Sapessi com’è strano, tifare Marocco a Milano

Per i marocchini della diaspora, la Nazionale è diventata molto più di una questione di tifo: rivalsa, identità, appartenenza, l'idea di un Paese diversa da quelle che viene solitamente raccontata. Ne abbiamo parlato con ragazzi e ragazze milanesi, di discendenza marocchina.

04 Luglio 2026

C’è un momento, durante ogni grande torneo, in cui qualcuno tira fuori la parola sorpresa”. È una scorciatoia narrativa comoda che serve a dare un nome rapido a qualcosa che sembra improvviso. Ma spesso è anche un modo per non ammettere che quello che abbiamo davanti agli occhi è il risultato di un processo lungo, visibile da anni, che semplicemente abbiamo scelto di ignorare.

Nel caso della Nazionale marocchina, e più in generale del calcio africano, parlare di sorpresa è fuorviante. Quello che abbiamo visto ai Mondiali del 2022, e che si è intravisto nelle ultime edizioni della Coppa d’Africa, è il punto di arrivo di una trasformazione iniziata tanto tempo fa. Il talento non è mai mancato e da sempre il continente africano ha prodotto calciatori straordinari. Quello che è cambiato, negli ultimi decenni, è il sistema. I fattori sono molteplici: da una parte sempre più giocatori crescono e competono stabilmente nei principali campionati europei, contemporaneamente le federazioni calcistiche si sono strutturate, rese più professionali e hanno investito in scouting, formazione e infrastrutture. Per anni abbiamo parlato di “talento africano” come se fosse una risorsa spontanea, quasi casuale. Oggi però ha più senso parlare del “sistema africano”.

Il Marocco rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa evoluzione, non solo per i risultati ottenuti ma per ciò che incarna sul piano sociale e politico. La semifinale contro la Francia nel 2022 ha segnato uno spartiacque: al fischio finale, nonostante il risultato e il sogno infranto, la sensazione diffusa non era quella di una sconfitta. Al contrario, iniziava a emergere una nuova consapevolezza, come se qualcosa fosse finalmente cambiato. Per me, e per molti altri, quella data è stata significativa: siamo cresciuti con il termine marocchino usato in senso dispregiativo, come se fosse un insulto, per indicare qualsiasi persona immigrata. In quella sera improvvisamente abbiamo occupato lo spazio pubblico con orgoglio, rivendicando le nostre origini e la nostra identità. Le strade delle città italiane si sono riempite di bandiere rosse con la stella verde al centro, affiancate da quelle di molti altri Paesi della diaspora presenti in Italia: dal Senegal alla Tunisia, dall’Albania alla Nigeria, e molti altri. Per la prima volta una nazionale africana entrava tra le prime quattro al mondo, ma soprattutto lo faceva raccontando una storia chiara, un sogno condiviso che andava oltre i confini del Marocco, diventando il sogno di un’intera diaspora in Europa. Questa dimensione collettiva e transnazionale emerge chiaramente anche dalle parole di chi, come me, quella appartenenza la vive ogni giorno:

Come mi ha raccontato Iman, nata e cresciuta a Quarto Oggiaro a Milano: «Fin da piccoli abbiamo un forte senso di appartenenza verso il Marocco, questo perché la comunità marocchina è sempre stata numerosa in Italia e questo ci ha permesso di sviluppare tra di noi la nostra cultura mantenendo un legame solido con le nostre radici. Sono cresciuta insieme ad altri ragazzi, anche non marocchini, condividendo lingua e cultura. Mi sento rappresentata da questa nazionale perché racconta il vissuto di chi è cresciuto nel ghorba come me». Un legame che, aggiunge, è anche profondamente personale ed emotivo: «Ho una connessione costante con il mio Paese, sento di appartenere a quella terra e Inshallah ci tornerò. È il luogo di mia massima espressione e il luogo in cui, non sentendomi straniera e diversa, riesco a godermi la quotidianità».

Molti dei protagonisti della nazionale marocchina sono nati e cresciuti in Europa, come me, come noi. Ma la scelta di giocare con la nazionale marocchina viene letta spesso in modo superficiale: o come una rinuncia al Paese in cui sono cresciuti o come una scelta opportunistica per assicurarsi un posto da titolare. Per molti di loro, invece, si tratta di una scelta identitaria. Nello spogliatoio marocchino si parla francese, spagnolo, olandese; a volte si fatica persino a parlare darija (il dialetto parlato in Marocco e in altri Paesi del Nord Africa), eppure il legame con il Marocco è fortissimo. È un legame costruito fin dall’infanzia, come racconta Imane, che nasce dentro le famiglie, attraverso i racconti dei genitori, durante i viaggi estivi e nelle telefonate con i parenti. Il mito del ritorno, che per la prima generazione era spesso impossibile, viene vissuto dalle nuove generazioni in forma simbolica e sportiva.

