Non faremo di Galliano un martire, ma non è giusto condannarlo per sempre

La mostra prevista al Met e dedicata allo stilista è stata cancellata: motivi (economici) e probabili ripercussioni di una campagna social che ha confuso l'analisi della curatela con la beatificazione religiosa.

01 Settembre 2026

«Dopo molte riflessioni e discussioni con tutti coloro direttamente coinvolti, ho deciso, con grande tristezza, che è meglio che la mostra non si tenga in questo particolare momento. Non voglio che il dibattito che mi coinvolge ponga il Met in una posizione difficile o che distragga dal lavoro meritevole portato avanti dal Costume Institute. Inoltre, riconosco il fatto che una mostra sul mio lavoro potrebbe essere fonte di dolore per alcuni». Con queste parole condivise dal suo profilo Instagram, il designer John Galliano ha annunciato ieri la cancellazione della mostra al Met, annunciata poco più di un mese fa e prevista per il prossimo maggio.

Da quando la decisione di dedicare l’annuale mostra del Costume Institute del Met al lavoro del couturier di Gibilterra è stata resa pubblica, le critiche non sono mancate e si sono intensificate negli scorsi giorni: secondo il New York Times, diversi donatori di riguardo dell’ente e leader politici avevano aspramente criticato la scelta, per via del passato di Galliano, resosi colpevole nel 2011 (in un evidente stato di alterazione psico-fisica) di insulti antisemiti e di odio verso la comunità asiatica, dopo i quali era stato licenziato in tronco da Dior, di cui era il direttore creativo. Una mail di una delle più prominenti donatrici del museo, Alice Tisch, indirizzata a Hollein, parlava di “un fallimento della governance” e tra le sue righe – la mail è stata poi inoltrata da Tisch ad alcuni suoi conoscenti propagandosi per tutta l’high society newyorkese ed entrando nel radar del New York Times – si legge che «non è nell’interesse del museo essere così percepito all’esterno, ed è una decisione che schiaffeggia la vostra ricca storia nella curatela e nella vostra persistente leadership morale e fiscale».

Come molti enti culturali, il Met beneficia infatti di milioni di dollari di investimenti da parte del Department of Cultural Affairs di New York City, anche se il Costume Institute, ossia l’area del museo dedicata alla moda, si finanzia principalmente proprio attraverso le donazioni collegate al Met Gala, che si tiene ogni anno il primo lunedì di maggio e funge da evento di inaugurazione della mostra, da cui mutua un dress code per gli ospiti, vip e celebrities invitati da brand e investitori a sedersi ai tavoli, i cui costi possono raggiungere i 500 mila dollari. E il giorno prima della cancellazione dell’evento, in una dichiarazione condivisa domenica, Sam Raskin, portavoce del sindaco Zohran Mamdani, aveva precisato che «il Met è una istituzione indipendente, e le sue decisioni – e come risponde ai molti ebrei newyorchesi sconcertati da questa scelta – lo sono altrettanto. Ma indipendenza non vuol dire essere esenti dalle critiche». Una decisione che non sembra al momento essere stata presa in maniera indipendente o impulsiva dal creativo: nello stesso giorno anche Max Hollein, direttore del Met, ha commentato «dopo delle ponderate discussioni con John Galliano abbiamo deciso congiuntamente di non procedere con la mostra».

