Perché l’enciclica di Leone, papa solarpunk, accusa l’AI di Apocalisse integrale, e dà istruzioni su come uscirne insieme.
C’è chi ricorda con orrore il mantra aziendale degli anni Duemila: “Qui siamo una grande famiglia”. Purtroppo oggi il datore di lavoro, a causa all’AI, torna a essere padrone, togliendosi di dosso pure la retorica paternalistica del passato. L’AI sta ridefinendo le non-responsabilità del contratto sociale, accentuando il fallimento di modelli occupazionali e politiche sindacali in crisi da tempo.
I sistemi di intelligenza artificiale sono ormai presenti nei punti più delicati del rapporto di lavoro: decidono chi viene assunto, monitorato, considerato produttivo, promosso, mantenuto in servizio o licenziato. Decisioni che riguardano reddito, status, diritti e tutele. Ma chi si assume la responsabilità di un robo-licenziamento?
Lavorare meno, licenziare tutti
Il contratto sociale europeo del dopoguerra si basava su un equilibrio: occupazione stabile, contributi sociali e redistribuzione dei guadagni di produttività attraverso la contrattazione collettiva. Oggi, l’AI sta diventando una “scatola nera” per giustificare tagli senza trasparenza e responsabilità. «I lavoratori dovrebbero contestare le decisioni automatizzate o assistite dall’AI, o per lo meno avere una supervisione umana sulle decisioni che incidono sulla loro occupazione», afferma l’europarlamentare socialista e Presidente del gruppo di monitoraggio della direttiva sul lavoro su “piattaforma”, Marc Angel.
L’allarme, come spesso accade, arriva da oltreoceano. Secondo il Wall Street Journal, i “mega layoff” – licenziamenti di massa nei quali viene dichiarato, più o meno apertamente, che i lavoratori saranno sostituiti dall’AI – sono sempre più frequenti e i processi di ristrutturazione sono già in corso in Europa e minacciano migliaia di posti qualificati. «L’AI sta producendo effetti strutturali sull’occupazione che superano di gran lunga i miglioramenti della produttività», afferma Isabelle Schömann, vicesegretaria generale della Confederazione europea dei sindacati. Anche Aída Ponce Del Castillo dell’European Trade Union Institute, le fa eco ricordando gli eclatanti casi di licenziamento di massa di Meta, Cisco e Oracle. Il principio del controllo umano sui licenziamenti è ancora latitante in UE e in USA, e le aziende raramente dichiarano il ruolo effettivo dell’AI nei licenziamenti. «Il primo impatto però potrebbe non essere un licenziamento di massa: potrebbe trattarsi di mancata sostituzione, riduzione dei ruoli di livello base, monitoraggio intensificato o sistemi di promozione che premiano chi si conforma a modelli di produttività basati sull’intelligenza artificiale», osserva Ponce Del Castillo.
Per il data scientist Francisco Rios del think tank europeo CEPS, però, il contratto non è ancora spezzato e c’è una speranza velata nell’aria. «Non credo che l’AI stia rompendo il contratto sociale europeo attraverso la disoccupazione di massa. Ciò che l’AI sta facendo è mettere a dura prova il contratto attraverso la velocità e il crescente divario tra la disruption e le istituzioni progettate per condividerne i benefici».
Crisi occupazionale, welcome back to 2008
Nel marzo 2026, la disoccupazione nell’UE era al 6 per cento e l’adozione dell’AI nelle aziende è balzata dal 13,5 per cento al 20 per cento in un solo anno. Anche il New York Magazine sostiene che la crisi occupazionale generata dall’AI sia già iniziata e nessuno sa bene come eventualmente fermarla. Secondo Schömann, «se il 10-15 per cento dei posti di lavoro a rischio andasse perduto, l’Europa potrebbe veder scomparire tra i cinque e i nove milioni di posti di lavoro, un impatto paragonabile a quello della crisi finanziaria del 2008». Per Angel, infatti la questione centrale è che i guadagni di produttività generati dall’AI non devono avvenire a scapito di sicurezza del posto di lavoro, condizioni di lavoro eque, contrattazione collettiva o dignità dei lavoratori.
L’impatto dell’AI varia tra gli Stati membri in base alla struttura economica, al grado di digitalizzazione, alla resilienza del mercato del lavoro e ai sistemi di protezione sociale. «I diritti fondamentali del lavoro devono essere applicati indipendentemente dal fatto che il lavoratore sia impiegato tramite una piattaforma o in un luogo di lavoro tradizionale», afferma Angel, forse scordandosi pure la crisi del lavoro tradizionale in toto.
Preferiresti essere licenziato e basta o essere licenziato dall’AI?
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le categorie più vulnerabili a rischio licenziamento con AI sono impiegati amministrativi, lavoratori entry-level, addetti alla logistica e alle piattaforme digitali. «Probabilmente anche donne e giovani lavoratori, non perché l’AI li prenda di mira in quanto tali, ma perché sono sovrarappresentati nelle funzioni di base esposte», spiega Ponce Del Castillo.
I rischi e i modi creativi per licenziare i più vulnerabili cambiano ma non mutano i rischi psicosociali che le persone possono subire. Nei magazzini e nella logistica, sistemi algoritmici determinano ritmi e movimenti di lavoro, aumentando stress e affaticamento. Nei call center, strumenti di AI monitorano tono, velocità e comportamento in tempo reale, riducendo autonomia e margini decisionali. «I lavoratori sono sempre più soggetti a monitoraggio continuo, tracciamento delle prestazioni in tempo reale e obiettivi di produttività automatizzati», spiegano i sindacati europei. L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) avverte che la gestione algoritmica del personale può generare significativi rischi psicosociali. Aumento dell’intensità del lavoro, pressione costante sulle prestazioni, riduzione dell’autonomia, minore supporto da colleghi e dirigenti, opacità nei processi decisionali e paura di perdere il posto. «Tutti fattori che possono provocare stress, ansia, disturbi del sonno e un aumento del rischio di incidenti sul lavoro», spiega Emmanuelle Brun dell’EU-OSHA.
L’Unione europea, invece di prevenire prova a curare. Con ritardo, sta introducendo alcune tutele per i propri lavoratori come l’AI Act che impone obblighi per i sistemi ad alto rischio utilizzati sul lavoro, la Direttiva sul lavoro tramite piattaforme che affronta la gestione algoritmica e il regolamento sul GDPR che offre garanzie quando sistemi automatizzati influenzano assunzioni, valutazioni o licenziamenti. «Inoltre, i sindacati stanno negoziando contratti collettivi e ricordando che i lavoratori dovrebbero poter esercitare i propri diritti collettivi sugli algoritmi sul posto di lavoro», sottolinea Ponce Del Castillo. In altre parole, è chiaro che l’innovazione tecnologica non può giustificare una regressione sociale.
