Tutte le popstar dovrebbero prendere lezioni di rebranding da Olivia Rodrigo

Il video diretto da Petra Collins, i riferimenti a Le vergini suicide, il rosa e le chitarre, fino al festival Daisy Chain Fields, in cui la cantautrice ha messo in scena, su scala gigantesca, ciò che fino a quel momento era rimasto confinato nelle camerette del suo immaginario.

01 Settembre 2026

Babydoll blu polvere Chloé Pre-Fall 2026, calzettoni bianchi pointelle e walkman fucsia, Olivia Rodrigo, perfetta coquette, svolazza per i corridoi di Versailles. Era aprile e, nel videoclip di “drop dead”, che anticipava il suo terzo album in studio, Rodrigo sembrava perfettamente a suo agio dentro uno degli archetipi più longevi della cultura pop al femminile: una ragazza e la sua cameretta (della polemica sul suo babydoll scatenata dal video avevamo già scritto qui). Quattro mesi dopo, quella stanza è già troppo piccola. Sabato 29 agosto, il Great Park di Irvine, in California, ha ospitato la prima edizione del Daisy Chain Fields Festival, ideato da Olivia Rodrigo. Con una lineup d’eccezione ed esclusivamente femminile, Daisy Chain Fields mette in dialogo diverse generazioni di donne nella musica: dal pop contemporaneo al riot grrrl degli anni ‘90, fino alla leggenda, qui nelle vesti di tulle rose di Stevie Nicks. Una genealogia musicale assemblata dal vivo, con un precedente dichiarato nel Lilith Fair e madre putativa in Sarah McLachlan, coinvolta da Rodrigo sul palco anche in un commovente duetto dedicato a Dolly Parton. A rendere ancora più esplicito questo gioco di filiazioni e passaggi di testimone arriva a, sorpresa, anche Alanis Morissette, che in duetto con Rodrigo sulle note di “Ironic”, contribuisce a saldare la generazione di Olivia a quella delle donne che, trent’anni prima, hanno lavorato a rinegoziare lo spazio concesso e le condizioni accordate alle artiste nello scenario pop e rock.

A questa genealogia musicale, Daisy Chain Fields affianca l’intento filantropico di supporto a organizzazioni impegnate nella difesa e rivendicazione dei diritti e del benessere di donne e ragazze, in America e nel mondo. Tutte le artiste coinvolte si sono esibite gratuitamente e i proventi del festival, 10 milioni di dollari, sono presto diventati 20 grazie al matching di Melinda French Gates. Da questa prospettiva, l’estetica costruita da Rodrigo intorno al suo terzo album, you seem pretty sad for a girl so in love, sembra sempre meno il semplice rebranding che accompagna l’uscita del disco e sempre più il primo atto di qualcosa di più grande. Per capire Daisy Chain Fields bisogna tornare proprio a Olivia Rodrigo nella camera da letto di Maria Antonietta a Versailles.

I fan più attenti, ormai allenati a scovare e interpretare Easter eggs, asset fondamentale del teasing dei progetti pop delle star con fanbase inclini alla cospirazione (le e gli Swifties, tra tutti), avevano notato già nei primi mesi del 2026 una certa insistenza di Rodrigo sul rosa. Dalla sciarpa piumata fucsia sfoggiata per il ventitreesimo compleanno al custom Saint Laurent rosa cipria dei Vanity Fair Oscar Party, gli indizi erano bastati perché online si cominciasse a parlare dell’ingresso ufficiale della cantante nella sua Pink Era. Nel frattempo anche il sito cambiava colore: il viola che aveva accompagnato Sour e Guts lasciava spazio al rosa e la homepage diventava una camera da letto stilizzata, disseminata di oggetti, biancheria, walkman, album e t-shirt, molti dei quali cliccabili e acquistabili sullo store del merchandise ufficiale. Ad aprile Rodrigo faceva poi tabula rasa su Instagram e ripopolava il grid con video di lucchetti rosa e versi dei nuovi brani in un sans serif geometrico dall’allure Y2K.

Lo zampino di Petra Collins (e Sofia Coppola)

Il 17 aprile sono arrivati “drop dead” e il relativo videoclip. Rodrigo compare dapprima in un club vestita da Jane Birkin, poi corre, canta e civetta dentro e fuori la reggia di Versailles, imbraccia una Fender fucsia mentre si porta dietro un walkman rosa con le cuffie. A dirigere il video è Petra Collins, già regista di Rodrigo per “bad idea right?”, che colloca la cantante dentro un immaginario cinematografico estremamente specifico. È ben nota la capacità di Collins di costruire estetiche e mondi in bilico tra il sogno e l’inquietudine, la cameretta vintage di ragazza, lo sguardo nostalgico agli anni ’90 e 2000, i lustrini e il sospetto di innocenza violata.

Se in “drop dead” molti hanno immediatamente riconosciuto strizzate d’occhio alla Marie Antoinette di Sofia Coppola, il dialogo tra Rodrigo, Collins e Coppola sembra in realtà cominciare ancora prima di Versailles. Prima ancora dell’uscita di drop dead, i fan si erano confrontati tra thread Reddit, TikTok e commenti sui social, sulla presenza, nel materiale legato al nuovo disco, di riferimenti estetici e presumibilmente tematici, a Il giardino delle vergini suicide.  La cover di you seem pretty sad for a girl so in love ritrae Rodrigo a testa in giù su un’altalena, con un abito rosa e degli slip bianchi sui quali è ricamata la parola “love”. Un dettaglio che a molti ha ricordato il nome di Trip ricamato sulle mutandine di Lux Lisbon (Kirsten Dunst nel film di Coppola del 1999). In un’altra fotografia Rodrigo è sdraiata su un prato, in una posa che ricorda Lux al risveglio dopo la notte trascorsa con Trip sul campo da football. Nel film entrambi gli elementi appartengono a quel territorio ambiguo nel quale desiderio, abbandono e passaggio all’età adulta si contaminano l’un l’altro.

