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16:37 sabato 3 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

La distopia 5 Stelle

Il nuovo libro di Jacopo Iacoboni, L'esecuzione, e quello di Biondo e Canestrari, Il sistema Casaleggio, indagano a fondo su teoria e pratica del Movimento.

15 Aprile 2019

Interrogarsi sulle reali radici culturali e ideologiche del Movimento 5 Stelle è stato uno degli esercizi più diffusi nel discorso pubblico degli ultimi tempi. La retorica e soprattutto le politiche pubbliche pseudo-popolari promosse da giugno a oggi hanno contribuito, offuscandone i contorni, a rendere meno limpida una struttura organizzativa fatta di relazioni interne dal netto stampo verticistico, e a distrarre dalla pressoché totale assenza di un serio progetto a lungo termine per il Paese. Ad aiutarci nella comprensione di un fenomeno che prima di categorizzare come politico dovremmo forse considerare nella sua dimensione sociale, oggi, ci sono due libri, due inchieste che vivisezionano le parti in gioco e sintetizzano, spogliato dalla propaganda di copertura, il nucleo vitale della prima forza politica italiana. Il primo è L’Esecuzione di Jacopo Iacoboni (Laterza), giornalista de La Stampa che alla vigilia delle politiche di un anno fa aveva già pubblicato con lo stesso editore L’Esperimento; il secondo, Il sistema Casaleggio (Ponte Alle Grazie), è firmato da Nicola Biondo e Marco Canestrari: entrambi hanno alle spalle un passato nella rete di cui parlano ed entrambi sono coautori di Supernova, la loro prima inchiesta sul Movimento.

Sono due libri molto simili, che per alcuni aspetti si sovrappongono e per altri sono invece complementari. Con L’Esecuzione Iacoboni stringe la lente d’ingrandimento con particolare cura sulla fitta rete di relazioni transnazionali tra il M5S e la alt-right globale, unendo di pagina in pagina i punti che connettono Brexit e i suoi finanziatori con (la ex) Cambridge Analytica, le relazioni del governo italiano con i più radicali sovranisti europei, fino al ruolo di frontman svolto da Steve Bannon come portavoce di The Movement, ovvero la cosa più simile ad una internazionale sovranista – per quanto abbia senso parlarne in questi termini – che esista al momento. Scrive Iacoboni: «Mentre gli opinionisti italiani si chiedono se il Movimento non sia in fondo più vicino al centrosinistra, la realtà non solo è platealmente diversa, ma le reti personali di relazioni sono al lavoro da anni e vanno in direzione opposta alla sinistra». Un concetto sul quale nelle sue pagine avrà premura di tornare spesso, così come ci torneranno – pure con altri termini – Biondo e Canestrari.

In chiave nazionale l’inchiesta di Iacoboni è originale in particolare per un aspetto: perché ricostruisce già a partire dal primo capitolo un legame, quello tra Movimento e Lega, che si è consolidato con molta meno fatica di quanto le apparenze non ci abbiano detto nel corso di questo anno. Sono due esperimenti, sostiene Iacoboni, che pur avendo storie diverse e provenendo da epoche diverse, condividono una cassetta degli attrezzi e alcune convinzioni comuni (la sfiducia verso lo stato centrale, la sostanziale chiusura ad una idea di società multietnica), e che non hanno mai nascosto simpatie reciproche (Bossi e Gianroberto Casaleggio avevano un sincero rapporto di stima). Se entrano in conflitto, conclude, non è per via della loro diversità, ma perché si contendono lo stesso campo.

Di fondo, tuttavia, va tenuta sempre a mente una premessa: che il Movimento, a differenza della Lega, non si muove secondo un preciso impianto ideologico, e che la logica dell’esperimento (che Iacoboni riassume così: ogni uscita, nei social e nel circo mediatico televisivo, è un test per vedere fin dove si può arrivare) è ancora largamente dominante. È la ragione, questa liquidità propria del Movimento, per cui Biondo e Canestrari lo indentificano in chiusura come un partito «post-ideologico». La loro inchiesta, che pure tratta nella parte finale dei legami del M5S con la galassia sovranista, si concentra principalmente sulla struttura autoritaria e multifacciale del sistema Casaleggio e sul rapporto di interdipendenza dei vari soggetti giuridici del sistema (Casaleggio Associati, Associazione Rousseau e MoVimento 5 Stelle), nonché sulla figura dello stesso Davide. La denuncia che ne fanno nel capitolo conclusivo si può riassumere così: «È sotto gli occhi di tutti che il primo partito del paese […] risponde a una sola persona, e che questa persona lo usa come un proprio asset strategico».