Anna Wintour era consapevole che la celebrazione del lavoro di Galliano potesse essere percepita come divisiva. Da sempre coinvolta nell’organizzazione dell’evento di cui è presidente dal 1995, l’idea di dedicare una mostra a Galliano, di cui è storicamente grande sostenitrice, girava nei corridoi del Met già lo scorso anno, ma era stata abbandonata proprio per via del suo passato. Quando si è pensato che i tempi fossero maturi, Wintour e Andrew Bolton, curatore del Costume Institute, hanno organizzato diversi incontri tra Galliano e alcuni rappresentanti di spicco della comunità ebraica, che avevano dato il loro benestare pubblico all’evento, convinti dal lungo processo di espiazione seguito ai fatti del 2011. Dopo esser stato licenziato da Dior, Galliano ha più e più volte ammesso i suoi errori, pagato la multa economica correlata, e ha intrapreso un percorso di sobrietà, allontanandosi dal mondo della moda. Nel 2013 l’Anti-Defamation League, prominente organizzazione con sede negli Stati Uniti fondata all’inizio del secolo scorso con l’obiettivo di combattere l’odio antisemita, aveva già dichiarato che considerava autentico il suo pentimento: Galliano aveva infatti porto a loro scuse ufficiali rispetto agli eventi di due anni prima e aveva incontrato diverse volte i leader dell’organizzazione, impegnandosi attivamente nello studio e nella ricerca dell’antisemitismo. L’ADL aveva auspicato un suo ritorno nella moda, questa volta come “portavoce contro l’antisemitismo, l’intolleranza e il fanatismo». A dirigere un brand è tornato infatti nel 2014, chiamato da Renzo Rosso a guidare Maison Margiela, adottando però un basso profilo e rimanendo molto lontano dai riflettori. Da OTB (il conglomerato di Rosso, di cui fanno parte anche Diesel e Marni tra gli altri, ndr) Galliano è rimasto una decade, lasciando il suo posto a dicembre 2024. A gennaio dello stesso anno la collezione haute couture del brand – la linea Artisanal – aveva suscitato un’approvazione entusiastica da parte del sistema, ed era sembrata celebrare al massimo grado la rinnovata potenza espressiva di quello che è, senza ombra di dubbio, uno dei couturier più rilevanti del suo tempo.

Una morale a corrente alternata

La cancellazione della mostra e la levata di scudi che ha sollevato, non sono però, a ben guardarli il gran risultato che i detrattori si immaginano. C’è una strisciante eppur visibile ipocrisia da parte dei donatori, inflessibili con un uomo che si è macchiato di un crimine odioso, pagandone tutte le conseguenze, economiche e reputazionali, e poi invece assai più tolleranti con Jeff Bezos, patron di Amazon e principale finanziatore del Met Gala dello scorso anno: un Met Gala che si è tenuto, nonostante tutte le problematicità legate alla sua figura (e la sostanziale irrilevanza della mostra e dell’evento stesso, di cui nessuno ricorda più il tema o i migliori outift) per le quali Bezos non ha mai chiesto perdono, e nonostante diverse organizzazioni abbiano tentato di boicottare l’evento. D’altra parte, era comprensibile il timore, da parte dei tanti contrari, che la mostra in suo onore potesse trasformarsi in una sorta di processo di beatificazione, privo delle asperità e delle cadute della sua carriera. Lo sapeva già il curatore Andrew Bolton, che aveva provveduto nello scorso mese a specificare che l’esposizione avrebbe riflettuto «anche sulla frattura provocata dalla sua condotta antisemita, razzista e anti-asiatica» precisando che «il successo artistico deve essere compreso insieme alla responsabilità etica».

Analizzare, non celebrare

I percorsi curatoriali ben fatti servono in fondo proprio a questo: non la celebrazione fine a se stessa, quanto l’analisi  alla luce dei tempi, che è quello che è successo nel recente passato (nel 2024) con la mostra dedicata a Coco Chanel al Victoria&Albert Museum, che non è indietreggiato quando si è trattato di parlare francamente del suo passato da collaborazionista del regime nazista (per opportunismo più che per reale adesione, poco importa, ormai la figura di Chanel è stata storicizzata e nessuno dei suoi coevi è ancora in vita per esprimere critiche in merito). Lo stesso Met ha in passato dedicato mostre a personaggi già resisi protagonisti di dichiarazioni razziste e grassofobiche, come Karl Lagerfeld, ma nonostante delle sparute voci di protesta, e nonostante nessuno in quel contesto si sia posto il problema di affrontare le criticità relative alla sua figura, non c’è mai stata una vera e massiccia campagna social per richiederne la cancellazione, la stessa della quale i detrattori oggi gioiscono con frasi sul genere “abbiamo cancellato John Galliano”.

