Questa fashion week di Milano è stata un invito alle donne a lasciarsi andare

Tra debutti e seconde prove, Milano prova a immaginare un mondo nel quale le donne si sono liberate delle aspettative social(i) sui loro corpi, e si vestono per piacere solo a sé stesse.

04 Marzo 2026

E se, per una volta, provassimo a lasciarci andare?

Non si tratta solo di una postilla scritta in piccolo sul fondo della locandina di “Cime tempestose” – “Come undone”, nell’originale inglese – ma anche di una riflessione, forse inaspettata e controintuitiva, tra le più interessanti proposte dalla fashion week milanese appena conclusasi, relativa alle collezioni autunno/inverno 2026.

Una riflessione che sembra ancora più interessante, alla luce di quello che purtroppo, dall’altra parte del cielo, stanno sperimentando gli uomini: sottoposti all’occhio deformante dei social, e alle aspettative sociali, la pressione sul loro corpo non è mai stata così forte e visibile come ora. Una via crucis estetica, fatta della ricerca delle proporzioni perfette – quelle che deve avere il viso, quella delle spalle, calcolata attraverso la distanza biacromiale (chiedere a Clavicular, nuovo nume di riferimento nelle nicchie di incel e maschi semplici convertiti al looksmaxxing) che tenta di rendere logica, matematica, la qualità meno logica e matematica dell’essere umano: il suo fascino e il potere attrattivo sull’altro sesso. Una ricetta di certo complessa, non avulsa dalle proporzioni, ma che difficilmente si ottiene “cesellandosi” il viso con un martello (bonesmashing) o attraverso improbabili esercizi di “rieducazione posturale linguale” privi di una valenza scientifica riconosciuta ma con l’ambizione di ridisegnare la mascella (il mewing, la cui onomastica è dovuta all’ortodontista britannico John Mew, scomparso lo scorso anno). Le donne di ogni latitudine, che quella via crucis la percorrono da qualche secolo, che hanno creduto agli scioglipancia di Wanna Marchi, che si sono strette nei corsetti incrinandosi le ossa, o che si sono fasciate i piedi, rompendoli, per impedir loro di crescere (come succedeva in Cina fino all’inizio del XX secolo) ci sono già passate. E probabilmente, potrebbe essere il momento, semplicemente, di decidere di fregarsene, e concepire la sensualità e la bellezza – con il guardaroba correlato – non tanto come categorie fisse, quanto come scelte personali, ribelli perché libere dai condizionamenti sociali.

Una, nessuna e centomila

Da Prada va in scena un «elogio delle pluralità intrinseche, una riflessione sulla realtà sfaccettata delle donne e sulla complessità della vita». Attraverso un cast risicato di 15 donne – composto da quelle che sono da anni le modelle di riferimento di Miuccia Prada, da Julia Nobis  ad Amanda Murphy, passando per Bella Hadid e Lina Zhang – il brand mette in scena la quotidianità della vita, con look che perdono uno strato ad ogni uscita, in una celebrazione della praticità, che ha il pregio di semplificare la vita, senza ridurla a banalità. Gli abiti di raso ricamati, divenuti negli anni cifra identitaria del brand milanese, si indossano sopra capispalla dall’attitudine sportiva, ma con colli leopardati; le lavorazioni preziose hanno volutamente un aspetto invecchiato, con i cappotti da cui pendono fili di perline, a suggerire l’usura di capi amati e indossati per ben più di una stagione (così come specularmente era successo nella sfilata maschile di un mese fa); le scarpe e gli stivali sembrano usciti dal set fiabesco di “Cime tempestose”, ricoperti di piume e allacciati fino al ginocchio; sotto i tweed consumati fino all’osso, si mostrano fantasie variegate, dalle statue greche alle porcellane, passando per i motivi floreali. In fondo il privilegio della moda è quello di aiutarci a raccontare chi siamo, senza che vi sia bisogno di parlare, e questo show è capace di raccontare le moltitudini contenute all’interno di ogni singola identità, celebrandone l’unicità. Il saluto entusiasta del pubblico all’uscita di Miuccia Prada e Raf Simons è sembrato confermare la condivisione di  quell’idea, ma soprattutto l’apprezzamento per la sua elaborazione.

