Ai milanesi mancava soltanto la fissazione per la scuola privata

Scuole internazionali, alla tedesca, alla svizzera, all'americana. Il "collegio" è sempre esistito nell'immaginario della borghesia cittadina. Ma negli ultimi anni ha cambiato completamente significato.

22 Settembre 2026

Via Fratelli Ruffini è una strada corta e piuttosto bella. Sta in centro, a Milano, e parte quasi da Santa Maria delle Grazie, passa accanto al Cenacolo e arriva verso piazza Giovine Italia. È uno dei pezzi più old money della città, aristocrazia, grande borghesia, portoni enormi, marciapiedi puliti, corso Magenta a pochi metri, Conciliazione dietro l’angolo.

In via Ruffini ci sono anche un asilo e una scuola elementare pubblica. La scuola si chiama Ruffini, senza grandi sforzi di fantasia, è lì da più di un secolo e in questi giorni è finita al centro del dibattito pubblico perché è rimasta con una sola prima e una madre ha scritto al Corriere per chiedersi cosa stesse succedendo. La questione ha rimbalzato sui social e si è trasformata rapidamente in una piccola discussione sulla Milano contemporanea, sul centro che si svuota, le case che costano troppo, la denatalità, Area C, le famiglie espulse dalla città, i turisti che prendono il posto dei residenti, eccetera eccetera. Solo che, a giudicare da quello che si vede uscendo dalla Ruffini e passeggiando per qualche centinaio di metri, i bambini non sembrano affatto scomparsi. Sono semplicemente finiti da un’altra parte. Nelle scuole private, nelle internazionali, alla tedesca, alla svizzera, all’americana e in tutti quei posti dove una famiglia che può permetterselo compra, insieme all’istruzione, anche una certa idea dell’ambiente in cui vuol far crescere i propri figli.

Negli stessi giorni in cui a Milano ci si chiedeva dove fossero finiti i bambini della Ruffini, in Inghilterra William e Kate accompagnavano il principe George al suo primo giorno a Eton. Pioveva, come nelle fotografie inglesi piove quasi sempre, e i tre camminavano sotto grandi ombrelli neri davanti alla scuola frequentata da William, da suo fratello Harry e prima di loro da una parte consistente dell’aristocrazia e della classe dirigente britannica, perché in fondo è questa una delle caratteristiche principali delle scuole private: non vengono scelte necessariamente perché considerate migliori ma semplicemente perché sono il posto dove sono già andati quelli come te.

A school for life, oh yes

Questo è un meccanismo che conosco piuttosto bene, perché da ragazzo sono stato spedito in collegio esattamente per questo motivo. “C’è già stato tuo fratello”, mi disse quel pomeriggio di agosto mio padre al telefono quando mi comunicò che sarei dovuto partire per la Svizzera. Non ricordo di aver trovato l’argomento particolarmente convincente, ma evidentemente non era previsto che lo fosse. Mi scaricarono a Rolle, sulle rive del lago di Ginevra, una mattina di metà settembre che aveva il cielo troppo azzurro per essere vero. Sulle brochure, stampate su carta lucida, c’era scritto lo slogan: “A school for life, oh yes”.

A me sembrava un incubo. Il conto annuale era astronomico: centottomila franchi svizzeri pagati dal fondo fiduciario, depositato al Credit Suisse di Zurigo, che mi aveva lasciato mia madre. Dal primo momento in cui superai il grosso cancello di ferro battuto e misi i piedi sul viale di ghiaia diretto verso il dormitorio junior pensai ad un modo per andarmene il più in fretta possibile. Dalla finestra della mia stanza, una finta stanza ospedaliera, militare, con un letto ricoperto da lenzuola bianche, un armadio e uno scrittoio, vedevo il piccolo porticciolo sul lago con le barche a vela allineate una in fila all’altra come soldatini. Le Rosey, o “la scuola dei re”, come la chiamavano, era un mondo chiuso costruito per principi e diplomatici. Anche se i miei compagni di sventura più di sovente erano figli di oligarchi, di generali, di mercanti d’armi, di petrolieri, di finanzieri apolidi. Io resistetti solo tre mesi. Non ricordo granché del periodo trascorso a Le Rosey ma non posso dimenticare un pomeriggio durante le vacanze di Natale quando, con ancora la divisa del collegio addosso, seduto con mia nonna nel giardino della casa di Rapallo, davanti alla piscina vuota, piangendo, la imploravo di non farmi tornare.

