Persino un produttore dalla mente aperta come A24 ha pensato che fosse un finale troppo strano e l'ha costretto a cambiarlo, ha spiegato il regista.
Uncut Gems nel mondo del tennis tavolo. In due parole, questo è Marty Supreme di Josh Safdie. La formula è infatti simile: le disavventure di una piccola carogna in un mondo ostile e imprevedibile. Timothée Chalamet è meno carogna e più ambizioso di Adam Sandler, ma poco cambia. Entrambi sono ebrei. Entrambi si arrabattano. Ma i migliori piani, le migliori strategie di contenimento del caos della vita non possono che fallire. Rapina a Mano Armata di Kubrick rimane forse la miglior rappresentazione cinematografica di questo tema esistenziale. L’ombra dei fratelli Coen aleggia anche qui: il film del 2018 era una sorta di A Serious Man sotto anfetamine, con finale kubrickiano in cui invece che fallire il colpo, falliva mortalmente il suo autore, girato da due ebrei depressi e cinefili, un po’ hipster, un po’ nerd, cresciuti al tempo dei social media.
In Marty Supreme si possono vedere una combinazione di Lebowski per alcuni personaggi e situazioni sgangherate, Crocevia della Morte per l’ambientazione e i gangster, e Barton Fink per il tema della dannazione dell’ambizione. La musica – ottima – a metà tra Vangelis, krautrock e elettronica anni Ottanta, è sempre di Daniel Leopatin (noto come Oneohtrix Point Never), con i Safdie sin da Good Times (2017). Così come lo sceneggiatore è sempre Ronald Bronstein, che già recitò da padre scombinato e amorevole nello splendido Daddy Longlegs (2009), trasposizione sullo schermo della figura paterna dei due fratelli qui separati: Ben Safdie ha appena portato al cinema The Smashing Machine.
Mio fratello è un autore
La politica degli autori, la visione complessiva («Non ci sono opere, ci sono solo autori», Jean Giraudoux ripreso da Truffaut), dei Safdie è fondata sulla combinazione di frenesia, ironia e malinconia – che sono poi quasi la stessa cosa: Susan Sontag scriveva che “L’ironia è la definizione positiva che il melanconico dà della propria solitudine”. I Safdie hanno anche una passione pop, che li rende assolutamente contemporanei, in un’oscillazione tra postmodernismo e riferimenti alla cultura dello star system statunitense – dall’uso di Robert Pattinson in Good Times, a quello di Sandler in Uncut Gems (2019), fino all’attuale con Chalamet e il musicista Tyler, the creator. I ritmi – potenziati dalla musica – dei loro film sono sempre estremamente coinvolgenti, tanto quando si parla di un padre single, quanto quando un sex symbol come Pattinson deve salvare il fratello affetto da disabilità dalle grinfie della polizia.
Certo ci sono anche differenze di rilievo nell’ultimo Marty rispetto ai lavori precedenti. Il cast è più stellare (c’è Gwyneth Paltrow, pare, inizialmente, difficile da convincere) e il lancio è stato più enfatico – con una strategia comunicativa, a tratti ridicola, da blockbuster, peraltro ripagata da tre Golden Globes. In questa altalena di manie di grandezza e riferimenti indie, c’è spazio anche per un cameo di Abel Ferrara, king of New York (ora di stanza all’Esquilino), nel ruolo di gangster cinofilo, che già collaborò come venditore di cd e bandito di strada in Daddy Longlegs.
Il principe del tennis tavolo
Marty Supreme, ispirato alla storia di un vero giocatore geniale e pasticcione, Marty Reisman, può regalare lacrime, facili ma non per questo insincere, in qualche modo affinemente a Fablesman di Spielberg: le corde toccate sono scontate – l’amore, la famiglia, le scelte inconciliabili – eppure si sente una sincerità non comune. Al contempo, rispetto a Uncut Gems, a fronte di un personaggio più insopportabile, c’è un finale meno straziante e più conciliatorio. Imposto dai produttori? Chissà.
La storia, ambientata nel Lower East Side di inizio anni Cinquanta, è quella di un ragazzo brillante e ambiziosissimo (Chalamet), oppresso dalla più classica delle madri ebree e confinato in un negozio di scarpe sotto la sorveglianza dello zio. Ma Marty ha un dono, per così dire: gioca benissimo a ping pong. Nessuno lo prende sul serio ma arriva secondo ai mondiali a Londra. Seguiamo quindi le sue disavventure e le sue sbruffonate – che pagherà – prima del successivo torneo in cui vorrebbe battere il campione del mondo Koto End (Koto Kawaguchi, un vero giocatore di tennis tavolo).