In realtà non si è cancellato il portato creativo di un singolo uomo – un vulnus che colpirebbe al massimo quel singolo uomo e quanti gli riconoscono la scintilla del genio e un percorso credibile di redenzione – quanto  la possibilità di una riflessione ulteriore, per quanto dolorosa, sui pericoli persistenti e inequivocabili dell’odio religioso oggi. Non affrontare in maniera lucida – dove lucida è da intendersi come razionale, scevra di comprensibili sentimenti o simpatie personali – la questione vuol dire illudersi di vivere in un’asettica sala operatoria, dove le infezioni del fanatismo, del razzismo, e dell’antisemitismo non arrivano: igienizzare l’ambiente pubblico circostante, silenziando le esperienze di chi ha sbagliato, affrontando il percorso necessario per riparare a quell’errore, non ci proteggerà però quando dovremo fare i conti con il mondo reale, fuori da quell’area protetta nella quale è consentito l’ingresso solo a chi non ha sbagliato mai (secondo il tribunale virtuale dei social o quelli molto più influenti dei donatori del museo). Impedire al pubblico, ma anche a Galliano stesso, di porsi delle domande sul suo passato, adducendo come motivazione la sua presunta irricevibilità come essere umano, più che come artista, ci renderà semplicemente privi di strumenti attraverso i quali sondare l’orrore, riconoscerlo e sviluppare tramite l’arte un’immunità collettiva, più che una sensibilità singolare.

Qual è la ratio attraverso la quale una espiazione diventa più credibile di un’altra? C’è una classifica di offese più odiose di altre che definiscono con precisione il perimetro all’interno del quale vivono gli artisti meritevoli di una riflessione (e non una celebrazione) sulla propria opera? Gli errori vanno in prescrizione se ci si pente adeguatamente, o bisogna aspettare la decadenza fisica, la morte, la smemoratezza del pubblico, la storicizzazione della figura pubblica, per poter compiere una riflessione in merito? E quando esattamente si supera il limite tra la necessaria e comprensibile richiesta di assunzione di responsabilità rispetto ai propri errori, e si sconfina in un desiderio di vendetta – altrettanto umano, ma non per questo ammissibile in una società civile – che non troverà mai piena soddisfazione? Cosa avrebbe potuto e dovuto fare meglio Galliano in questi anni, oltre a quello che ha già fatto, per riscattarsi pienamente agli occhi del pubblico?

Sono domande che al momento non hanno risposta, ma il rischio nell’evoluzione di questa storia è quello classico dei social: la polarizzazione e la reductio ad unum. La cancellazione della mostra al Met, che oggi causa giubilo in chi l’ha chiesta con persistenza, potrebbe avere l’effetto boomerang di trasformare il designer, agli occhi degli appassionati nell’altra parte del campo, nel martire che quelli contrari assicuravano non fosse, perché in fondo ha perso sì in tronco il lavoro da Dior, ma non lo ha perso abbastanza a lungo da finire nel dimenticatoio collettivo, venendo riammesso nei suoi ranghi, previo un percorso di espiazione e pentimento, e avendo una seconda possibilità. La realtà sta nel mezzo: in quanto uomo bianco e in virtù del suo talento innegabile, il sistema della moda ha esteso negli anni a Galliano una cortesia e un’umanità non frequenti in un mondo dove si fa in fretta a dimenticarsi delle amicizie e dei voti di cameratismo, quando tira aria di tempesta, e da quella generosità Galliano ha di certo beneficiato, senza mai però dimenticare o sminuire il peso del suo passato.

John Galliano doveva essere il terzo designer in vita a cui il Met dedicava una mostra (gli altri sono stati Rei Kawakubo e Saint Laurent), e ha indubbiamente plasmato la cultura del costume contemporanea, sarà il primo che ha preferito (o a cui è stato suggerito per ragioni di opportunità economiche, non lo sapremo mai) di uscire dalla porta di servizio, per evitare che il polverone travolgesse lui e l’istituzione del Met, giudicato sulla base del momento più basso della sua vita, al quale una parte dell’opinione pubblica lo vuole relegare vita natural durante, nella certezza inscalfibile di essere migliori. Non è tanto una perdita per Galliano – ha firmato qualche mese fa un accordo con Zara che ci si immagina assai lucrativo e non si dubita che troverà prestissimo chi, per furbo marketing o per principio, gli proporrà subito un’altrettanto grandiosa mostra al di fuori del suolo statunitense – quanto per chi prova a confrontarsi e interrogarsi con i miti e decostruirli senza assolutismi, senza adorazione acritica ma anche senza una rabbiosa foga. Per quello, pare toccherà aspettare, perché sembriamo non essere ancora pronti.