Concepire il corpo come uno spazio da abitare, e cercare di esercitare il proprio libero arbitrio nel farlo, è anche la missione che si è posto Simone Bellotti nel suo secondo capitolo di Jil Sander. Dopo aver omaggiato la fondatrice del brand con un debutto rigoroso, come lo sono le fondamenta del brand tedesco, Bellotti si è chiesto, come recita il comunicato stampa, «se (anche) il lasciarsi andare possa trasmettere sobrietà». Figlio di un tappezziere, a suo agio con la materia, Bellotti è sembrato interrogarsi sulla possibilità per Jil Sander, intesa come casa della purezza e del rigore minimalista, di beneficiare da un rinnovo, da uno spostamento di mobili, da una sostituzione delle decorazioni, mantenendo intatto il Dna. La risposta, a giudicare dal risultato, sembra essere positiva. In questa sfilata c’è ancora tutto ciò che ha caratterizzato Jil Sander negli anni (lo studio della silhouette in primis) ma arricchito da un anticonformismo che ha lo stesso tempo la qualità dell’innocenza infantile e della misura, e che poi è la peculiarità che rende Simone Bellotti uno dei designer più interessanti della sua generazione. Le gonne al ginocchio e i vestiti da giorno a maniche lunghe si aprono con dei tagli sui fianchi; gli abiti con collo a barca sembrano sull’orlo di scivolare dal corpo di chi li indossa, lasciandosi andare allo svelamento, e invece mantengono la loro rigorosa compostezza; i vestiti in pelle hanno sensuali abbottonature ondivaghe, capaci di intagliare nel tessuto curve, e incrinarne l’apparente severità, tramutandola in una sensualità più morbida (non per questo meno pericolosa).

All’incrocio tra rigore e liberazione (del corpo)

Riflettere sulla liberazione del corpo femminile tramite l’aiuto del guardaroba, e farlo giocando tramite la categoria apparentemente antitetica del rigore è un compito complesso, che non produce sempre risultati perfetti: è il caso del debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi. In uno show dominato dal bianco e dal nero, e che forse vuole ripulire la lavagna da tutto quello che c’è stato prima, preparandola a una nuova lezione, a un nuovo capitolo, sfilano vestiti con tagli di sbieco, gonne in pizzo abbinate a camicie di un bianco immacolato– grandi classici della narrazione di Chiuri anche da Dior – completi da giorno, completi in denim, giacche aviator (lo show in co-ed ha presentato sia la proposta femminile che quella maschile).

Certo, c’è la praticità e una pletora di baguette, best seller della maison, tradotte in molteplici varianti, così come calzature interessanti, come i sandali con tacco quadrato in plexi, all’incrocio perfetto tra rigore e giocosa sperimentazione. E c’è anche un nuovo servizio, quello di recupero delle pellicce usate (non solo Fendi) a cui si vuol dare nuova vita, dopo averle lasciate per anni nell’armadio di madri e nonne. E però resta poco (pellicce a parte) di ciò che ha reso Fendi una maison con una sua precisa identità (una identità che Chiuri conosce benissimo, avendo lavorato da Fendi proprio agli inizi della sua carriera, più o meno negli stessi anni nei quali al suo interno prendevano forma anche i talenti di Pier Paolo Piccioli e Alessandro Michele). Il comunicato stampa debutta con la frase “Meno io, più noi”, a sottendere un invito alla molteplicità, un’apertura democratica (più negli intenti che nei prezzi) a qualunque necessità del femmineo, eppure in realtà sembra tutto molto “lei”, comprese le collaborazioni con altre donne: in questo caso ci sono le sciarpe “parlate” realizzate da SAGG Napoli e poi i gioielli dell’archivio di Mirella Bentivoglio, progettati negli Anni Settanta e re-immaginati per questa sfilata. Tra gli accessori c’è anche una sciarpa con la scritta “5 sisters”, omaggio alle sorelle fondatrici di Fendi. Nel backstage Chiuri ha detto a Luke Leitch che di loro, e del loro operato, si parla troppo poco, concentrandosi sempre  su Lagerfeld “come se non avessero fatto nulla”, e ha di certo ragione. E però quel logo con la doppia F, disegnato da Karl Lagerfeld nel 1966, non è un cognome quanto una missione (centrata nel suo tempo, meno nel nostro): fun furs. Di pellicce qui se ne sono viste, il divertimento è apparso meno evidente: si tratta però sempre di un debutto, quindi è giusto e doveroso lasciare alla designer il tempo di riappropriarsi di quello spazio, farlo suo, e nel contempo, renderlo incontrovertibilmente Fendi.