Chalamet è molto bravo e la sua proverbiale faccia da schiaffi, qui ripresa e modificata fino a mostrarci brufoli e cicatrici, è perfetta per questo ruolo. L’oscillazione tra intelligenza e infantilismo è colta in varie scene, tra cui quella in cui, in accappatoio sul letto di un hotel che non può permettersi e gli costerà caro, corteggia al telefono la ex diva decaduta Kay Stone (Paltrow), sorta di Gloria Swanson in viale del tramonto. Dall’insopportabile protagonista di Call Me by Your Name – un film per la borghesia anglofona che aspira a, o già possiede, la villa in Toscana – al buon A Complete Unknown, speriamo Chalamet si emancipi dalla figura del giovane brillante e insopportabile, e questo film potrebbe essere uno dei passaggi riusciti necessari a tal fine – anche se le sue dichiarazioni pubbliche non promettono per il meglio.
Il sogno americano tra Satana e questione ebraica
Il film inizia in modo un po’ demenziale, per dare il tono parzialmente grottesco. Una delle prime scene consiste nella corsa degli spermatozoi nella vagina di Odessa A’zion (Rachel Mizler), dopo che Marty vi si unisce. Fatta con l’animazione, la scena è un omaggio interno al precedente Uncut Gems, dove si passava dal retto di Sandler alle miniere di diamanti in una sorta di odissea nello spazio ironico-trash.
Ma una delle scene più infelici è il breve aneddoto dai lager affidato alla spalla di Marty, Kletzki (Géza Röhrig), un sopravvissuto alla Shoah. L’aneddoto, usato per ingentilirsi un ricco capitalista che potrebbe aiutare Marty, riguarda il fatto che, Kletzki, da internato, veniva assegnato a disinnescare le bombe intorno al campo. Una volta, trovato un alveare e scacciate le api, si cosparse di miele per nutrire i compagni di baracca. La scena è raccontata molto velocemente e vediamo dopo poco un uomo peloso farsi leccare da una torva di figure emaciate. Jacques Rivette scrisse che Pontecorvo, per la scena formalmente troppo simmetrica del suicidio di Emmanuelle Riva, in Kapò, meritasse «il più profondo disprezzo»: come detto da Godard, «le carrellate sono una questione morale». Qui siamo, chiaramente, ben oltre. La responsabilità, chiaramente, non è del solo Josh Safdie: la cinematografia sulla Shoah è arrivata forse a un punto di saturazione ma una simile soluzione grottesca non può essere la soluzione – come non lo era l’estetismo di The Zone of Interest di Jonathan Glazer.
Il tema ebraico, oltre che nell’episodio del miele, torna più volte: «Farò a Kletzki quello che Hitler fece agli ebrei», dice Marty facendo lo sbruffone con dei giornalisti. Per poi, subito dopo, aggiungere: «Posso dirlo perché sono ebreo». «Sono il peggior incubo di Hitler», dice rivendicando il suo successo contro chi voleva che gli ebrei fossero cenere. Così come alla madre, dopo una lunga assenza, porta un mattone dicendole «Ti ho preso un pezzo di una piramide egizia: le abbiamo costruite noi». Su Jewish Currents, tra le varie cose dette di Uncut Gems, si affermava che il protagonista servisse a fare una critica interna, «intima di quanto gli ebrei siano gente piuttosto normale, media, e di merda». E questa lezione, ripresa anche in Marty Supreme, ha una sua rilevanza: l’identità non è una posizione né etica né politica. Contro le opposte idealizzazioni e demonizzazioni, la medietà corrotta che accomuna larga parte degli esseri umani, ebrei e no, ha una sua valenza politica.
Peraltro, l’ultimo film di Josh Safdie entra in una peculiare affinità elettiva con The Brutalist, sia per il tema che per l’ambientazione – ma non per il tono, ovviamente. Anche il lavoro di Corbet era una buona riflessione, oltre che sull’ebraismo novecentesco, sull’immigrazione. E centrale era anche l’incubo del sogno americano, fatto di capitalisti rapaci, ebrei ossessionati dalla necessità di riscattarsi, al punto da stringere mefistofelici patti, votati alla sopravvivenza non solo come individui ma anche come “popolo”. Se l’antisemitismo si nutre della duplice dimensione di alterità e normalità, uno dei meriti dei fratelli Safdie in generale e di Josh in particolare, con Marty Supreme, è quello di rappresentare una suprema ambiziosa canaglia che, in quanto tale, è un normale essere umano alle prese con l’American dream.
Tra forum e pagine Facebook si discute da giorni delle difficoltà dell'azienda, di autori congedati e vendite in calo. Il problema, però, non riguarda solo Bonelli, ma un modo di fare i fumetti forse non più sostenibile nel mercato attuale.
