Il ritorno della Napoleon Jacket non è l’ennesimo trend nostalgico ma un altro, preoccupante messaggio politico

In molti l'hanno riscoperta dopo averla vista addosso al nuovo Presidente ungherese, Péter Magyar. Ma questo capo ha una storia antica, che parte dalle campagne napoleoniche, passa per l'indie sleaze e arriva fino a oggi, ai simboli del nuovo nazionalismo.

14 Aprile 2026

Circa un mese prima della sua schiacciante vittoria come neopresidente dell’Ungheria, dopo sedici anni di governi guidati da Viktor Orbán, Péter Magyar, che ieri proclamava di aver liberato il Paese, si presentava in Piazza degli Eroi a Budapest indossando una giacca tradizionale bocskai e una coccarda nazionale. Un capo legato alla nobiltà ungherese tra gli anni Venti e Trenta, che porta con sé associazioni militari e sfumature di appartenenza nazionalista, in linea con i tratti del nuovo corso politico. L’ennesima immagine che negli ultimi mesi, più che sorprendere, conferma quanto il potere continui a parlare attraverso codici estremamente riconoscibili.

Davanti a quelle foto, i cassetti della mia memoria mi hanno riportata a qualcosa di apparentemente lontano, impresso nella mente di chi ha vissuto l’indie sleaze o lo ha assorbito per osmosi: Kate Moss e Pete Doherty canticchiano “K.P. Nuts” alla chitarra, a casa della lei, indossando le uniformi scarlatte delle guardie britanniche mentre si prendono in giro da soli parlando della loro relazione disfunzionale. Giocano con la retorica patriottica, la svuotano. Kate marcia per la stanza sventolando la Union Jack e urlando a Pete “Rot in jail”. Quel velo di sovranismo, lì, è innocuo, scanzonato, performativo e proprio per questo è diventato agli occhi dei fan uno dei momenti più teneri della loro storia d’amore.

Da Napoleone a Pete Doherty e Kate Moss

Tuttavia è proprio in quella distanza, in quella possibilità di trattare il simbolo come un travestimento, che qualcosa inizia a incrinarsi. Giacche simili a quelle di chi difende il proprio sovrano continuano a voler tornare ciclicamente anche nei nostri armadi, spinte da una fascinazione mai del tutto esaurita per l’immaginario monarchico e imperiale, che attraversa tanto la storia della moda quanto quella della musica. Tra queste, la cosiddetta “Napoleon Jacket” resta una delle più persistenti: un’uniforme da parata e da battaglia indossata dagli ufficiali e dai soldati delle armate di Napoleone Bonaparte, talmente affascinante che anche Napoleone ne volle una. Silhouette asciutta che donava forza e compostezza e file multiple di bottoni dorati, spesso inseriti a doppiopetto, che non erano semplici dettagli decorativi ma indicatori precisi di grado e appartenenza. Il suo come back in passerella è stato dichiarato in tutte le salse negli ultimi mesi, ma cosa dice di noi questa ricomparsa sulle scene dell’opulenza napoleonica fatta giacca, e cosa rende oggi così desiderabile un capo nato per ordinare, distinguere, gerarchizzare?

La passione per l’idea di una moda dal gusto militare è ricorrente (leggins camouflage nel 2013) ma mai casuale. Nel tempo, quella stessa giacca è stata risignificata passando nelle mani di numerosi direttori creativi, tra cui Christophe Decarnin per Balmain, ovviamente Slimane, fino a Jonathan Anderson da Dior. Ma, ancora prima, quel velo di autorità imperiale per elevare i look a una rinnovata eleganza è stato ripreso da figure come Michael Jackson, Jimi Hendrix e Freddy Mercury, e ancor prima dai Beatles. Allo stesso tempo donava più carisma alle performance musicali di band post punk e indie rock, diventando appannaggio dei leader di una certa scena musicale, come My Chemical Romance e Strokes. In questo slittamento si inserisce una prima forma di ribellione, che passa attraverso il ribaltamento dei codici. È un meccanismo non troppo distante da quello che attraversava il punk alle sue origini, quando l’uso di simboli estremi, svastiche incluse, nasceva come gesto di rottura, un cortocircuito visivo per scioccare e  disturbare le generazioni precedenti, rifiutandone i valori dominanti del perbenismo ipocrita. La violenza di quel linguaggio funzionava perché il bersaglio era altrettanto preciso.