Chi invece ha lavorato al centro perfetto di rigore e sensualità, è stato il duo siculo-milanese di Dolce&Gabbana: dopo la scelta incomprensibile della scorsa sfilata maschile, che si proponeva di disegnare il “ritratto di un uomo”, con un casting fatto di soli modelli bianchi, in passerella va in scena una miscela di identità differenti, utili a disegnare il profilo non solo di una donna, ma di un brand. Certo, ci sono i pezzi in pizzo che arrivano dalla lingerie, vestiti e sottovesti, forse la parte meno interessante dello show, ma c’è un punto fermo nell’approccio sartoriale del brand: ci sono blazer over da uomo indossati sopra jeans con gamba ampia, dall’aspetto usurato, mentre le giacche con baschina portate con gonne a ruota e mocassini ricordano al pubblico quanto il motivo del successo negli anni del brand non sia solo dovuto alla creazione di un immaginario divenuto poi canone, quanto nella qualità e nella precisione della sartoria. Il rigore dei volumi, i doppiopetti sobri in tweed, i vestiti ieratici che accarezzano il corpo, non lo nascondono, ma ne (ri)affermano la sacralità.

Da Marni, invece, si riaffaccia l’identità di una donna (ma anche di un uomo) che per troppo era rimasta nascosta. Dopo il decennio nel quale a guidare il brand è stato Francesco Risso, questa stagione segna il debutto di Merryll Rogge. La creativa belga ha usato la prima occasione possibile per ribadire quali sono le fondamenta di Marni, dopo le parabole surrealiste di Risso, utili ad aprire il brand ad un pubblico internazionale, ma distanti dal corpo femminile, considerato spesso solo una tela sulla quale far prendere forma alle sue fantasie incorporee. Ritorna la gioia nel vestirsi, l’accumulare materiali ed esperienze, mescolare gonne  in paillettes oversize ricamate su cotone a sandali con lacci che ricordano quelli delle scarpe sportive. Rifà capolino l’ideale femminile pensato originariamente da Consuelo Castiglioni, capace di attrarre giovanissime studentesse ma pure galleriste newyorchesi alla ricerca del twist inaspettato, della perfetta combinazione tra rigore formale (di nuovo) ed eclettismo, che qui riverbera nei gioielli, nelle collane, così come nei completi a righe fatti da righe diverse.

Che Rogge sia stata in passato tra queste donne, è visibile: c’è persino un cappotto leopardato che torna da una collezione del 1996, e realizzato però in maglieria, invece che in pelliccia. La vita è spostata verso il basso, le canotte in seta si indossano sopra altri vestiti in seta, in colori differenti e però perfettamente adatti. Un caos gioioso che sembra coerente con le origini del brand e può servire da risposta carica di speranza a questi tempi difficili. Sì, lasciarsi andare è possibile e forse pure salutare: è un peccato che queste alternative al modello estetico imperante, che hanno la forza e l’autorevolezza per spazzar via le aspettative sociali su come una donna dovrebbe presentarsi nel mondo (non si parla qui solo di Marni, ma di tutte le sfilate sin qui raccontate) siano modellate intorno a una sola tipologia di corpo, dopo anni di proclami sulla body neutrality che hanno prodotto nella realtà pochi risultati concreti. Ma forse per i miracoli vale la pena aspettare.

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