Per Karla Hiraldo Voleau non c’è errore più grave che sottovalutare un adolescente

Ispirato ai Comizi d’amore di Pasolini, il suo ultimo lavoro, Frammenti, era nato come indagine fotografica sulla vita affettiva della Gen Z italiana. Ma a furia di aggiungere pezzi – rapporti di genere, la salute mentale, l’uso dei social e dell’AI – è diventato qualcosa di più.

27 Settembre 2026

«Mai sottovalutare un adolescente», mi dice Karla Hiraldo Voleau, 33 anni, durante la nostra intervista. «Lo facciamo spesso, e sbagliamo». La fotografa e artista franco-dominicana ha passato cinque anni a intervistare e fotografare adolescenti tra i 15 e i 17 anni in otto regioni italiane, ritraendoli con la fotocamera analogica all’interno dei corridoi e aule delle loro scuole. Il suo ultimo progetto, Frammenti, si compone di oltre 200 interviste e ritratti, esposti a La Vetrina, a Venezia, incastonati dentro a vecchi banchi di scuola. 

A metà tra il documentaristico e il performativo, i lavori di Hiraldo Voleau esplorano l’intimità da punti di vista molto specifici, e proprio per questo in grado di raccontare condizioni universali. Parlano di donne, e di come riescano a superare il dolore, l’abuso o i tradimenti. In Another Love Story, l’artista ricrea una sua passata storia d’amore, che scopre costruita su una terribile bugia; in Doble Moral, documenta le vite quotidiane delle donne che devono abortire clandestinamente in Repubblica Dominicana, dove l’interruzione di gravidanza è illegale. 

Ispirato ai Comizi d’amore di Pasolini, Frammenti era nato come indagine sulle vite affettive della Gen Z nostrana. Nel tempo però, Hiraldo Voleau – che per questo progetto ha imparato l’italiano – ha finito per parlare con loro di temi più ampi e urgenti come i rapporti di genere, la salute mentale, l’uso dei social e dell’AI, componendo un ritratto corale romantico, drammatico e a tratti illuminante della generazione cresciuta negli anni del Covid. 

ⓢ Perché ti affascina l’adolescenza?
È un periodo speciale, intenso e allo stesso tempo fugace. Sapevi che l’adolescenza è stata inventata nel secolo scorso? Prima si passava dalla condizione di bambino a quella di adulto, spesso attraverso il matrimonio. Ora c’è spazio per le sfumature. La mia adolescenza è stata veramente dura. Ero emotivamente a pezzi, e mi sentivo il centro del mondo. A ripensarci oggi, quell’intensità è sparita. 

ⓢ I ragazzi e le ragazze che hai intervistato hanno passato molto tempo in casa durante la pandemia, proprio nell’età più delicata in cui si sviluppano l’identità e l’affettività. Cosa è emerso dalle tue conversazioni con loro?
Come in tutti noi, il covid ha aumentato l’ansia sociale. Qualcuno che mi ha detto di voler lottare, cambiare il mondo, c’era. Ma la maggior parte degli intervistati ha detto di non avere fiducia nelle istituzioni e nei media. Non si fidano nemmeno degli adulti: è comprensibile, quando hai l’impressione che i tuoi genitori sappiano a malapena navigare su internet e li vedi cadere facili vittime di truffe online. Anche se è la stessa generazione dei Fridays for Futures, la maggior parte delle persone con cui ho parlato mi ha detto di non credere di avere alcun potere di cambiare il futuro. Si sentono arresi, e accettano le cose così come sono. Voglio fare un disclaimer però: il mio campione non rappresenta in modo completo questa generazione, so bene che tante persone sono rimaste escluse dalla ricerca. Ad esempio, ho avuto molta più facilità a collaborare con licei artistici, per via della natura del progetto. Agli intervistati chiedevo sempre di raccontarmi i propri sogni. Mi ha sorpresa sentire tanti limitarsi al desiderio di una casa, un lavoro normale e una famiglia. Ambizioni modeste rispetto a quelle che avevo io alla loro età.

ⓢ Puoi farmi un esempio?
In Puglia, ben tre ragazze della stessa classe volevano diventare Carabiniere. Ero incredula. Come è possibile che a 17 anni il tuo sogno è diventare carabiniere? Mi risposero che volevano aiutare le persone e che così avrebbero fatto sport. In molti hanno motivato così questa scelta. Ho scoperto che in Sicilia l’esercito fa degli interventi nelle scuole per promuovere le carriere militari. 

ⓢ Nelle tue interviste emerge il tema della gelosia, della possessività nelle giovani coppie. Secondo un recente studio di Ipsos e King’s College oltre «il 30 per cento degli uomini della Gen Z concorda sul fatto che una moglie debba sempre obbedire al marito».  Nel 2025, un altra ricerca aveva evidenziato un divario crescente tra i generi: mentre le giovani donne diventano più progressiste, gli uomini si allontanano in direzione opposta, e sono più conservatori persino dei boomer. Hai ritrovato questi dati nei tuoi soggetti?
Dipende. Da una parte, nessuna delle ragazze intervistate mi ha detto di voler fare la casalinga o di voler lasciare più potere al proprio partner. Anche le più conservatrici mi hanno detto di voler essere economicamente indipendenti e desiderano una carriera propria. Il che è già qualcosa. D’altra parte, i ragazzi con cui ho parlato sembravano accettare la cosa. Ma ho anche sentito idee maschiliste e suprematiste tipiche della manosfera. Ad esempio, frasi come “la mia ragazza può vestirsi come vuole” pronunciate come fossero concessioni di generosità eccezionale invece che qualcosa di scontato. Un altro ragazzo mi ha detto che se la specie umana si fosse accoppiata coi robot sarebbe stato meglio, perché saremmo diventati ancora più perfetti. Ma perché volere la perfezione?