Non fa ridere, non più

Oggi, quel tipo di cortocircuito sembra essersi progressivamente esaurito. Il caso di Enfants Riches Déprimés si inserisce esattamente in questa zona di slittamento. Il brand di Henri Alexander Levy costruisce un manifesto elitario fatto di medagliette, divise grigie, aquile, flirtando con l’immaginario nazista e capitalizzando sul passato. Tra atmosfere da Salon Kitty e una ribellione che sembra più dichiarata che effettiva, ERD continua a provocare ma lo shock, tematizzato in un certo senso, non produce più effetti leggibili. Il legame dichiarato con una certa scena punk, rilanciato anche attraverso progetti come l’Antipublic Library, finisce per accentuare questa ambiguità: se in origine quei codici servivano a rompere, oggi sembrano sospesi e fraintendibili. Levy, appartenente a una famiglia ebraica, sceglie di riempire il vuoto culturale della gioventù privilegiata con magliette con baby soldati e croci di ferro. Un’esposizione disturbante, un rifiuto al lusso e al nichilismo non privo di contraddizioni.

Non sorprende allora che a inizio aprile il negozio parigino del brand sia stato vandalizzato, con scritte e vernice rossa sulla porta e una frase affissa sul muro di fronte (“shopping per stupratori e fascisti”) che restituisce una reazione tanto immediata in riferimento all’ultimo show, quanto incapace di sciogliere davvero il nodo. Contraccolpo reale o parte del gioco, poco cambia. La risposta esiste, ma non chiarisce. Ne amplifica solo l’ambiguità. In un contesto geopolitico segnato da conflitti sempre più visibili e da un ritorno esplicito di retoriche nazionaliste, quel tipo di immaginario forse non appare più sovversivo. L’uso di certi simboli, che in altri momenti storici poteva essere contestualizzato (a Vivienne Westwood le svastiche erano concesse), oggi non rompe nulla. Al contrario, rischia di allinearsi a ciò che pretende di criticare risultando fuorviante, quando non direttamente problematico. Consumiamo immagini di guerra in tempo reale e, parallelamente, ne indossiamo i codici, come se tra le due cose non esistesse più una reale distanza.

Nel frattempo, siamo diventati estremamente abili nel leggere politicamente i vestiti degli altri. Post referendum in Italia si è parlato molto di “abiti di destra” e “abiti di sinistra”, complici svariati video comparsi nelle settimane antecedenti in cui i creator lasciavano intendere che, nonostante il voto fosse segreto, il loro outfit parlava altrettanto chiaro. Ne abbiamo discusso già ampliamente, quando si tratta di figure pubbliche, ogni dettaglio viene analizzato come una dichiarazione implicita, mai casuale. Questa capacità di decodifica, però, sembra interrompersi nel momento in cui quei codici vengono adottati da noi stessi: siamo perfettamente in grado di riconoscerne il significato, ma tendiamo ad assolverci nel momento in cui li indossiamo.

Un simbolo svuotato e ambiguo

Se, come sostiene Pierre Bourdieu, gusto, cultura e potere non sono mai fatti individuali, allora anche questa ambiguità non può essere considerata neutrale. La Napoleon Jacket oggi è un simbolo svuotato che continuiamo a indossare proprio perché è diventato ambiguo, non nonostante il suo significato ma grazie alla sua progressiva confusione. Il problema è che questa ambiguità non coincide con una reale libertà di interpretazione, quanto piuttosto con una forma di deresponsabilizzazione. La divisa della gioventù maledetta vuole spogliarsi di tutti i suoi connotati storici ma continua a creare resistenza.

Soprattutto se quei ragazzi sono ricchi e un po’ annoiati, proprio come lo erano Kate Moss e Pete Doherty. Oggi vestirsi da ussari non è ironico, è il segno che non siamo più in grado di distinguere tra estetica del potere e adesione velata al potere. Già nel 1975, in Fascinating Fascism, Susan Sontag osservava come l’estetica fascista producesse una seduzione visiva capace di trasformare disciplina e potere in oggetti di desiderio, fino a entrare stabilmente nel repertorio della cultura di massa, e come lo scandalo, nel momento in cui si ripete, finisca inevitabilmente per produrre assuefazione. Per la scrittrice statunitense, certe dittature, se non vissute, avevano un che di esotico. I simboli, in questo senso, non diventano mai davvero reversibili: cambiano soltanto i contesti in cui fingiamo che lo siano. Continuiamo a indossare uniformi che non ci appartengono, sperando che restino costumi; il problema è che, a furia di indossarle, smettono di esserlo.

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