Per Paolo Virzì il prossimo film è sempre la cosa più appassionante del mondo

Abbiamo incontrato il regista durante Il Borgo delle Idee a Noli, in Liguria. Tra una Coca Zero e una sigaretta, ci ha detto la sua su AI, nostalgia, Millennial, Gen Z, Checco Zalone e, ovviamente, Livorno.

29 Maggio 2026

È tornata l’estate, fa caldissimo, i turisti accorrono in massa a instagrammarsi da noi e l’Italia si prepara a offrire il suo lato migliore: mare, spaghetti allo scoglio, gelato agli agrumi, borghetti pittoreschi. Se n’è avuta dimostrazione lo scorso weekend a Noli, in Liguria, dove Massimo Recalcati e Gabriella Nobile hanno organizzato il festival culturale Il Borgo delle Idee, una serie di incontri con ospiti vip a tema “salvezze”. Una tre giorni di lezioni, discussioni e approfondimenti sulla riviera savonese dove si sono visti, tra l’altro, Carofiglio, Gad Lerner, Recalcati e Paolo Virzì cantare in una villa sulle colline liguri, dopo qualche calice, l’Avvelenata di Guccini in versione live karaoke, Franco Arminio leggere poesie inedite a bordo piscina a mezzanotte e le Converse All Star nuove di pacca di Silvia Salis. Occasione perfetta per incastrare una chiacchierata con Virzì, nessun film in promozione, clima rilassato. Incontriamo il regista livornese, sette David di Donatello, otto Nastri d’argento, un Gran premio della giuria a Venezia, ai tavolini del Bar Splendor di Noli, locale con una meravigliosa estetica anni Cinquanta. Virzì è felice, abbronzato, veste tutto sui toni del blu e si sta chiaramente godendo il weekend. Ordina una Coca Zero con ghiaccio e limone, chiede una sigaretta, si stupisce quando gli rispondiamo sì. «Nooo, hai le sigarette?», si congratula. «Nessuno più fuma ormai».

ⓢ Qualcuno ancora sì, pare che stiano pure tornando di moda. Vabbè. Come stai?
Bene, grazie. Giornate di sole, sono stato al mare e ho fatto anche il bagno, il primo della stagione. L’acqua era gelida, però bella.

ⓢ Ormai il tuo ultimo film, Cinque Secondi, è uscito da un po’ di tempo. Sei felice di come è stato accolto?
Molto, molto. Adesso è in sala in Francia, mi stanno arrivando tantissimi messaggi, recensioni anche da lì. Sono contento perché è un piccolo film, sulla carta anche più doloroso che di intrattenimento. Sono lieto però che abbia avuto pubblico, un sostanzioso interesse, che sia stato venduto in tanti paesi.

ⓢ Ho letto che non riguardi mai i tuoi film, è vero?
Mica solo io, è una cosa che fanno moltissimi miei colleghi. Mi dicono che Orson Welles, se per caso gli capitava di essere in sala durante la proiezione di un suo film, non resisteva alla tentazione di andare in cabina di proiezione e fare dei cambi con la taglierina, di modificare una sequenza che stava per arrivare. Un film ha un processo di creazione che dura un paio d’anni, dal momento in cui viene concepito al momento in cui lo finisci. Tu ci lavori tantissimo al progetto, hai una devozione totale, come un Geppetto che si dedica quotidianamente al suo Pinocchio. Poi, nel momento in cui Pinocchio prende il suo cammino, lo guardi con apprensione da lontano, e lo vedi che o finisce fra carabinieri e lo arrestano, o va a combinare delle marachelle. Ma soprattutto speri che gli vogliano bene, che non gli facciano del male, come un padre trepidante quando accompagna all’inserimento dell’asilo il proprio piccolino. Però mentre lo guardi esibirsi sullo schermo vedi solo le fragilità. Quindi meglio non provare questa emozione e farsi raccontare il film da chi in quel momento è diventato il proprietario, cioè il pubblico. In genere anche ai festival, dove devi essere in sala perché ti chiamano, c’è l’applauso, inizia il film, titoli di testa, prima sequenza, ascolto il volume eventualmente per dire al proiezionista alza o abbassa, poi esco con la scusa di fumare una sigaretta e rientro pochi minuti prima che finisca. Però non sono l’unico eh, ho sentito che quasi tutti i miei colleghi fanno così.