Più immediati, naturalmente, sono i riferimenti a Marie Antoinette del 2006, a partire dall’ambientazione principale del video. Come Coppola, anche Collins dissemina il proprio Settecento di anacronismi. Tra gli oggetti utilizzati da Rodrigo compaiono un walkman e un computer Apple e l’effetto rimanda inevitabilmente all’ormai iconica fotografia dal backstage di Marie Antoinette nella quale Kirsten Dunst, in costume, guarda dentro un MacBook. Ma dove lo sguardo di Coppola rimane narrativo e cinematografico, quello di Collins è più diaristico, intimo, quasi voyeuristico e si fa particolarmente invadente in “drop dead (stalked you on the internet)”: Olivia è ancora a Versailles, ancora in babydoll, ma questa volta la osserviamo dentro lo schermo di un computer, come se fossimo entrati in una videochiamata privata. Ed è qui che la stanza comincia a diventare importante.

Camere regali e camerette virtuali

In “drop dead” Rodrigo racconta un primo appuntamento perfetto (probabilmente con Louis Partridge) e scorrazza in babydoll per le stanze e i corridoi di una residenza reale voluta proprio da un “Louis”: Luigi XIV. Il videoclip comincia in un club vintage. Rodrigo porta un miniabito bianco d’archivio di Simone Baron, indossato da Jane Birkin in Catherine et Cie nel 1975. Lui, il ragazzo che incontra davanti a una birra e poi in coda per il bagno, sembra, neanche a dirlo, “an angel on the walls of Versailles”. È soltanto quando ci racconta di un momento di noia a letto in cui ha stalkerato il ragazzo online, che Rodrigo viene ripresa in babydoll, calzettoni e cuffiette del walkman, su un letto nella Antichambre de Grand Couverts, appartamento della Regina, camera da letto di Maria Antonietta.

Sull’importanza delle camere da letto nella definizione dell’identità personale delle ragazze si è ampiamente e da decenni, espressa la Bedroom Culture (come recentemente ha dimostrato anche la mostra GIRLS. On Boredom Rebellion and Being In-Between che si è tenuta l’anno scorso al Momu di Antwerp, in cui la cameretta aveva un ruolo principale). La stanza di Maria Antonietta diventa, in un cortocircuito temporale, quella in cui Olivia Rodrigo ritorna dopo il primo appuntamento e cerca informazioni online sul ragazzo appena conosciuto. Anche il rebranding del sito ufficiale, dicevamo, atterra su una cameretta virtuale, con una serie di oggetti cliccabili e acquistabili, ma una schiera altrettanto nutrita di soprammobili rococò, fiori e cartoline di Parigi, che hanno le stesse e sole funzioni che avrebbero nella stanza di una ragazza nella vita reale: espressione e conoscenza di sé. In un’operazione brillantemente contemporanea quella stanza si fa allo stesso tempo, rifugio e vetrina, diario e shop.

A Field of Our Own

Quattro mesi dopo Versailles, Olivia Rodrigo è uscita dalla stanza. Daisy Chain Fields sembra quasi mettere in scena, su scala gigantesca, ciò che fino a quel momento era rimasto confinato nelle camere da letto del suo immaginario: musica ascoltata, vestiti indossati, idoli venerati, appartenenza culturale desiderata. Ma adesso non è più sola: se sullo schermo, apparteneva a Sofia Coppola, Jane Birkin e Petra Collins, l’immaginario attraverso cui Olivia Rodrigo intendeva costruire e affermare la propria identità di ragazza, sul palco sono Sarah McLachlan, Stevie Nicks, Alanis Morissette, Bikini Kill, The Breeders, Garbage, Santigold, Mitski, Chappell Roan e Doechii, le donne a cui la cantante si accompagna e affilia nella vita reale.

Non si tratta più soltanto di collocarsi dentro una tradizione, ma di costruirne una: i riferimenti e le citazioni di Olivia Rodrigo, fino a questo momento principalmente estetici, a Daisy Chain Fields prendono corpo e salgono sul palco. Persino l’estetica della girlhood, a quel punto, smette di appartenere esclusivamente a Rodrigo. Fiocchi, babydoll, anfibi e gli altri codici visivi che avevano definito la sua nuova era sono stati rapidamente assorbiti e già indossati dalle partecipanti al festival. Ed è qui che il coming of age di Olivia Rodrigo trova il suo punto d’arrivo più interessante. Crescere non coincide con l’abbandono dei simboli dell’adolescenza e non significa necessariamente smettere di vestirsi di rosa, sciogliere i fiocchi, uscire dalla cameretta. Rodrigo cambia invece la funzione di quelle cose e trasforma i codici attraverso cui aveva costruito la propria identità individuale in segni di riconoscimento collettivo. Lo stesso movimento porta dalla camera da letto di drop dead al Daisy Chain Fields: dal privato al pubblico, dall’autorappresentazione all’appartenenza, dalla costruzione di un immaginario attraverso le donne guardate e ascoltate alla creazione e all’apertura di uno spazio per altre donne. Virginia Woolf chiedeva una stanza tutta per sé. Olivia Rodrigo, dopo averla arredata, fotografata, trasformata in videoclip e resa acquistabile pezzo per pezzo sul proprio sito, apre la porta. Fuori ci sono migliaia di ragazze.

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