ⓢ Qualche settimana fa sono venuta all’apertura della tua mostra a La Vetrina, a Venezia. Durante la presentazione, mi ha colpito un’intervista che hai riportato, dove una quindicenne spiegava che a causa dei social non sente alcun desiderio di vedere il mondo.
Le avevo chiesto del suo rapporto coi social, e in che modo la influenzassero. Questa ragazza, che ho intervistato al liceo artistico di Venezia, sembrava già molto consapevole di come funzionano gli algoritmi: sapeva, ad esempio, che avrebbe dovuto postare almeno un selfie prima di mostrare i suoi lavori su Instagram, in modo da aumentare le views. È triste pensare che a 15 anni sei già consapevole di poter capitalizzare di più sul tuo corpo che sulla tua arte o le tue idee. Capisci di essere solo carne. E non è nemmeno colpa di altre persone. È l’algoritmo la divinità suprema che regola la tua vita. Mi ha impressionata sentirla dire che sente poca curiosità all’idea di fare le proprie esperienze. Mi ha detto: “Non ho voglia di viaggiare. Mi sembra di aver già visto tutto. So che aspetto ha una casa a Bali, un hotel in Sicilia, quali sono le dinamiche familiari in Texas, insomma…a che servirebbe?”. Quando ero adolescente ero molto entusiasta di viaggiare, andavo in interrail. Le immagini del mondo che ci fornivano Facebook e Tumblr lasciavano ancora spazio all’immaginazione. Posso capire quanto sia scoraggiante l’idea di andare in posti che hai già visto milioni di volte sui social. Non che vedere un posto online o visitarlo per davvero sia uguale, ma capisco cosa intende: non c’è spazio per la sorpresa o la curiosità.  

ⓢ Mi hai detto che non consideri Frammenti un progetto concluso. Pensi di portarlo fuori dall’Italia?
Forse. Ma se deciderò di continuare, dovrò tenere conto che avrò di fronte un’altra generazione. Per ora mi sono fermata, per evitare di diventare ripetitiva. Nel frattempo, dopo aver lavorato col sostegno del collettivo Kublaikan a Torino, penso di realizzare un catalogo e poi anche una nuova mostra.

ⓢ Come si svolgono le interviste?
Gli studenti si candidano su base volontaria, cosa che restringe già molto la selezione. I soggetti di Frammenti sono persone già interessate alla fotografia o all’arte, o semplicemente non troppo timide da raccontarsi a una sconosciuta. Quando arrivo a scuola, inizio visitando le classi che mi interessano in base all’età degli studenti. Faccio una breve presentazione in italiano, mostro alcune foto—so che da adolescenti l’idea di avere un bel ritratto è allettante. Spiego il mio processo creativo e poi, alla fine, distribuisco un foglio su cui possono esprimersi liberamente. Faccio una lista di appuntamenti con un orario, i docenti mi procurano un’aula, e il giorno dopo chiamo tutti quelli che si sono offerti volontari. Parliamo per 20, 40 minuti e poi giriamo per l’istituto in cerca di un bel posto dove scattare la foto. Cerco la luce naturale, perché uso solo fotocamere analogiche. Il che non è facile. Loro non possono controllare come sono venuti, quindi devono fidarsi di me. Faccio pochi scatti, e cerco di non stressarli troppo.

ⓢ Perché scatti solo in analogico?
Mi aiuta a costruire un rapporto di fiducia con i miei soggetti. Inoltre lavorare solo con luce naturale mi rende più attenta a ciò che mi circonda. Alcune persone hanno bisogno di completa libertà per trovare l’ispirazione. Io al contrario ho bisogno di limiti, e usare fotocamere analogiche ne impone molti: di budget, tecnici, di tempo. In più, adoro avere una macchina per ogni evenienza, piuttosto che un’unica digitale ingombrante con cui devo poi fare tutto in post-produzione.

ⓢ Non fai post-produzione?
La faccio manualmente. Seleziono gli scatti, ritocco un po’ la luce, stampo e ritaglio le immagini con le forbici, poi le appendo al muro per formare le sequenze che mi servono. È così che faccio editing. Non mi piace usare il computer perché ci sono troppe opzioni. 

ⓢ Per Frammenti, hai ricopiato a mano alcune interviste su carta termica, la stessa degli scontrini, trasformando i testi in vere e proprie opere d’arte, esposte incorniciate in telai di acciaio.
Cerco sempre di includere processi analogici e manuali nei miei progetti. È un modo per integrare e assimilare fisicamente le storie che racconto, e per far percepire il tempo e lo sforzo che ci sono dietro. In questo caso, ho usato una macchina da scrivere elettronica che avevo trovato per caso in un’abitazione abbandonata a Bolzano. Funziona perfettamente. Usarla richiede tempo, ma non è un processo noioso come con le vecchie macchine da scrivere, che sono anche un po’ un cliché. Questo modello invece è più modeno ed era impiegato nelle università. Per me, è stato quasi come tornare a fare i compiti. Si vedono i miei errori ortografici: mi piaceva che si capisse dove avevo sbagliato e dove ero tornata indietro. Sulla carta termica l’inchiostro tende a svanire col calore. A La Vetrina sta sbiadendo rapidamente, e probabilmente non sarà più visibile alla fine della mostra. Proprio come non ricordiamo più l’intensità devastante delle emozioni dell’adolescenza. 

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