L’infiltrata, l’unico modo per salvarci dalla violenza politica in futuro è conoscere quella del passato

In Spagna è stato uno dei film più visti e premiati del 2025, nonostante sia un film di genere che racconta una pagina di storia traumatica come quella del terrorismo indipendentista basco. Del film, del suo successo e del suo messaggio abbiamo parlato con la regista Arantxa Echevarria.

21 Febbraio 2026

È conosciuta con il nome di Aranzazu Berradre Marín, ma è solo uno pseudonimo. Come si chiami l’ufficiale di polizia che all’inizio degli anni Novanta decise di sacrificare la sua esistenza (attenzione, non la sua vita) per contribuire a sconfiggere l’ETA, probabilmente non lo sapremo mai.

Non lo sa neanche Arantxa Echevarria, la regista che ha raccontato la sua storia ne L’infiltrata, tesissimo thriller poliziesco che in sala anche in Italia (dal 5 febbraio, distribuito da Movies Inspired) dopo avere raccolto consensi e premi in Spagna. «Naturalmente non ho mai incontrato la vera protagonista della storia» mi ha raccontato Arantxa Echevarria, la regista, quando l’ho incontrata all’ultimo San Sebastian Film Festival. «Ma ha letto la sceneggiatura, gliel’ho fatta avere tramite quelle poche persone che hanno contatti con lei. Vive da qualche parte in Europa, ha un’identità fittizia ed è sotto protezione perché, anche se l’ETA è stata sconfitta, la sua vita sarà per sempre a rischio. Non so però se le sia piaciuta, questo non me l’hanno detto». L’infiltrata, nel film, è Arantxa, agente della Polizia Nazionale che decide di lasciare tutto per andare sotto copertura e dare il suo contributo alla lotta contro l’ETA, il gruppo terroristico che per anni ha combattuto per l’indipendenza dei Paesi Baschi dalla Spagna. Inizia così la sua vita da finta militante, guadagnandosi la fiducia dell’organizzazione al punto di ospitare un componente di una cellula ricercato per omicidio. Ma il colpo grosso arriva quando in casa sua trova rifugio anche un esponente di spicco dell’organizzazione, la cui cattura potrebbe dare un colpo ferale al gruppo terroristico.

Retto da una sceneggiatura di ferro, L’infiltrata è un thriller poliziesco che non fa sconti, ciò che è stato è Storia, non può essere cancellato e non si torna indietro. Una scelta dolorosa per la stessa Echevarria. «È stato tutto molto difficile. Vent’anni fa sarebbe stato impossibile realizzare questo film. Io sono nata e cresciuta qui, a San Sebastian. Ho vissuto tutta questa guerra. C’erano persone che venivano ammazzate per strada quasi ogni settimana e rimanevamo in silenzio, perché avevamo paura, perché uno dei tuoi vicini poteva essere un membro dell’ETA o un agente di polizia. Ma poi è successo qualcosa. La Spagna è cresciuta, siamo maturati. Oggi possiamo parlare del passato. Non sapevamo come avrebbe reagito il pubblico al film, soprattutto nei Paesi Baschi, perché c’è ancora molta gente che vede l’ETA come un gruppo di salvatori. Invece sono andati in tantissimi a vederlo. Ma la cosa più importante è stata mettere le vittime di questa guerra davanti a tutto. L’omicidio che si vede all’inizio del film: ero lì, era primo pomeriggio, stavamo mangiando, ero con il mio ragazzo, è arrivato quest’uomo e ha premuto il grilletto. Ecco, credo che la cosa più importante de L’infiltrata sia l’avere fatto ricordare alla gente quello che è successo e avere avuto finalmente il coraggio di parlarne».

Una cosa che invece in Italia sembra ancora molto complicata, dato che il dibattito sugli Anni di Piombo continua a svolgersi tra blocchi contrapposti e non con l’approfondimento storico e sociale di quel periodo. Periodo che sembra lontano ma che in realtà, per certi versi, non è mai finito. Film se ne sono fatti, ma il dibattito che c’è attorno sembra essere sempre sbagliato, perché, come dice giustamente Echevarria, le vittime sono la cosa più importante, e altrettanto lo sono tutt’ora i danni collaterali. L’infiltrata racconta bene anche questo, così come la confusione che si può avere vivendo la clandestinità dall’interno, e il doversi confrontare con il governo e il suo braccio dall’altra parte della barricata. I dubbi sorgono, sono dalla parte giusta, e se si dipanano non è solo per la dedizione alla divisa e la fedeltà alla bandiera. La consapevolezza è che combattere per una causa uccidendo degli innocenti significa avere perso in partenza, e chi lo fa deve essere fermato. Ma oltre ciò, è costruito con una tensione crescente, anche grazie alle scelte di regia.

Essendo ambientato in gran parte nella casa condivisa, ha permesso a Echevarria di lavorare gran parte del film come un horror, con un lavoro sui movimenti di macchina, sulle focali e sul sonoro tutto teso ad accrescere la suspence. Il tutto viene poi impreziosito dalle interpretazioni, a partire da quella di Carolina Yuste, eccezionale nei panni di Arantxa, non a caso premiata con il Goya, l’equivalente del David in Spagna, per la Migliore attrice protagonista. «Carolina ha anche cercato di comprendere le motivazioni di questa donna. Cosa l’ha spinta a fare questo passo? Il desiderio, l’ebbrezza di sentirsi una superdonna, la migliore al mondo? Una volta immersa in quella situazione, l’unica cosa a cui poteva pensare era quale dovesse essere il passo successivo. Ma quando tutto è finito, si è dovuta confrontare con il nulla. Non aveva più niente: famiglia, amici, amore, una casa. Pensa ancora che ne sia valsa la pena?»

A proteggerla troviamo Luis Tosar, immancabile, «perché Luis è il migliore attore spagnolo» commenta la regista, che con il vero ufficiale che ha lavorato con Aranzazu ha invece avuto più di un colloquio in fase di preparazione. «La prima volta che l’ho incontrato mi ha mentito. Mi ha detto che Aranzazu non aveva i capelli rossi e gli occhi blu, come invece mi avevano detto altri in polizia. Quando gli ho chiesto perché mi ha risposto: “Perché sono un manipolatore. Non ti dirò mai la verità”. È stata un’esperienza interessante. Era freddo, molto orgoglioso dell’operazione. Ma sapeva di avere rubato la vita a questa ragazza. Era un misto di orgoglio e senso di colpa». L’infiltrata ha anche un record da non sottovalutare: è il film girato da una regista donna che ha incassato di più in Spagna. Ed è un film di genere. «Ed è anche montato da una donna, Victoria Lammers, che ha fatto un lavoro pazzesco, e scritto con me da una donna, Amelia Mora, da un’idea di una donna, Maria Luisa Gutiérrez. Però, molti dicono che il genere, l’action, il thriller, l’horror, sono cose non da registe». Kathryn Bigelow è la più grande regista d’azione vivente, le dico. «Bravo. Tu mi piaci».

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