ⓢ Il tema del festival dove ci troviamo è “salvezze”. Pensi che si possa salvare il grande schermo dall’invasione delle serie tv?
Il cinema sta cambiando, è già cambiato e cambierà ancora di più, diventerà un’altra cosa. La sala cinematografica sarà una delle modalità con cui si vedranno i film, quella deluxe, dei film lover, degli appassionati, anche dei privilegiati. Ci sono esempi, per esempio negli Stati Uniti, nelle grandi città, le nuove sale che stanno costruendo sono situazioni dove paghi un biglietto costosissimo e ti offrono un’experience, con divani comodissimi dove ti portano da bere lo champagne. A Parigi ci sono già molte sale così, d’élite. Mi spiace, perché invece io sono cresciuto nelle salette di periferia, di seconda e terza visione, dove si fumava addirittura, sono abbastanza vecchio da ricordarmi la nuvola di fumo in sala, e a volte c’era qualche errore del proiezionista che scambiava il rullo. Quell’atmosfera lì non credo ci sarà più, sostituita da una cosa che da una parte ha avuto un impatto devastante sulla distribuzione cinematografica tradizionale, ovvero ha fatto contrarre tantissimo la visione in sala dei film, ma dall’altra dà l’opportunità agli appassionati di cinema di avere accesso a library sterminate. Considera che io sono cresciuto a Livorno, in una città di provincia, dove non riuscivamo a vedere tanti titoli, addirittura ho dato esami all’università di storia del cinema su film che non ero riuscito a guardare, non c’erano Mubi e Prime. Il film lo leggevi, oppure dovevi avere la fortuna di beccarlo mentre passava in televisione. Questa novità, che rende possibile l’accesso anche nelle province più remote, la vedo anche come un grandissimo vantaggio. E, come autore, ti dico che allunga moltissimo la vita ai film. Io percepisco la Siae due volte all’anno, e vedo che un mio film di trent’anni fa, per esempio Ovosodo, mi continua a portare diritti d’autore. Questa è una cosa che i maestri del passato, pur avendo le sale capillari dappertutto, non ce l’avevano.

ⓢ Che cosa ne pensi delle serie tv?
Non sono un iper fanatico ma ne ho amate molte. No, meglio, ne ho amate alcune. Sai cosa c’è della serialità tv che da una parte mi attrae, e dall’altra mi lascia frustrato? Che non c’è mai l’appagamento, c’è la morte dell’epilogo, cioè non esiste quel meraviglioso senso di conclusione, di senso narrativo, che ti dà una storia che finisce. Le serie devono risvegliarti il desiderio di vedere l’episodio successivo, e quindi ti lasciano sempre inappagato. Da una parte apprezzo la possibilità di poter percorrere orizzontalmente un’opera con una disposizione di risorse, di tempo, di minutaggio, di screen time molto più ampie di un film. Tra l’altro, sto scrivendo una serie per una grossissima casa di produzione.

ⓢ Che scoop! Vuoi anticiparci qualcosa?
Bè, ecco, in realtà non so se sono autorizzato a parlarne («no amore, non puoi», commenta fuori campo la compagna di Virzì, che assiste all’intervista, nda).

ⓢ Ok, ok, cambiamo argomento. Domanda marzulliana: quali sono stati i cinque secondi più importanti della tua vita?
Mmm… ci sono immagini indelebili nella mia testa, tipo la nascita dei miei figli, alle quale ho assistito… dopo il lungo travaglio avviene questo momento magico dove vedi sbucare la creatura. Ma anche quando ho incontrato per la prima volta Susanna (la compagna di Virzì, nda), sono stati cinque secondi sensazionali (lei ride e commenta «non sono la tua casa di produzione, tranquillo», nda).

ⓢ Qual è stata la più grande soddisfazione della tua carriera?
Mi vengono in mente un paio di momenti. Proiettavano il mio primo film alla mostra del cinema di Venezia, nel ’94, La bella vita, l’avevano mandato in sala grande la sera prima ed era andato bene. Il giorno dopo mi chiamò un ufficio stampa e mi disse «vieni a vedere cosa sta succedendo». C’era Leo Benvenuti, mitico sceneggiatore del cinema italiano, che aveva visto il film e aveva sparso la voce fra i suoi colleghi e amici. Siccome la sala era piena, si erano seduti sui gradini dei passaggi, non sulle sedie, perché non c’erano più posti, all’epoca era possibile ancora fare questa cosa. Mario Monicelli, Suso Cecchi d’Amico, quelli che io consideravo i miei maestri, anche Ettore Scola… erano tutti insieme per un convegno, e avevano deciso di andare a vedere questo film di cui avevano sentito parlare. Ma anche quando, dopo aver vinto il gran premio della giuria a Venezia con Ovosodo, a Livorno fecero una festa, un’anteprima cittadina. I cinema erano pieni quindi i portuali di Livorno misero uno schermo sulla piazza del Pamiglione, che è la piazza più grande della città, per proiettare il film anche per le persone che non erano riuscite a entrare nelle sale.

ⓢ Dicono che i livornesi siano parecchio cinici…
Esatto. E venendo da una città che non ti regala mai nulla, non ti dà mai soddisfazione e anche nel momento del trionfo trova la maniera di prenderti per il culo, ecco, quella cosa lì fu particolare, perché quella sera invece Livorno si manifestò con una faccia diversa rispetto a quella aspra e ruvida che in genere indossa. C’era Benigni, aveva accompagnato Nicoletta Braschi, che faceva parte del cast, che salì sul palco e mi corse in braccio, e io lo tenni come lui aveva tenuto Berlinguer. C’era una piazza che si commosse, infatti io dissi «non ci posso credere, non sembrate neanche livornesi». Bel momento.

