianco. Non è alla ricerca di guai, ma di suo figlio. «Saranno i guai a cercare te», gli dice Johnny Dogs. E infatti non sbaglia. Poco dopo, lungo la strada verso la città, un nuovo fantasma si palesa davanti a Tommy: quello di Ada, uccisa a sangue freddo da John Beckett sotto gli occhi impotenti di Duke, per impedirle di denunciarlo per le rapine. Di fronte al corpo della sorella, Tommy cede e confessa ciò che ha sempre tenuto nascosto: è stato lui, travolto dall’alcol e dalla disperazione, a uccidere Arthur. Ed è questo che lo ha spinto definitivamente a fondo. 

La sala del pub, lo stesso di sempre, quello in cui Tommy entra per chiedere di suo figlio, è gremita. Ma qualcosa è cambiato: la maggior parte dei clienti sono soldati americani, gente da fuori che balla al ritmo di un brano twist. È il riflesso di un mondo diverso da quello che aveva lasciato. A Tommy, però, non importa granché. Entra, ferma il giradischi, afferra una di quelle tremila sigarette (alle erbe) che Cillian racconta di aver fumato in ogni stagione e se la accende con calma, non prima di averla fatta scivolare un paio di volte da un lato all’altro delle labbra, come sempre. «E tu chi cazzo sei?». Cala il silenzio. In quel momento capisco che, se in questo film c’è spazio per un saluto di commiato a Peaky Blinders, è racchiuso nei cinque minuti che seguono. Tra Duke e Tommy volano più pugni che parole. Eppure quelle poche frasi che riescono a dirsi – nella melma di un porcile, tra i maiali saccheggiati dalla banda insieme a ciò che resta di una città ormai in rovina – pesano più di tutto il resto. «Ho peccato perché conosco solo il peccato, perché mi hai lasciato solo il peccato», dice al padre. Siamo arrivati esattamente dove The Immortal Man voleva portarci, al confronto tra un re e il proprio erede, una “famiglia” per la prima volta sconosciuta, a lui come a noi. Per questo, quando ascoltiamo la profezia di Kaulo – secondo cui Duke affronterà Beckett al fianco del padre, ma alla fine lo ucciderà, prendendone il posto come Rom Baro – ci sentiamo profondamente disorientati.

Lo spettacolo macabro di un giovane uomo che scivolava nell’oscurità

«Ecco la guerra. Non ti ha ucciso, ma ti ha strappato via la persona che eri prima. C’è un vuoto. E poi giù, ancora, ancora. Come una ruota su una strada che gira solo per girare», dice Kaulo, in equilibrio tra questi due uomini, leggendo la linea della vita sulla mano di Tommy. È questo a cui abbiamo assistito per più di dieci anni, senza accorgercene davvero: un loop di causa-effetto che ci ha pompato adrenalina nel sangue a ogni puntata, ma che, a guardarlo ora, si rivela per ciò che è sempre stato, lo spettacolo macabro di un giovane uomo che scivolava nell’oscurità, perché la guerra gli aveva tolto tutto, e che continua a togliergli la pace anche in questo film.  

Così, quando scopriamo che il disegno del destino si compirà – non nella forma di un tradimento, ma come ultimo gesto di pietà, da Duke a Tommy, ferito gravemente nello scontro a fuoco con Beckett – capiamo che è arrivato il momento di lasciarlo andare.  Avviene con la solennità di un re shakespeariano, tra le fiamme che riducono il denaro in cenere e un nuovo re che sa di non avere tempo per piangere il padre, perché la Corona lo chiama già. «La Corona è pesante», gli sussurra Tommy. «È la conclusione del suo percorso: sta andando a raggiungere la sua famiglia, a raggiungere Grace. E il fatto che abbia chiesto a Duke di usare il proiettile con il nome inciso rende quel momento parte di una tradizione, quella della successione al potere per suo figlio». Knight ammette di aver versato una lacrima mentre scriveva la morte di Tommy, decisa più o meno un minuto prima di metterla su carta. «Durante la serie ha sempre ripetuto che l’unica persona che poteva uccidere Tommy Shelby era Tommy Shelby. Ma non volevo che accadesse così»

La colonna sonora originale, pazzesca per tutta la durata del film, si accende per l’ultima volta con il brano dei Lankum & Grian Chatten, mentre il carro di Tommy, immerso nella radura e circondato da ciò che resta della sua famiglia e dai suoi amici, custodisce al suo interno le sue spoglie, distese sul denaro — quello che ha accumulato per tutta la vita — insieme alle fotografie di tutti quelli che l’hanno amato e perso. Le sue parole, quelle contenute nel libro, inondano la scena. Sono il suo vero lascito. «Volevo che la macchina da presa si allontanasse, che il pubblico partecipasse al funerale, pur senza farne realmente parte: a una certa distanza. Come quando davanti a un dipinto, si fa un passo indietro per coglierne meglio la prospettiva». Guardando il fuoco inghiottire il carro, mi viene da chiedermi, con un po’ di commozione addosso, che ne sarà di questo giovane Rom Baro, lì in piedi con le sue ambizioni, i suoi traumi e i suoi fantasmi, con un piede nel passato glorioso di suo padre e l’altro in un mondo che sta cambiando a rotta di collo, accanto a una zia – proprio come accadde a Tommy con Polly – pronta a raccontargli tutto ciò che è invisibile. Anche perché Knight ha già promesso uno spin-off dedicato a lui. Eppure ho voglia di restare qui, ancora un po’.

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