Un altro tema rilevante sollevato dai due autori riguarda il significato della convention di Ivrea organizzata dalla Associazione Gianroberto Casaleggio e giunta da poco alla sua terza edizione. «SUM è una vetrina», scrivono. «Davide non parla, fa parlare i relatori. È un messaggio e una chiamata in corresponsabilità. C’è un mondo di potenti che col sistema Casaleggio decide di flirtare. SUM è la celebrazione di questo sistema». Uno scenario che riporta la mente a Leonardo Sciascia e al suo Todo modo, ai tempi di un lobbismo ancora privo del supporto delle reti. Ivrea, sostengono in meno parole gli autori, è il contesto in cui Casaleggio opera per far convergere interessi pubblici e privati verso la stessa direzione da una posizione di favore. Ne L’Esecuzione, ricordando una chiacchierata con Canestrari, Iacoboni scrive: «Marco […] mi ha mostrato una volta un documento che era lo schizzo degli appunti di come Davide concepiva quella che sarebbe diventata la piattaforma Rousseau: nel disegnino piramidale […] in alto c’era un grande occhio disegnato in cima alla piramide, memento di un controllo non dissimile – almeno a me la metafora quello fece venire in mente – dal Panopticon teorizzato da Jeremy Bentham». E quindi no, uno non vale uno, come in molti ex dissidenti avranno modo di spiegare una volta espulsi o autosospesi.

Un aspetto che tanto Iacoboni quanto Biondo e Canestrari mettono in luce, relazionandolo alla struttura autoritaria del partito di cui già si è detto, sono le limitazioni al margine d’azione dei parlamentari, surrogato posticcio del centralismo democratico che li rende delle vere e proprie marionette a disposizione del sistema. Un concetto centrale a tal punto che Iacoboni, recuperando uno storico virgolettato di Gianroberto Casaleggio, gli dedica la prima pagina: «Parlamentari e ministri dovranno essere dei portavoce esecutori del nostro programma, revocabili con il recall. La delega parlamentare è morta, il compito dei nostri eletti è solo un’esecuzione delle nostre idee». Nostre di chi?

Nella loro inchiesta, Biondo e Canestrari vanno ancora più a fondo, a partire da una domanda provocatoria: come si tiene insieme questo sistema di potere, dove è un singolo e per di più privato cittadino a dettare l’agenda politica del partito, in una democrazia parlamentare che dovrebbe avere tutti gli anticorpi necessari a contrastare queste storture? La risposta è glaciale: «Si prendono persone qualunque, senza cultura democratica, magari senza prospettive, magari annoiate o incazzate. Le si fa eleggere in Parlamento. Comunque vada, ti saranno grate per averle fatte diventare onorevoli, coi carabinieri in alta uniforme che battono il tacco e fanno il saluto quando passano». Ne Le origini del totalitarismo, ormai quasi settanta anni fa, Hannah Arendt scriveva: «Il dominio totale non consente libertà di iniziativa in nessun settore della vita, non può ammettere una attività che non sia interamente prevedibile. Ecco perché i regimi totalitari sostituiscono invariabilmente le persone di talento, a prescindere dalle loro simpatie, con eccentrici e imbecilli la cui mancanza di intelligenza e di creatività offre dopotutto la miglior garanzia di sicurezza».

Ciò che ancora sfugge alla logica, nonostante Iacoboni in particolare dedichi al tema alcune pagine significative verso la fine de L’Esecuzione, è un motivo che la giustifichi in pieno. Esiste ancora, o meglio, è mai esistita una aspirazione ideologica di cambiamento che vada oltre il semplice interesse privato di Davide Casaleggio e della sua s.r.l.? «Il Movimento non è mai stato un fine, tantomeno un normale partito, ma il mezzo per prendere il potere e per andare al governo, a qualunque costo politico», scrive Iacoboni. E ancora, poco dopo: «Ciò che contava era il mezzo, non il fine; era la costruzione di una macchina di consenso, potere e reti, non i contenuti specifici delle politiche». E quindi, una volta che l’esecuzione ha portato il Movimento al governo, che cosa dovremmo aspettarci dal sistema Casaleggio se non il tentativo di durare il più a lungo possibile?

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