ⓢ Ieri, alla serata di inaugurazione di questo festival, abbiamo ascoltato una lezione di Recalcati sulla genitorialità. Tu hai una figlia Millennial e due figli Gen Z. Quali sono i principali cambiamenti che hai notato?
Innanzitutto, bisogna avere fiducia nelle nuove generazioni. Detto ciò, io per primo sono cambiato molto, sono stato un padre diverso a 25 anni rispetto a quando lo sono stato a quarantasei e poi a cinquanta. Sono stato un padre forse con tantissimi limiti sul piano della autorevolezza normativa, però magari più divertente. Meno rassicurante, più cazzone. Poi sono diventato più noioso, un padre che fa quell’atto autoritario di cui parlava ieri Recalcati, che sa dire dei no. Sono cambiato, certo, e adesso non ho paura di confliggere.

ⓢ E i giovani, sono così diversi da chi li ha preceduti?
Mah, la vox populi dice che sono più superficiali… Vai a sapere se è una cosa vera o se è un luogo comune. Sicuramente è un mondo che non legge più la carta ma legge cose brevi su uno smartphone. Allo stesso tempo, sento anche una libertà maggiore rispetto a noialtri della generazione che aveva ancora un po’ una venerazione per l’accademia tradizionale, e magari si concedono qualche guizzo che noi non eravamo in grado di concepire proprio perché irretiti, prigionieri, pietrificati da questo enorme patrimonio che ci sentivamo sulle nostre spalle. Loro invece forse sono più liberi.

Che cosa pensi dell’uso dell’AI nei film?
Dipende, se è una maniera per risparmiare fatiche umane benvenuta la tecnologia. A volte me lo auguro, mentre sono sul set, disperato, e piove, mi dico “cazzo, magari ci fosse una roba tecnologica che me la toglie ‘sta pioggia”. Quindi, insomma, può essere una grande risorsa. Se invece sostituisce l’intelligenza e il senso no, io non credo che possa rubare il mestiere dell’autore. Può aiutare il lavoro dello scenografo, del direttore della fotografia, quello sì.

ⓢ Qual è il tuo preferito fra i tuoi film?
Ah no, non si dice mai, i figli sono tutti piezz’ ‘e core. O meglio, fammi rispondere così: quello che farò.

ⓢ È vero che anche tua figlia, come i ragazzi di Cinque secondi, occupa edifici abbandonati con motivazioni politiche?
Sì, Ottavia è stata una militante ambientalista molto radicale, ma non solo, ha fatto anche certe esperienze personali in Abruzzo, ha recuperato un vecchio casale in montagna, sono andato a trovarla una volta, con la neve, senza l’acqua corrente. Il mio primo pensiero, confesso, è stato: “Ma voi come cazzo fate…?”.

ⓢ Ho letto che hai fatto lo sceneggiatore di Tolo Tolo, film di Checco Zalone. Com’è andata?
A me lui fa molto ridere, ma proprio tanto. L’avevo conosciuto una volta incrociandolo in aeroporto e ci eravamo scambiati i numeri, ci sentivamo, lui mi telefonava subito dopo aver visto i miei film. Una volta lo chiamai e gli chiesi “che stai combinando, che stai facendo”, e lui “sono bloccato Paolo”, mi dice, “non c’ho un’idea”. Erano già passati cinque anni da quando aveva fatto Quo Vado, il suo super record di incassi. Gli dissi “ma dai, senti un po’, ti racconto una storia: c’è uno in un paesetto del cazzo in Puglia, dimmi te il nome…”, e lui “Spinazzola!”. “Ecco, a Spinazzola c’è un tizio che è fallito, è scappato dai debitori, è finito in un resort di lusso in Africa dove a un certo punto però arrivano le milizie islamiche a devastare tutto. Lui viene ritenuto morto, in Italia festeggiano, non sa come tornare indietro e si aggrega a una carovana di migranti”. Checco mi fa “ domani hai impegni?”, e io “vengo a trovarti in ufficio”, e così abbiamo cominciato a parlarne. Abbiamo ideato la storia insieme, mi sono divertito come un pazzo. All’inizio mi chiedeva di fare il regista del film, la stavamo valutando questa ipotesi, ma lui arrivava ogni giorno con canzoncine, idee, gag, è una persona enormemente creativa, era proprio un suo film. E alla fine l’ha girato lui, come era giusto.

ⓢ Ultima domanda, poi ti lascio alle attività balneari. Abbiamo appena sentito parlare Silvia Salis. Che ne pensi? Ti piace?
Moltissimo, ha una grande pacatezza, una grande intensità, una grande autenticità, non è per nulla quella cosa che dicono i detrattori, “costruita”, mi sembra proprio che esprima la fierezza di una persona che è nata nei quartieri popolari e che percepisce, che ha una forte empatia. Ha il fair play degli sportivi, degli atleti. Sa ragionare in un modo che non è aggressivo. Mi sembra una straordinaria risorsa per l’Italia e quindi speriamo non ce la sciupino, e che non venga consumata dalle dinamiche cannibalistiche tipiche della politica.

di Studio
5 secondi, Paolo Virzì sta sempre e comunque dalla parte dei giovani

Il nuovo film del regista arriva nelle sale il 30 ottobre e contiene una umile ma convincente proposta: lasciamo fare ai ragazzi e alle ragazze.