L’evoluzione della diaspora nel mondo dello sport, calcistico in particolare, è emblematica per capire le dinamiche migratorie in Europa. Il linguaggio del calcio, con le sue semplici regole e con criteri di selezione più accessibili rispetto ad altri sport, è universale. Il gioco di squadra, inoltre, crea appartenenza, la stessa appartenenza e gli stessi criteri che il giovane cerca, ma non trova, nel Paese in cui nasce e cresce. Alla base della scelta di giocare per la Nazionale marocchina, quindi, c’è una spinta condivisa, dettata da una delusione generazionale. A questo si aggiunge la volontà di dare senso ai sacrifici dei genitori immigrati e dimostrare che quel viaggio non è stato vano. Come racconta Amin Fahim, nato e cresciuto in Italia: «Mi sento rappresentato perché condivido lo stesso background culturale. Avrei potuto essere uno di quei ragazzi». Un percorso che, come spiega, nasce anche da una presa di coscienza: «A un certo punto ho capito che, nonostante gli sforzi per integrarmi in Italia, nonostante fossi nato e cresciuto qui, agli occhi di molti restavo “il marocchino”. Questo mi ha portato a interrogarmi sulle mie origini e ad apprezzarle di più».

Questa spinta e consapevolezza sociale ed emotiva è un motore potente, ma porta con sé anche un costo non indifferente. Crescere tra due mondi significa spesso vivere nella necessità costante di dimostrare qualcosa: di essere abbastanza italiani, abbastanza marocchini, abbastanza integrati. In Italia, questa tensione è resa ancora più evidente dal tema della cittadinanza: persone nate e cresciute in Italia, italiane a tutti gli effetti, restano escluse dalla società. Questo rifiuto istituzionale, sociale e politico da parte dell’Italia si trasforma facilmente in un rifiuto emotivo. Al contrario, il Marocco è stato in grado di costruire nel tempo una narrazione inclusiva nei confronti della propria diaspora: non importa dove vivi, sei marocchino ovunque. Aggiunge Amin che «Il mio senso di appartenenza a questa Nazionale è legato anche a un forte sentimento di rivalsa. Per molto tempo le persone provenienti dal nostro contesto sono state guardate con sufficienza, stereotipate o considerate inferiori». In questo senso, il successo sportivo diventa anche una forma di riscatto simbolico. Questo favorisce il movimento calcistico marocchino che adotta l’esempio dei suoi campioni che giocano in Europa come obiettivo per i giovani marocchini che vivono in Marocco, creando strutture e accademie calcistiche. 

E tutto questo si riflette anche nel modo in cui il Mondiale viene vissuto. L’esperienza è profondamente collettiva e culturale: famiglie riunite davanti al televisore con le maglie della nazionale e le bandiere rosse sparse per casa, amici che si ritrovano nei bar a bere atay (il tè marocchino) attorno a uno schermo condiviso. C’è una cosa che accomuna praticamente tutti i marocchini durante questo Mondiale: nessuno si perde una partita della Nazionale. E quando non è possibile viverla insieme, si trova comunque il modo di seguirla, ovunque ci si trovi. È il caso di Kharfi, italiano di seconda generazione, di origine marocchina, con radici a Khouribga da parte paterna e grande appassionato di calcio fin da bambino. «Purtroppo sono sempre via per lavoro e mi ritrovo a guardare le partite da solo sul telefono, ovunque io sia. Poi condivido subito notizie e risultati con mio padre, mia madre e i miei amici invasati di calcio come me». Per lui il calcio è anche uno strumento di rappresentazione. «Il calcio mi sta aiutando molto a far conoscere ancora di più il nostro Marocco».

Per altri, invece, il Mondiale rappresenta anche uno dei momenti di riscoperta identitaria e di orgoglio personale. «I Mondiali li sto seguendo un po’ da sola perché solitamente li guardo con mia mamma, ma ora lei è in Marocco», racconta Maryam. «Dopo anni in cui mi sono sentita distaccata dalla mia cultura e dalle mie radici, sono felice che negli ultimi anni sto riscoprendo nuovamente questa parte di me e, soprattutto, che posso celebrare senza dovermi censurare». A Milano, locali come Fly, Sahara e Sherazade, nel quartiere di Porta Venezia, diventano punti di ritrovo della comunità marocchina durante le partite. Tra bicchieri di atay, shisha, cori e bandiere rosse, l’atmosfera si trasforma in quella di uno stadio. Ma il tifo si vive soprattutto nelle case, in tutte le province della Lombardia. Molte famiglie marocchine si riuniscono davanti alla televisione per seguire insieme ogni partita della Nazionale, trasformando il salotto in un piccolo angolo di Marocco. 

Anche il racconto attorno al calcio sta cambiando (o forse sta tornando a decenni fa, come il caso delle campagne Nike e Adidas) e i brand e i media hanno iniziato a intercettare questa trasformazione, adattandosi a una realtà sempre più multiculturale e dando visibilità a storie che per anni sono rimaste ai margini. Ciò che accade fuori dal campo è forse ancora più significativo: sempre di più, grazie al calcio, le comunità si riconoscono, si raccontano, e occupano lo spazio pubblico senza mediazioni. Questo Mondiale, al di là delle sue contraddizioni politiche, ha mostrato qualcosa di più profondo perché per molti queste partite sono un vero e proprio momento di riconoscimento collettivo. Un’occasione per esistere, finalmente, senza dover scegliere tra ciò che si è.

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