Molti anni dopo ho letto A Very Private School, il memoir di Charles Spencer, fratello minore di Lady Diana, e alcune cose mi sono sembrate stranamente familiari. Spencer venne mandato a otto anni a Maidwell Hall, un collegio preparatorio nel Northamptonshire, dove rimase dal 1972 fino ai tredici anni. Nel libro racconta pestaggi, umiliazioni e abusi sessuali subiti da lui e altri bambini, ricostruiti anche attraverso lettere e diari dei suoi ex compagni. Non c’è naturalmente nessun paragone possibile tra quello che Spencer racconta e la mia breve esperienza a Le Rosey, quello che mi colpì fu un altra cosa, ovverosia la descrizione di un mondo in cui mandare un bambino di otto anni lontano da casa non veniva considerato particolarmente strano. Le sue sorelle, Diana compresa, erano già state in collegio e l’idea di poter deviare quel percorso era come se comportasse un rischio maggiore che seguirlo. Spencer successivamente è diventato molto critico verso quel tipo di cultura, ha detto che «quando il sistema collegio va davvero male», può lasciare danni profondi e che una certa parte della classe dirigente britannica è cresciuta dentro istituzioni costruite sulla separazione precoce dei bambini dalle famiglie. La cosa interessante, almeno per me, è che il sistema abbia continuato per così tanto tempo a esercitare il suo fascino su persone che lo conoscevano perfettamente, anche solo per il motivo che lì dentro ci erano già state.

Paghi un’istruzione, ottieni un mondo

Perché in fondo una scuola privata molto esclusiva non promette soltanto di educare un figlio, promette soprattutto di collocarlo da qualche parte. Le scuole private che frequentai qualche anno dopo a Milano invece facevano una promessa molto diversa. Non servivano tanto a collocarti da qualche parte quanto a evitare che precipitassi troppo in basso. Ci arrivai dopo che il mio rapporto con la scuola pubblica era diventato, diciamo, complicato. A Milano esisteva allora, e forse esiste ancora, una piccola costellazione di licei privati che tutti conoscevano e di cui nessuno parlava particolarmente volentieri. Non erano il San Carlo o il Leone XIII, non promettevano Oxford, nn avevano campus spettacolari né brochure patinate con ragazzi sorridenti di tutte le razze. Erano posti dove finivano soprattutto figli di famiglie benestanti che erano stati bocciati, espulsi, sospesi o semplicemente avevano smesso da tempo qualsiasi interesse per quello che succedeva in classe. Dei riformatori di lusso per disadattati.

Io ne frequentai diversi e ricordo classi popolate da ragazzi che arrivavano da famiglie molto diverse tra loro ma che avevano in comune la possibilità di permettersi di fallire. O più precisamente potevano permettersi che il fallimento scolastico non diventasse definitivo. Se una scuola ti bocciava ce n’era un’altra. Se perdevi un anno qualcuno trovava il modo di fartelo recuperare. Se eri stato cacciato, da qualche parte c’era sempre un preside disposto ad ascoltare la versione dei tuoi genitori. Bastava pagare. Era una forma di privilegio molto meno elegante di quella che avevo visto a Rolle e proprio per questo tremendamente più interessante. A Le Rosey il denaro serviva a costruire un percorso eccezionale, a Milano, in quei particolari istituti, serviva soprattutto a rimettere in carreggiata un percorso che era già deragliato. Per molto tempo ho pensato che fossero due fenomeni opposti, adesso non ne sono più così sicuro.

Ed è qui che si ritorna alla Ruffini, perché a ben vedere non c’è niente di nuovo né di più cool nel fatto che le famiglie ricche scelgano le scuole private per i propri figli, quello che è cambiato è sostanzialmente il modo in cui questa scelta viene raccontata. Nessuno oggi direbbe di voler mandare un figlio in una scuola perché possa crescere insieme ai figli della propria classe sociale. Oggi si parla di bilinguismo, multiculturalismo, internazionalità, parole tutte perfettamente sensate dietro le quali sopravvive comunque il desiderio antico di poter scegliere chi siederà nel banco accanto a tuo figlio, quali famiglie frequenterà, cosa gli sembrerà normale e quale idea del proprio futuro comincerà ad avere. Forse è questa la cosa interessante della Ruffini, non che la borghesia milanese abbia improvvisamente scoperto il fascino della scuola privata ma piuttosto che una scelta un tempo aveva ancora un qualcosa  di eccezionale, di aristocratico o persino di riparatorio sia diventata per una parte di famiglie sempre più ampia che possono permettersela quasi una prosecuzione naturale di un certo modo di vivere. La scuola internazionale non viene più percepita come una fuga dalla città, ma come una delle sue possibilità più ovvie.  La promessa in fondo è rimasta la stessa, è cambiato solo il modo di formularla e mentre la si chiama internazionalità, futuro o apertura al mondo in via Ruffini è rimasta una sola prima.

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