Se credete che la letteratura aiuti a capire il mondo, La gioia è il film che cancellerà le vostre certezze

Nel film di Nicolangelo Gelormini, ispirato a uno dei più sconvolgenti casi di cronaca nera italiana, c'è una riflessione di cui non si è parlato abbastanza: quella secondo la quale la letteratura, oggi, in questo mondo, rende deboli.

04 Marzo 2026

La gioia è un film di Nicolangelo Gelormini ispirato, come il suo precedente Fortuna, a uno di quei tremendi casi di cronaca nera che in tempi di podcast sono diventati cultura generale e filone narrativo. Il film racconta la storia di una professoressa raggirata da un alunno che l’aveva sedotta per derubarla, e la protagonista – Gioia – è interpretata da un’inedita Valeria Golino, uscita dai suoi ruoli sensuali per impersonare (benissimo) una bruttina insicura e sgraziata, anche grazie a un piemontese stretto che ricorda la Magda di Bianco rosso e verdone.

La finzione riconosce alla relazione tra studente e insegnante una maggior complessità rispetto alla vicenda reale: in qualche modo, sembra che il ragazzo si stia affezionando alla donna che voleva raggirare, forse perché intravvede nel suo piccolo mondo polveroso di carta e valori antichi una forma di purezza che a lui, costretto a prostituirsi sin dalla minore età, è stata preclusa. «Perché proprio il francese?», chiede Alessio (Saul Nanni) durante una delle prima lezioni private. «Mi piaceva il suono», fa lei, «così gentile, e poi è la lingua di Stendhal, di Flaubert, delle grandi storie».

A lezione, i due leggono passi da un libro che non viene inquadrato mai, e che poteva essere L’educazione sentimentale, in quanto storia dell’amore di un ragazzo di estrazione popolare per una donna più grande e altolocata. Invece le citazioni vengono da Madame Bovary. In una, in particolare, il giovane manipolatore sensibile rimane impigliato: «Aveva bisogno di ottenere dalle cose una sorta di profitto personale e rigettava come inutile tutto quello che non contribuiva a saziare immediatamente il suo cuore». Al compleanno del ragazzo, la prof gli porge una scatola con tutti i risparmi della sua famiglia piccolo borghese, e una dedica tratta dallo stesso libro: «A toi, à toi!, toutes mes ardeurs et tous mes rêves!».

Ho un’interpretazione un po’ tendenziosa del ruolo della letteratura in tutta questa vicenda. Mi pare che la cosa più interessante non sia l’effetto di Flaubert su Alessio, che mentre legge a tratti arriva a titubare sulle proprie oscure intenzioni. La cosa più affascinante è che Gioia, che si è laureata con il massimo dei voti e che conosce Zola, Hugo, i simbolisti francesi, per me rappresenta il povero e ridicolo lettore novecentesco nell’era di Internet: l’unico reperto archeologico che non ha mai sentito quelle storie alla Catfish in cui un truffatore si spaccia per atleta o attore famoso, finge di innamorarsi di una persona qualsiasi e le svuota il portafoglio. Gioia è un lettore, un’anima ingenua. In un mondo fatto di magnaccia, prostituti, cassiere viziose pronte a far sodomizzare il figlio per uno schermo più grande, Gioia è la letterata, la romantica fuori tempo, che non capisce il desiderio di una casa a Montecarlo vista su Instagram, insomma che non capisce il mondo.

Probabilmente, nella storia di cronaca e nel film, Gioia si qualifica principalmente come una debole di spirito. Ma si può dire anche che sia la figlia di un mondo antico. Il suo superpotere è recitare l’atto di dolore d’un fiato, si rivolge ai genitori in vernacolo, coltiva i valori del lavoro, del decoro, della mortificazione del corpo, la fede in Dio e quella calcistica. Si potrebbe dire che, oltre a essere una lettrice, Gioa è una donna-bambina che crede alle fiabe. La mamma la chiama colomba, proprio come in una fiaba italiana di Calvino, la manda a «lavare le manine» a cinquant’anni e lei obbedisce. Le hanno imposto la fede nelle buone maniere e nella Juventus, e lei ci crede e dorme sotto le madonnine e la sciarpa della sua squadra. Si veste da bambina sfigata o da anziana signora, nutre coniglietti come una Beatrix Potter sabauda, e legge classici ad alta voce con pronuncia perfetta. Se qualcosa fanno, su di lei, quei romanzi, non è aprirle gli occhi sul tramonto dell’ideale romantico, ma confinarla fuori tempo massimo in un mondo morente o già morto.

Così, per un attimo, mentre si consumava il suo dramma, il personaggio pietoso di Gioia mi è parso la prova vivente che conoscere la letteratura, al contrario di quanto affermano i promotori del liceo classico, non serve necessariamente a capire il mondo. Di sicuro, non serve a capire quello di oggi. Senza dubbio, a Gioia non servirà.

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