C’era una volta Fofi

Una vita di viaggi, riviste, letture, stroncature, litigi, allievi. Ricordo di uno dei protagonisti della cultura italiana, morto oggi a 88 anni, scritto da un suo allievo più volte stroncato.

11 Luglio 2025

C’era una volta il mondo letterario. In questo mondo contavano (anche) le riviste. Sulle riviste letterarie scrivevano gli intellettuali. Commentavano il lavoro di registi, scrittori, artisti. Spesso sulle riviste letterarie ci si accapigliava, a volte con toni così duri che i dissing di oggi sembrano innocui sfottò. Invece del body, sulle riviste letterarie c’era un brain shaming, ora nei confronti di questo ora di quello. Comunque, di sicuro non ci si annoiava.

In questo mondo letterario di una volta, c’erano anche dei ragazzi di provincia che le leggevano. Perché il mondo che li circondava non li appassionava. Le riviste che io leggevo erano i Quaderni piacentini (a Caserta si trovava solo nella biblioteca comunale), e Linea d’Ombra. Entrambe le riviste erano state fondate da Goffredo Fofi (i quaderni da Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, poi nel 1966, si aggiunse anche Fofi). Leggevo soprattutto Linea d’Ombra (dopo ho ripreso i Quaderni piacentini) perché il cinema mi piaceva tanto e mi piaceva il modo in cui Goffredo Fofi ne parlava. Il messaggio contava, era tutto. Contava cosa dicevi, contava contro chi lo dicevi.

Ai margini del mondo

Sì, va bene la tecnica, va bene il fascino di alcune inquadrature, ma a Fofi i film, i libri interessavano (per lo più) come strumento di analisi del mondo. Se quel mondo era marginale, poco raccontato, allora quei film e quei libri avevano maggiore interesse per lui. Quei film e quei libri erano superiori ad altri film e libri che la maggioranza amava ed elogiava. Qualcuno dirà – ed è stato detto più volte a proposito di Fofi – contava più l’ideologia.

Va bene, sì, questo è vero. Aggiungiamo tuttavia che lo sguardo di Fofi era bottom up, partiva dal basso e spesso nemmeno ci arrivava in alto. Era uno sguardo che indagava sui margini, sui confini. E siccome quei margini, quei confini erano così brulicanti e inquieti, finiva che lo sguardo di Fofi fosse di conseguenza brulicante e inquieto. In chiosa c’è altro da dire. Fofi era nell’aspetto un francescano. L’ho conosciuto nel 1993, aveva barba bianca e bastone, l’ho visto l’ultima volta pochi mesi fa, aveva la barba bianca e il bastone. Sono stato nelle sue diverse case, ma per me era sempre la stessa, vuota di arredi, con un cassetto di una scrivania pieno zeppo di foto Polaroid: ritraevano tutti i suoi amici (e c’erano perfetti sconosciuti e grandi conosciuti), un prete anonimo e Carmelo Bene. Se avessi dovuto trovare le differenze tra ieri e oggi non l’avrei saputo fare.

Ovvio, Fofi ricavava un guadagno dalla sua attività di intellettuale, ma spendeva tutto per finanziare riviste e progetti. Le riviste e i progetti nascevano in modo semplice. Fofi girava tutta l’Italia, conosceva posti sperduti che nemmeno sulla carta geografica li trovavi. In questi luoghi, frequentava preti anomali, professori riottosi, artisti anticonformisti o giovanissimi artisti promettenti che tuttavia non avevano neppure fatto un cortometraggio o scritto una poesia, ma lui riusciva con un metodo tutto suo (spesso una lunga chiacchierata) a trovare in loro qualcosa di promettente e su di loro scommettere.

Poi metteva insieme queste persone. Non le pagava, ma in realtà non si pagava neppure lui, pagava invece chi materialmente faceva la rivista, grafici, correttori di bozze ecc. La fatica materiale era pagata, quella intellettuale no, non era fatica quella, era il risultato di un viaggio alla scoperta di qualcosa.

Scrivere tutti, scrivere tutto

Però le sue riviste erano delle palestre incredibili dove appunto guardavi il mondo sì dal basso, ma con uno sguardo ampio. Se uno non aveva scritto nemmeno una cartolina in vita sua ma aveva lavorato in una fabbrica Fofi gli diceva scrivi della fabbrica, se c’era un altro che organizzava centri sociali per ragazzi disagiati e aveva la terza media Fofi gli diceva: scrivi un pezzo. Se c’era uno che abitava a Caserta e si lamentava perché nessuno conosceva Caserta, a parte la Reggia, gli diceva: scrivi una lettera da Caserta. Era così forte l’ardore, la passione per i margini, per la scoperta di luoghi, così intensa la ricerca di un pensiero originale che ridefinisse il mondo, che naturalmente quando usciva il film del regista di grido, amato dalla critica bene o il libro da premio Strega, Fofi chiamava tutti in paranza e all’attacco, per difendere i pochi inquieti contro i molti appagati e ricchi.

Fofi era ideologico – si diceva – ha preso molte cantonate, a parte che spesso nelle critiche era violento, poi si è ricreduto e ha fatto marcia indietro più volte. Non c’è modo di contraddire questa affermazione, ma si può dire che attraverso il suo sguardo ideologico sono nate delle discussioni estremamente interessanti e sono stati scoperti artisti che hanno firmato opere molto belle. Sono nate interessanti discussioni anche grazie ai dietro front di Fofi. Attraverso questo sguardo Fofi e noi con lui (almeno per un periodo) abbiamo fatto nostro il motto di Pasolini: la giovinezza è amare pochi maestri e odiarne molti.

Comunque era simpatico, prendeva spesso in giro scrittori e artisti (anche se conosco qualcuno che c’ha pianto per le sue prese in giro) e tra di noi si citavano le sue critiche tranchant. Daniele Di Gennaro di Minimum fax trovò una definizione calzante: Fofi è come un tiratore di tiro al piattello, prima lancia lo scrittore e poi lo impallina. Difatti, di scrittori lanciati e impallinati ce ne sono parecchi. Spesso Fofi confidava a qualcuno di aver scoperto un nuovo libro di un nuovo scrittore. E quel qualcuno ricevuta la confidenza andava a comprare il libro e in effetti lo trovava bello, allora andava da Fofi e gli diceva: ho letto quel libro, è bello, ma Fofi rispondeva, no, ormai si è già imborghesito. Per Fofi la linea tra essere artisti e diventare dei borghesi tronfi era indefinibile e comunque la considerazione poteva cambiare nel giro di una serata. Ognuno di noi ha un aneddoto in tal senso, ma ognuno di noi conserva una sua lezione, vuoi su uno scrittore, vuoi su un artista, un regista, così precisa e chiara da risultare indimenticabile. Le lezioni erano precise e chiare e indimenticabili perché Fofi le aveva costruite nel tempo, filtrando le cose necessarie da quelle futili, Fofi infatti era un filtro come non ce ne sono più: da un insieme di parole e suggestioni, otteneva della materia elementare e proprio per questo utilissima, un abbecedario.

Lo straniero dallo sguardo inquieto

Ero un ragazzo senza arte né parte che veniva da Caserta e insieme a Daniele Di Gennaro, Marco Cassini e Francesco Piccolo, avevo cominciato a collaborare con Minimum fax (fondata da Marco e Daniele). Avevamo anche pensato di fare una rivista, l’avremmo diretta io e Francesco. Ma un giorno arrivò in redazione Goffredo Fofi, col bastone e la barba bianca. Ci parlò male del mondo letterario e anche della sede, all’epoca a Ponte Milvio. Roma Nord non gli piaceva (nel 1993 non era di certo il quartiere della movida) e disse a me e a Francesco che non eravamo capaci di dirigere una rivista, ma di lasciarla fare a lui che ne capiva. Ci disse: statemi accanto, non ve ne pentirete. Ovviamente dicemmo di sì. Nacque così Lo Straniero. In quel tempo, cominciò a dire che ero un poeta. Io nella mia vita ho scritto solo una poesia, per la festa della mamma, ero in terza elementare e non piacque nemmeno a mia madre. Fofi ne era così convinto che un giorno mi chiese le mie poesie, perché doveva fare un’antologia di scrittori del sud. Marco Cassini gli disse che no, non scrivevo poesie ma racconti. Mi disse: dammi i tuoi racconti. Ne avevo scritti solo tre, uno che consideravo il mio capolavoro: “Altobello sulla soglia”, lo misi in cima alla pila dei tre racconti. Marco mi raccontò che lo lesse e lo strappò: gli aveva fatto schifo. Gli altri due gli piacquero: uno si chiamava “Stato di manutenzione degli affetti”, un altro “La controra”. Mi chiamò e mi disse: ma chi sei, Peter Handke? “Stato di manutenzione degli affetti” è troppo complicato, metti “Manutenzione degli affetti”. Pubblicò i racconti, uno sullo Straniero, l’altro sull’antologia, Luna Nuova, nuovi scrittori del Sud (che uscì tra le critiche, ma se ne parlò molto). Poi mi disse: ma sei di Caserta? E scrivi una lettera alla tua città, no? Che devi scrivere sennò?

Se ripenso a come ho iniziato, ripenso a Goffredo Fofi, se penso come hanno iniziato tanti, faccio lo stesso pensiero. All’inizio, tutti senza arte né parte ma accesi dalla passione di Fofi. Ah, poi mi ha sempre stroncato gli ultimi libri. Di uno, Le attenuanti sentimentali, disse: è troppo futile. Di un altro, Le aggravanti sentimentali disse: è troppo tragico. Però, vi devo dire, in quelle stroncature c’era perlomeno il senso di quello che volevo scrivere, Fofi coglieva il senso delle cose come nessun altro. Ora che il mondo è cambiato e non ci sono più le riviste letterarie e le stroncature e le passioni e gli ardori, non c’è più la ricerca on the road, insomma ora che il mondo è cambiato e tutto deve essere al centro mentre i margini sono esclusi, io ringrazio Fofi per il suo sguardo inquieto.

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